Lo Stato Islamico è stato cancellato dalla cartina geografica del Medio Oriente. Dopo settimane di aspri combattimenti i miliziani del sedicente califfato hanno dovuto arrendersi, perdendo così anche l’ultima fetta di territorio mediorientale rimasta nelle loro mani.

L’ultima battaglia dell’Isis è stata combattuta nella cittadina siriana di Al-Baghouz, situata nell’est del paese, non lontano dal confine iracheno. A dare l’annuncio della vittoria è stato Mustafa Bali, portavoce delle Forze Democratiche Siriane (Sdf), una milizia curdo-araba alleata della coalizione internazionale a guida statunitense, la quale ha fornito supporto aereo alle Sdf nella lunga guerra contro l’Isis.

“Le Forze Democratiche Siriane dichiarano la totale eliminazione del cosiddetto califfato e la sconfitta territoriale al 100 % dell’Isis. In questo giorno unico, commemoriamo le migliaia di martiri il cui sacrificio ha reso questa vittoria possibile” ha scritto ieri Mustafa Bali sul suo account Twitter.

Tra i martiri delle Sdf caduti nella battaglia finale contro lo Stato Islamico vi è anche il 33enne fiorentino Lorenzo Orsetti, ucciso in combattimento proprio quando la vittoria definitiva era a portata di mano.

Giunge così a termine una lunga guerra durata quasi cinque anni.

Iniziata nel giugno 2014, quando Abu Bakr Al-Baghdadi proclamò il califfato nella grande moschea di Mosul, la guerra contro l’Isis, combattuta a cavallo di Siria ed Iraq, ha visto la partecipazione, più o meno diretta, di numerosi paesi. La coalizione a guida statunitense ha fornito supporto aereo, di cui l’Isis era totalmente sprovvisto, ma anche equipaggiamenti, addestramento, fuoco d’artiglieria e supporto logistico. Nonostante il divario di potenza tra l’Isis e le forze che lo contrastavano, i miliziani dello Stato Islamico hanno opposto una tenace resistenza, tipica dei reparti indottrinati, che ha protratto la guerra per quasi cinque anni.

Il presupposto che ha permesso l’affermazione dell’Isis è stato un doppio contesto di anarchia: da un lato, a occidente, l’anarchia generata dalla guerra civile siriana; dall’altro, a oriente, l’anarchia e il settarismo in cui versava l’Iraq dopo il ritiro degli americani. I territori più lontani dai centri del potere di Damasco e Baghdad, ovvero le zone desertiche di confine, dove lo Stato era totalmente incapace di esercitare ed imporre la propria sovranità, furono i luoghi in cui l’Isis nacque e crebbe. In poche parole, l’Isis ha potuto affermarsi grazie alla presenza di un vuoto politico a cavallo di Siria ed Iraq, paesi devastati da guerre civili e conflitti settari dove l’anarchia imperava. Riempiendo questo vuoto politico, l’Isis si è imposto come attore della politica mediorientale, capace di seminare morte e terrore in tutto il mondo.

Al suo apogeo lo Stato Islamico controllava un vasto territorio a cavallo di Siria ed Iraq, ricco di risorse, in particolare petrolio. Raqqa, in Siria, e Mosul, in Iraq, erano le sue città più grandi. La prima era la capitale, la seconda era la seconda città più grande dell’Iraq dopo Baghdad. Il 2017 fu un anno chiave nella lotta all’Isis. Prima Mosul, in luglio, poi Raqqa, in ottobre, caddero. Nonostante avesse perso le sue città principali, l’Isis resistette per un altro anno e mezzo, imponendo ai suoi avversari un grande dispendio di risorse materiali ed umane.

La vittoria di Al-Baghouz decreta la sconfitta dell’Isis in quanto soggetto della politica mediorientale capace di controllare ed esercitare la propria sovranità su un territorio. In poche parole, lo Stato Islamico non è più uno Stato poiché non ha più un territorio. Ma l’Isis è innanzitutto un’organizzazione terroristica e la perdita della dimensione territoriale non pregiudica la sua capacità di condurre attentati terroristici.

Migliaia di cellule dormienti dell’Isis sarebbero presenti in Siria ed Iraq pronte a colpire. Non è da escludere che uomini del califfato siano presenti anche in altri paesi del mondo arabo-islamico e in Occidente. Inoltre, grazie ai suoi organi di propaganda via Internet, l’Isis è ancora capace di fare proseliti in tutto il mondo.

Come se non bastasse, il califfo Abu Bakr Al-Baghdadi sarebbe ancora vivo. In realtà, la sorte del leader dell’Isis aleggia nel mistero, poiché tanti in questi anni hanno rivendicato la sua morte e altrettanti l’hanno smentita. Tuttavia, è probabile che Al-Baghdadi sia ancora vivo e che si trovi da qualche parte in Iraq o in Siria. Il fatto che il califfo sia ancora vivo in un momento così difficile per l’Isis rende i miliziani più coesi e determinati. È proprio in frangenti così problematici che la figura del leader risulta fondamentale per mantenere uniti i pochi rimasti e possibilmente rilanciare il nome dell’organizzazione con nuovi attentati sanguinari.

Cantare vittoria per la fine dell’Isis in quanto Stato Islamico, dopo quasi cinque anni di guerra, è più che legittimo. Ma l’esuberanza emotiva scaturita dalla vittoria deve presto cedere il posto alla fredda e lucida consapevolezza che la sconfitta militare non pregiudica la capacità dei miliziani di colpire ancora. La sconfitta dell’Isis non implica la sua fine in quanto organizzazione terroristica.