A picture taken on December 25, 2018 shows security officers at the scene of an attack outside the Libyan foreign ministry headquarters in the capital Tripoli. (Photo by Mahmud TURKIA / AFP) (Photo credit should read MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

È stato un natale di sangue a Tripoli. La capitale libica, dove ha sede il governo di accordo nazionale di Fayez Al-Sarraj riconosciuto dalla comunità internazionale, è stata svegliata la mattina di natale dalle esplosioni e dagli spari provenienti dal ministero degli esteri che è stato scelto come obiettivo per un attentato terroristico.

Tre uomini armati di fucili automatici sono arrivati di fronte al ministero a bordo di un’autobomba che è stata fatta esplodere attirando l’attenzione delle forze di sicurezza presenti nel palazzo. Uno degli attentatori ha raggiunto il secondo piano dell’edificio dove si è fatto saltare in aria utilizzando una cintura esplosiva. Il secondo attentatore è morto quando la valigetta che portava con sé è esplosa mentre il terzo è stato ucciso dalle forze di sicurezza libiche durante uno scontro a fuoco. I terroristi sono riusciti ad uccidere tre persone che erano impiegate nel ministero. L’attentato ha causato il ferimento di circa altre venti persone.

Ieri è arrivata la rivendicazione dello Stato Islamico attraverso la sua agenzia di stampa Amaq. I tre attentatori sarebbero soldati fedeli al califfato. Negli ultimi anni l’Isis è riuscito ad insediarsi in Libia sfruttando l’instabilità politica e l’assenza di un governo ereditate dalla guerra civile che depose Muammar Gheddafi nel 2011. L’Isis riuscì a conquistare la città costiera di Sirte ma venne cacciato nel dicembre 2016. Gli Stati Uniti sono intervenuti contro lo Stato Islamico in Libia con bombardamenti aerei a supporto delle milizie locali. Sebbene abbia perso i territori che controllava, cellule terroristiche del califfato sono ancora presenti in Libia e sono operative.

L’attentato della mattina di natale è l’ennesima dimostrazione dello stato di perenne instabilità in cui versa il territorio libico dove, oltre ad essere presenti decine di milizie armate e mancare un governo centrale forte in grado di monopolizzare l’uso della forza legittima, vi sono anche gruppi terroristici capaci di colpire con precisione letale le fragili istituzioni libiche. Durante una conferenza stampa successiva all’attacco, il ministro degli interni Fathi Bashagha e quello degli affari esteri Mohamed Salayah hanno ribadito la determinazione delle istituzioni governative ad affrontare e sconfiggere i terroristi. Il governo di accordo nazionale non si farà intimorire né scoraggiare da questi attacchi. Il primo ministro Al-Sarraj ha visitato il luogo dell’attentato mentre Salayah ha chiesto una rimozione parziale dell’embargo sulla vendita di armi alla Libia che venne imposto nel 2011 all’epoca dei disordini che degenerarono nella guerra civile. “Non possiamo mantenere la sicurezza in Libia a meno che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non faccia un’eccezione rimuovendo in parte l’embargo su certe armi, affinché possiamo combattere il terrorismo” ha dichiarato il ministro degli esteri.

La tempistica dell’attentato della mattina di natale solleva però qualche interrogativo. Proprio due giorni prima infatti il presidente del consiglio Giuseppe Conte si era recato a Tripoli nell’ambito di un breve ma intenso viaggio istituzionale che l’ha portato a incontrare i protagonisti della scena politica libica. A Tripoli, Conte ha incontrato il premier Fayez Al-Sarraj e il presidente dell’Alto Consiglio di Stato (l’organo legislativo del governo guidato da Al-Sarraj) Khaled Al-Meshri. Nel pomeriggio Conte si è diretto a Bengasi dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar e il presidente del parlamento di Tobruk Aguila Saleh. In serata il presidente del consiglio è ritornato in Italia. Continua incessantemente il lavoro diplomatico del governo italiano che da dopo la conferenza di Palermo sta agendo con determinazione per mantenere aperto il dialogo tra le varie fazioni libiche ed evitare che la situazione degeneri nella violenza. Nel breve periodo l’obiettivo è quello di organizzare una conferenza nazionale libica, da tenersi nei primi mesi del 2019, a cui parteciperanno anche i leader dei vari gruppi tribali del paese. Su questa iniziativa è al lavoro l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia Ghassan Salamé. Nel medio periodo si punta ad indire delle elezioni presidenziali entro la fine del 2019. In questa difficile operazione diplomatica l’Italia sta giocando un ruolo da protagonista come mediatrice degli interessi delle principali fazioni politiche libiche.

È evidente che i gruppi terroristici attivi nel paese osteggiano qualsiasi tipo di stabilizzazione e normalizzazione della situazione. L’attentato di ieri l’altro ne è la prova. D’altro canto l’anarchia che negli ultimi anni ha caratterizzato la Libia è stata il presupposto per l’affermazione delle cellule terroristiche dello Stato Islamico. L’Isis ha voluto mandare un messaggio chiaro al governo di Tripoli colpendo la sede di una delle sue istituzioni fondamentali. Oltretutto il ministero degli esteri svolge un ruolo chiave nella comunicazione con quegli attori internazionali interessati a partecipare alla stabilizzazione della Libia, Italia in primis. È possibile quindi che l’attentato condotto appena due giorni dopo la visita del premier Conte sia un avviso anche al nostro paese?