Il governo italiano sembra davvero intenzionato ad entrare a far parte ufficialmente della Belt and Road Initiative (Bri), il piano di investimenti infrastrutturali cinesi annunciato dal presidente Xi Jinping nel 2013.

Con questo gigantesco progetto infrastrutturale, Pechino si propone di unire Cina ed Europa in un unico grande mercato eurasiatico attraverso una serie di rotte commerciali terrestri e marittime, portando così a un aumento degli scambi commerciali e della cooperazione economica.

Per fare ciò la Cina intende investire nella costruzione di infrastrutture a partire innanzitutto dai paesi delle regioni limitrofe, ovvero Asia centrale, meridionale e sud-orientale, ma anche in Europa, Medio Oriente e Africa. Il Vecchio Continente è la destinazione finale delle rotte commerciali che i cinesi intendono costruire.

In merito alla Bri abbiamo scritto in precedenza un resoconto diviso in due parti che vi consigliamo di leggere. Cliccate qui per visualizzare la prima parte e qui per la seconda parte.

Dunque, con la Bri, la Cina non vuole aumentare la cooperazione economica solo con i paesi vicini, ma anche con l’Europa. Questo intento trova nell’Italia una sponda favorevole e molto disponibile. 

Negli ultimi giorni è emerso che il governo starebbe negoziando con la Cina un memorandum d’intesa attraverso cui l’Italia si dichiarerebbe disponibile non solo a cooperare nell’ambito della Bri ma anche ad approfondire le relazioni con la Cina in una serie di settori strategici.

Protagonista di questo negoziato con la Cina è Michele Geraci, sottosegretario di Stato al ministero dello sviluppo economico (Mise) e coordinatore della Task Force Cina, che ha insegnato e vissuto per molti anni nel grande paese asiatico e ha sempre auspicato maggiori rapporti economici tra Roma e Pechino. Geraci ha rivelato che il memorandum d’intesa potrebbe essere firmato in occasione della visita del presidente Xi Jinping in Italia, che dovrebbe avvenire tra il 21 e il 24 di questo mese. 

Se l’Italia firmasse il memorandum d’intesa sarebbe il primo paese del G7 ad aderire ufficialmente alla Bri. Alcuni paesi dell’Unione Europea, tra cui Grecia, Ungheria, Polonia, Portogallo e Romania, hanno già firmato il memorandum.

In particolare i cinesi sono già molto presenti in Grecia, dove il porto del Pireo è controllato dalla Cosco, impresa pubblica che opera nel settore delle spedizioni e della logistica marittima. Il Pireo è proprio uno degli snodi chiave della Bri per il trasporto delle merci che dall’oceano Indiano passano per Suez e hanno per destinazione il Nord Europa.

Il governo Conte è quindi intenzionato ad approfondire le relazioni commerciali con la Cina. Tuttavia, già il governo precedente aveva dimostrato un interesse simile.  

Nel maggio 2017 l’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni fu l’unico capo di governo occidentale a partecipare al primo Belt and Road Forum a Pechino. Gentiloni espresse l’interesse dell’Italia a partecipare all’iniziativa, sottolineando le opportunità per le imprese del nostro paese.

Ora occorre fare un’altra precisazione. Il memorandum d’intesa che Italia e Cina potrebbero firmare nelle prossime settimane non prevederà alcun obbligo giuridico, né impegni precisi in materia di investimenti. 

Roma e Pechino s’impegneranno reciprocamente ad aumentare la cooperazione e gli scambi ma non verrà stretto alcun accordo dettagliato in merito ad investimenti infrastrutturali cinesi in Italia. Si tratterà, infatti, di un’intesa, che potrebbe, in futuro, portare imprese cinesi ad investire in Italia. In poche parole, non c’è alcun automatismo tra la firma del memorandum d’intesa e l’arrivo di copiosi investimenti cinesi nel nostro paese. Ad ogni modo, aderire alla Bri sarebbe un segnale forte, indicativo della postura adottata dall’Italia nei confronti dell’attivismo cinese.

Per finanziare le infrastrutture, i cinesi si servono di banche d’investimento e fondi creati ad hoc, alcuni di proprietà del governo. Tra le principali banche cinesi coinvolte nella Bri vi sono la Asian Infrastructure Development Bank (Aiib), la Banca di Sviluppo Cinese (acronimo inglese Cdb) e la Export-Import Bank of China (Exim).

Nell’ambito delle nuove vie della seta, per i cinesi l’Italia riveste un ruolo strategico dato dalla sua posizione geografica. In quanto ponte naturale tra Mediterraneo ed Europa (Germania in particolare) l’Italia potrebbe ricoprire un ruolo primario nella Bri. 

I cinesi sono interessati soprattutto ai porti dell’Adriatico settentrionale, Genova e Trieste in primis, geograficamente molto vicini al cuore dell’Europa, ma in passato avevano mostrato interesse anche per i porti di Gioia Tauro e Taranto nell’Italia meridionale. Alla fine, complice anche l’incapacità nostrana, gli investitori cinesi hanno preferito dirigersi in Grecia. Il Pireo, ammodernato e ampliato dai cinesi, è ora uno dei principali porti europei.

Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Negli ultimi anni la realizzazione dei progetti infrastrutturali legati alla Bri ha fatto sorgere più di qualche perplessità sulla trasparenza dei metodi usati dai cinesi e sui benefici derivanti dalla costruzione delle infrastrutture per i paesi che le ospitano.

L’osservazione della situazione economico-finanziaria di alcuni paesi in cui sono state realizzate infrastrutture cinesi dimostra che le nuove vie della seta sono un’arma a doppio taglio che occorre saper maneggiare con cura.

I benefici derivanti dalla costruzione delle infrastrutture potrebbero essere annullati o addirittura superati dagli eventuali svantaggi che si celano dietro l’iniziativa. Di questo parleremo nel prossimo articolo dedicato alla Belt and Road Initiative.