Il retro dell’edizione Bompiani recita che la trilogia de

Il Signore degli Anelli è stata definita il libro del XX secolo. Definizione che non deriva solamente dal carattere fondamentale del libro, rivisitazione in chiave contemporanea della Bibbia, dei poemi omerici e del ciclo carolingio/bretone, in salsa epica e fiabesca; ma è dovuta poi a ciò che ha rappresentato per i figli degli anni ’80 e ‘90, che ne hanno potuto apprezzare l’ampia visione.

A differenza di altre saghe di grande successo, senza alcun dubbio, si tratta di
opera di grande letteratura, come è evidente dalle strutture grammaticali di cui Tolkien orna le lingue dell’universo dell’Arda, malgrado che ciò non venga considerato un vanto in Italia. La vera potenza del libro non è dovuta alla sua complessità o alla sua storia, ma quasi esclusivamente alla sua leggerezza. Senza prenderci troppo in giro, il lettore medio non entra in libreria per cercare un testo che lo snervi, soprattutto se si parla di narrativa fantasy. Il successo e la grandezza de Il Signore proviene proprio dall’unione di elementi aulici ed insieme semplici e godevoli, senza la necessità di badare all’infinità di allegorie presenti nel testo.

La leggerezza non è neppure un bene per l’opera

tolkeniana, soprattutto dopo l’uscita dei tre film al cinema, che ne hanno aumentato esponenzialmente il pubblico. A causa dell’immagine collettiva del fantasy,  genere relegato all’età adolescenziale (e credo che fu dovuto al boom che
ebbe tra i ragazzi degli anni ’90-’10), l’opera del filologo di primo acchito non viene più
considerata quel capolavoro di complessità e semplicità, ma pura lettura da
passatempo.

La trilogia è anche questo, ma quello che viene quasi esclusivamente messo
in rilievo in questo modo è la fantasticheria, facendo cadere nel dimenticatoio quasi tutte le conoscenze filologiche e letterarie di Tolkien. Non andrebbe trascurata la formazione cattolica dell’autore, fondamentale per la stesura del Silmarillion, prequel de Il Signore, che risente maggiormente di questa influenza. Così anche la derivazione di molti personaggi, tra i quali Gandalf, la guida della compagnia dell’anello. Senza ombra di dubbio, lo stregone rappresenta un nuovo Cristo, la luce che ha condotto, guidato e tratto in salvo i suoi compagni nell’oscurità delle miniere di Moria, tornando in seguito in vesti divine.

Il Signore degli Anelli purtroppo non è stato capito dal grande pubblico che lo ha relegato, ingiustamente, ad una letteratura adolescenziale e di puro svago. Questo il problema; la fortuna però è che oggi gli adulti, sotto sotto, restano adolescenti gran parte della vita abbastanza a lungo per apprezzare l’opera mitica di Tolkien