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Sono una vecchia. Una bellissima vecchia con millenni

sulle spalle. I lupi mi allattano, le aquile mi proteggono, i leoni mi temono. Dormo sotto gli scudi a testuggine, mi culla il suono dei tamburi, i corni da guerra intonano la mia ninna nanna. Io ho partorito, ucciso e divinizzato Cesare. Io l’ho elevato tanto che nessuno al mondo lo sussurra senza sentire il fremito di un antico saluto Ave Cesare!, senza respirarne l’ambizione e la bellezza, senza provare invidia per chi si è fregiato del suo nome, un nome che divenne titolo.

Sono stata un impero ma mi hanno saccheggiata due volte a distanza di pochi anni. Vi presento i Visigoti, tre assedi, la carestia e poi il sacco. Giù il palazzo dei Valerii, giù i palazzi dell’Aventino, in cenere il tempio di Giunone Regina, in fiamme il Senato. Eppure Alarico ebbe un irrazionale timore reverenziale e molti luoghi sacri furono risparmiati. Quelli che si rifugiarono ai sepolcri degli Apostoli mi ricostruirono.
Vi presento i Vandali. Mi presero i metalli, i miei finissimi metalli, perfino il bronzo. Lo presero, lo caricarono sulle navi e lo portarono a Cartagine – oh, ironia della sorte! –. Adesso il Vandalo ha la distruzione nel proprio nome, in memoria della mia spoliazione.
Mi dicono morta nel 476, ma io sono Roma e i bizantini continuarono a farsi chiamare Romei fino all’XI secolo. Io sono sopravvissuta nel loro impero e in quello di chi si è appropriato del mio nome e di quello di Cesare. Sono stata sulle labbra di Carlo Magno, sulle labbra degli zar, i Cesari di Russia.

I Papi vollero fare di me l’antenata di quel che fecero loro,

nelle loro storie le reliquie dei martiri furono soldati implacabili che mi cinsero di un ennesimo assedio. Un assedio che mi conquistò, che mi fece cristiana e che mi rese la capitale della loro religione. I Giubilei mi ingravidarono di pellegrini e spinsero i miei Vescovi a vestirmi di bellezza, di ponti, di obelischi. Una chiesa ad ogni angolo, a scandire lo spazio; un campanile ad ogni incrocio, a scandire coi rintocchi il tempo. Di nuovo imperiale. Di nuovo opulenta. E di nuovo un saccheggio. Vi presento i Lanzichenecchi, 20.000 volti laidi piombarono su di noi e morsero, staccarono, depredarono, uccisero, torturarono, stuprarono. San Pietro trasformata in stalla, preti venduti all’asta, suore trascinate nei lupanari. Un anno intero. I miei figli, i miei poveri figli si dimezzarono e quando finalmente gli assedianti tolsero le tende mi avevano strappato via la maggior parte dei tesori. Gli artisti scapparono, diaspora triste e senza precedenti.
Ma io sono Roma: non mi arresi e i Giubilei tornarono. Il fasto e l’opulenza pure. Il testimone del mio sogno passato ad altre mani.


Quando nel 1663 il terreno che sarebbe diventato il sito

del Campidoglio fu inscritto nel registro di proprietà del Maryland figurava il nome Roma. Il fiume era registrato come Tiber, il mio Tevere. La città sarebbe diventata Washington. Il simbolo della nazione nata da quelle fondamenta un’aquila. Quella nazione mi avrebbe bombardata quasi tre secoli più tardi. Vi presento gli Stati Uniti e il bombardamento di San Lorenzo: piovono mille bombe. E poi altre mille. E mille ancora. E mille, finché la terra non è stata più luminosa del cielo e le stelle sono finite in basso invece che in alto. Ma io sono Roma. I quartieri distrutti li ho fatti ancora più grandi. E non siete orgogliosi di chi oggi li popola di bande di nomadi che setacciano gli appartamenti alla ricerca di altri oggetti di spoglio? Queste belle colonne di immondizia che straripano a Campo de’ Fiori, in via Ottaviano, sul Lungotevere e man mano che ci si allontana dal centro diventano da colonne portici e da portici templi interi… ecco, questi templi dell’immobilismo ecologico non vi rendono fieri di me? Non vi ricordano Marte, Giove, Vesta? 

E queste strade con le voragini?

Nulla da invidiare ai basolati di una volta. Le prostitute in strada non sono un glorioso rimando ai lupanari? Turisti-pellegrini che si danno a fellatio pubbliche, il trionfo dell’amore. Quei pittoreschi campi rom con camper centenari, lamiere di metallo e immondizia, non sono forse i novelli castra, gli accampamenti delle legioni? La metro si allaga, le strade sono fiumi, la città è ferma, perché non comprendete che è un omaggio alle naumachie? Le corse soppresse, le linee ferroviarie che si interrompono con la pioggia più blanda: un invito a far uso delle bighe, delle cavalcature. Oh, sì, io sono Roma. Ho sottomesso i miei nemici, assediata da tutti i lati, da fenice sono rinata dalle ceneri, ma non ho mai amato gli inetti. Quanto a lungo posso resistere governata dagli incapaci?

Roma. 

Riempio la bocca al solo pronunciarlo. Posso essere ancora un simbolo, con tutte le macerie, con tutte le rovine, con tutte le ceneri. Posso ancora far tremare i polsi, far piangere e far ridere. Posso far innamorare, posso far gridare in mio nome. Perché? Dopotutto è solo decadenza. E’ solo rovina. No, non è solo rovina. E’ un’icona. E’ un nome. Un impero. E’ bellezza struggente, forza d’animo, alzata di capo. Mi hanno distrutta diverse volte nel corso della storia. E io sono sempre rinata, tre volte più forte, tre volte più grande, ostinata, opulenta. Ho vinto la peste, i saccheggi dei Goti, il Sacco dei Lanzichenecchi, il bombardamento di San Lorenzo e Dio solo sa quanti altri orrori che mi hanno quasi rasa al suolo, perfino l’incendio dell’epoca neroniana. Ma sono sempre tornata a vivere, splendida e ancor più splendida di prima.

Io sono Roma. Bombardatemi e mi costruirò cento volte più forte, cento volte più opulenta. I lupi mi allattano, le aquile mi proteggono, i leoni mi temono. Dormo sotto gli scudi a testuggine, mi culla il suono dei tamburi, i corni da guerra intonano la mia ninna nanna. Ma datemi in mano a un inane e soccombo alla follia.