Dai dati pubblicati dall’Istat e relativi al mese di luglio, si evince un’inversione di marcia per la produzione industriale, sicuramente, non una buona notizia in un momento in cui la crescita sta rallentando e le pressioni internazionali diventano sempre più consistenti. Nel mese di luglio, si è registrata una “brusca discesa” nell’attività delle fabbriche e, in particolar modo, il livello della produzione subisce una flessione negativa di 1,8% rispetto a giugno. In questa flessione al ribasso sono interessati tutti i comparti: dai beni strumentali (-2,2%), i beni di consumo (-1,7%) e in beni intermedi (-1,2%), sino ad arrivare all’energia che comunque subisce una flessione più contenuta (-0,8%).

Dai dati rilasciati dall’Istituto nazionale di statistica a preoccupare sono i consumi delle famiglie che hanno subito un vertiginoso crollo e in modo particolare la forte flessione negativa nei consumi di beni durevoli che perdono 4,8% in un solo mese e 7,2% su base annua. Anche dal Codacons arrivano le dichiarazioni del presidente Carlo Rienzi che afferma: “I numeri sulla produzione di luglio sono in calo in tutti i settori sia su base mensile che su base annua, e la riduzione investe anche i beni di consumo che scendono del -1,7% su giugno e del -1,9% su anno a dimostrazione che l’industria risente in modo diretto dei consumi delle famiglie”.

Contemporaneamente, sul fronte dell’occupazione si registrano, invece, dei segnali positivi (almeno apparentemente) visto che il livello occupazionale ha superato i livelli precrisi. Sempre secondo i dati del secondo trimestre 2018 dell’Istat si evince un aumento di 205 mila persone al lavoro in più rispetto allo stesso periodo del 2008.

Da sottolineare però che nel frattempo, in questi lunghi 10 anni di crisi, il mercato del lavoro è fortemente cambiato e con sé anche le modalità e la qualità del lavoro stesso.

I dati Istat ci consegnano quindi apparentemente due situazioni collegate tra loro ma in forte contraddizione: mentre la produzione cala, l’occupazione cresce.

In realtà per poter capire a fondo questi dati, è necessario scendere in profondità e sicuramente il primo aspetto che salta subito agli occhi è la propensione marginale al consumo degli italiani che è diminuita e che ha portato con sé la diminuzione complessiva dei consumi nonché la riduzione consequenziale della produzione.

Questo sta accadendo a causa della forte instabilità lavorativa che si è venuta a creare nel nostro Paese, dato che le tipologie di lavoro attuali sono molto più instabili e precarie rispetto al periodo precrisi del 2008.

Secondo gli statistici “ Negli ultimi dieci anni si sono manifestate profonde trasformazioni nella composizione dell’occupazione sia in termini di soggetti coinvolti, sia in relazione alle caratteristiche dell’occupazione” e ancora “Oltre all’invecchiamento della forza lavoro, su cui hanno inciso anche il calo della popolazione giovanile, il prolungamento dei percorsi di studio e l’aumento dell’età pensionabile, importanti cambiamenti si riscontrano per le componenti di genere e le ripartizioni territoriali, interessate in maniera differente dalla crisi e dalla successiva ripresa”.

Oggi rispetto al 2008, abbiamo mezzo milione in più di donne occupate e questo trend positivo di crescita si è venuto ad innescare a partire dal 2014, mentre per gli uomini la situazione attuale è ancora molto critica visto che rispetto al 2008 sono occupati un milione di uomini in meno soprattutto nell’industria.

Anche la differenza territoriale è ancora molto marcata e, infatti, “nel centro-nord la ripresa è iniziata prima e ha portato al recupero delle perdite occupazionali dovute alla crisi già nel secondo trimestre 2016 mentre nel Mezzogiorno, dove il calo degli occupati ha riguardato complessivamente 700 mila unità fino al 2014, il saldo rispetto al precrisi è ancora ampiamente negativo (-258 mila, -3,9%; il tasso relativo -1,6 punti)”.

La questione più rilevante e preoccupante è sicuramente legata alla qualità del lavoro e alle sue caratteristiche. In particolar modo, abbiamo un aumento significativo dei contratti a termine che ha comportato oltre 700 mila occupati a termine in più rispetto al 2008 e un aumento esponenziale del part-time che nella maggior parte dei casi non è volontario. Per onestà, però, è giusto anche dire che molto probabilmente queste variazioni sono dovute anche alla crescita di settori come l’alberghiero, servizi ad imprese e servizi alle famiglie che storicamente si basano su tipologie contrattuali non standard; mentre registriamo un calo dell’occupazione nell’industria in senso stretto che storicamente si basa su contratti a tempo pieno e a tempo indeterminato.

Dalla nostra analisi si evince quanto l’instabilità lavorativa preoccupi i cittadini che sono molto più restii al consumo e più propensi al risparmio cautelativo.

Il lavoro flessibile è sicuramente un obiettivo per le imprese e per l’incremento della competitività ma allo stesso tempo bisogna stare molto attenti a non confondere flessibilità con precarietà perché il lavoro precario fa male sia alle famiglie che all’economia tutta.

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Sono nato a Grottaglie (TA) il 12/02/1994. Sono laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Attualmente sono iscritto al corso di laurea magistrale in Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano in Gestione del lavoro e comunicazione per le organizzazioni – curriculum lavoro e direzione d’impresa. Mi occupo in particolar modo di mercato del lavoro, welfare, imprese, relazioni industriali e formazione continua.