C’è chi dice “rimandiamoli a casa”, c’è chi dice “aiutiamoli a casa loro”, c’è chi dice che sono portatori di malattie, c’è chi dice che sono i primi criminali d’Italia.

Quanto nella nostra visione del mondo incide il nostro pregiudizio? Quanto sappiamo ciò di cui parliamo?

Immigrati, emigrati, gente che migra… chi è? Si sceglie di abbandonare la propria terra o si è costretti?

Negli ultimi anni si è assistito a numerose guerre civili nel mondo arabo, alle quali l’Occidente ha dato il nome di Primavera Araba. In alcuni casi hanno portato al ribaltamento del potere precostituito ed in altri a crisi costante e latente. I tumulti e moti popolari, scatenati da problematiche endogene ai paesi, hanno interessato inizialmente l’area nord-africana si sono allargati ad effetto domino sconvolgendo l’area Medio-Orientale, con il coinvolgimento di diversi paesi, come la Tunisia, la Libia, l’Egitto, la Siria, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e Gibuti, in seguito hanno contagiato anche Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Somalia, Marocco, Kuwait. E alcuni conflitti ancora non trovano risposte definitive nonostante l’intervento di forze internazionali.
Il Bel Paese si trova coinvolto in primis, per la posizione geopolitica strategica, porto d’approdo e passaggio per arrivare negli altri stati. Ma, malgrado i numeri delle persone arrivate sulle nostre coste e nonostante la detenzione, alle volte, fin troppo prolungata nei nostri centri di prima accoglienza, è un flusso in continuo movimento che sceglie e spera di spostarsi in altri paesi Europei.

Se l’Europa è disposta al dialogo per una nuova politica europea sull’immigrazione, se molti paesi si dicono vicini all’Italia e pronti alla collaborazione per una distribuzione equa ed efficace delle persone in questione, il problema di questa fittizia invasione qual è?

Purtroppo la verità, la verità italiana è molto scomoda da affrontare. Siamo vittime di un vuoto legislativo enorme, vittime di governi che si son ben guardati dal colmare una lacuna, che probabilmente avrebbe permesso una gestione differente di ciò che fa parte del DNA umano, emigrare. Quando si è potuto, han fatto leva sulle paure utilizzando termini come invasione, sugli stereotipi e sull’assenza di una normativa valida che regolamentasse i flussi, l’accoglienza e l’integrazione di chi ha scelto di scappare da un conflitto, dalla fame, dalla povertà o chi, purtroppo, non l’ha scelto ma si è trovato direttamente in acque italiane con una benda sugli occhi e completamente nudo. Di chi ha sentito una sola frase mentre la luce si palesava di nuovo dinanzi i suoi occhi: “welcome to Italy”. Contento di essere con noi? Probabilmente no! Costretto? Probabilmente si!

Il diverso è qualcosa che ha sempre spaventato, ciò che non si conosce fa paura, mette timori e ansie, ma ci rendiamo conto che è una fobia reciproca?

Dalla Primavera Araba, molte sono le persone giunte sulle nostre coste, molti sono stati gli ostacoli, le difficoltà e i malumori che hanno invaso la società italiana ed europea. Molti sono stati gli indici puntati contro chi, in quel momento, meglio si prestasse a capro espiatorio. Ma ora non voglio sottolineare come in realtà all’interno di questi sbarchi i numeri siano andati sempre diminuendo, secondo dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Per esempio, a parità di periodo nel 2018, si è registrato un calo rispetto al 2016 del numero di migranti sbarcati di circa l’84%. Non voglio sottolineare come la mancata partecipazione italiana a tutti gli incontri di Bruxelles per regolarizzare la gestione italiana in Europea in merito al fenomeno migratorio abbia, inevitabilmente, portato sconforto, apparente carenza di fondi e disagio. Non voglio sottolineare che sono passati 8 anni dall’improvvisa ondata di persone dal mediterraneo, dove la problematica non è mai stata troppo legata ai numeri ma all’apparente inconsapevolezza di ciò che accadesse nei paesi, dove noi abbiamo diverse relazioni politiche, economiche e commerciali. Non voglio sottolineare come i nostri timori siano stati alimentati e strumentalizzati per fini elettivi. Voglio sottolineare come ad oggi, sia stato fatto poco o nulla per colmare le nostre lacune normative e culturali, nessuno ha ammesso anche una qualche forma di responsabilità rispetto ai  conflitti che hanno devastato popolazioni, accanto, ebbene si, accanto ai nostri preziosi oleodotti. Noi abbiamo assistito al vertiginoso crollo di popoli interi, abbiamo visto quelli che, sono stati inevitabilmente, anche gli effetti della nostra secolare cooperazione; volta poi allo sviluppo di chi realmente?

Mi preme rassicurare un po’ gli animi, ricordando che il tasso di criminalità in Italia non è aumentato ma diminuito, che la maggior parte delle violenze e degli omicidi avvengono per mano di chi ti è accanto, che la mancata legislazione porta allo sbando non solo chi arriva qui consapevolmente e non, ma anche il popolo autoctono, che se qualcosa di buono è stato fatto, all’interno di queste dinamiche disastrose, ha in buona parte le sue basi nel volontariato e nelle organizzazioni non-profit. Mi preme altresì ricordare che l’essere umano non può essere alla base del proprio business: chiudere le strutture ricettive turistiche per metterci dentro più persone e lasciarle a marcire a fronte di un pagamento, non è umano. Ancora più disumano è lo stanziamento di fondi non soggetto a scrupolosi e veri controlli, a favore di questo nuovo business. L’assenza di un programma assorbito e condiviso a livello nazionale e sostenuto dall’Unione Europea ha amplificato i disagi, i costi e l’allungamento dei tempi tra i vari passaggi che compongono questo fenomeno. La storia ci insegna che il diverso è fonte di ricchezza, che la diversità può essere complementare, che la diversità è cultura, che tutti noi siamo stati vittime di pregiudizi e stereotipi ma non per questo dobbiamo demonizzare e condannare chi si palesa dinanzi a noi.