Il mondo oggi è cambiato rapidamente; il dominio della tecnologia sembra aver spezzato ogni ricordo del lontano passato. L’odierna informazione degli avvenimenti ha un mercato mondiale: fagocita tutto e unifica tutti simultaneamente. La nostra curiosità, come molla della conoscenza, è spesso assorbita dai fatti lontani geograficamente per quanto importanti e utili. Di conseguenza siamo portati un po’ tutti a ignorare ciò che è accaduto di storico sul proprio territorio, ostentando minore interesse per le conoscenze microstoriche del vissuto con il rischio di smarrirle nelle vicende o di perderle nella memoria confusa del presente. Sarebbe bene che tutti avessimo una conoscenza delle due realtà collegando la microstoria con la macro per stare al passo con i tempi che corrono.

“La Nascita di Monte Comparti, tra storia e leggenda”

La leggenda narra che nell’antichità sul “Monte” si sarebbero insediati degli esuli giunti dalla Grecia e guidati da Glauco figlio di Minosse re di Creta. Gli storici li chiamarono Labici e Virgilio nell’Eneide li presenta così: “Agamina densatura campis Argivaesque pubes. Aruameaeque manus Rutuli, veterasque Sicani et Sacranae acies et picta Scuta Labici”

Era il 1264 a.C e i Labici, dopo essersi insediati sul “Monte”, deposero i loro “Penates” ( I Penates o Penati sono esseri spirituali della Religione romana, simili agli angeli custodi del Cristianesimo. Sono gli Spiriti Protettori di una famiglia e della sua casa, ed anche dello Stato) costruendo il loro villaggio e cittadella; da questo momento inizia la storia del borgo di Monte Compatri. Nell’anno 255 o 256 dalla nascita di Roma, la cittadella labicana fu occupata da Gneo Marcio Coroliano, un grande uomo politico e generale valoroso appartenente all’antichissima “gens marcia” (clan familiare di origine sabina). Successivamente i popolo labicano si alleò con gli Equi. Dichiararono guerra a Roma ma furono sconfitti dal dittatore Quinto Servilio Prisco. L’accampamento del popolo Latino ed Equo fu saccheggiato, ma i Labicani si diedero alla fuga, per evitare la sconfitta. I Romani non appagati dalla vittoria si portarono a Labico e 846 anni dopo la sua fondazione la cittadella fu distrutta, e su volere del Senato romano il territorio labicano divenne una colonia.

I labicani allo sbando si dispersero sul territorio circostante, alcuni furono deportati a Roma e si insediarono ai piedi del Celio da dove partità la Via Labicana. I coloni sopraggiunti da Roma si unirono con gli sbandati e fondarono una nuova colonia che con il tempo si chiamò Labico Quintanense, tale nome le derivò dal fatto che la nuova colonia fu fondata al quindicesimo miglio della via Labicana. La coltura principale era la vite, i vini di Labico erano molto famosi e di gran pregio, e secondo fonti attendibili l’imperatore Caracalla ordinava grandi quantità di frutta prodotta da queste terre. I resti dell’antica Quintanese sono sparsi tra la Pasoliniana, Colle di Sant’Andrea e verso i territori che confinano con la via Maremmana, dove alcune strade romane proseguono verso i territori Monticiani.


La Chiesa di Santa Maria Assunta in cielo

Nel 313 d.C, con l’editto di Costantino i Cristiani uscirono dalla clandestinità, iniziarono a riunirsi nelle domus ecclesiae, abitazioni private adibite alla riunione dei fedeli. Le ecclesiae anteriori al quarto secolo erano strutture ipogee (Catacobe) e lì i cristiani si riunivano in clandestinità. Labico a quell’epoca era un Municipium ormai in declino; la libertà di culto riorganizzò la città, il vecchio municipio risorse con la sua diocesi.

Verso la fine del IX secolo gli abitanti delle terre labicane si stabilirono sul Monte (luogo dove anticamente si stabilirono i padri), dopo che le terre labicane furono distrutte, saccheggiate e rase al suolo dalle invasioni di Barbari – Unni, Vandali, Goti, Ostrogoti, Longobardi e Saraceni. Il Monte era un luogo strategico, permetteva di controllare tutto il territorio in posizione privilegiata, l’aria era salubre e libera dalla malaria, e nei secoli IX e X venne edificato il Castello e una piccola cappella, capace di raccogliere i pochi abitanti di Labico Quintanense. Alla distruzione del Tuscolo gli abitanti profughi incrementarono i centri abitati nelle vicinanze ed in quel periodo si svilupparono le costruzioni del Borgo Ghetto e sorse anche una chiesa più ampia, dedicata a S. Brigida, titolo che poi mutò, verso il 1600, in quello di Santa Maria Assunta in Cielo. Quando il Cardinale Scipione Borghese acquistò il Feudo di Monte Compatri, il 24 Dicembre 1613, l’antica chiesa di Santa Brigida, era chiusa ai fedelì poichè era in fase di restauro. Il progetto di restauro fu presto modificato ed ampliato per ordine del Feudatario, il quale la volle dedicare a Santa Maria Assunta in Cielo e non più a Santa Brigida. Non è nota la data di costruzione dell’antica chiesa, e nemmeno si sa con certezza per volere di chi o per quale motivo essa fosse stata un tempo dedicata a Brigida di Svezia, una figura, che era stato oggetto di grande venerazione e alla sua morte imponente fu la partecipazione di devoti.

Nell’ottobre del 1371 Papa Bonfacio IX proclamò santa “La Mistica del Nord”, il Feudatario di Monte Compatri in quel periodo era Tebaldo Annibaldi. Si crede infatti che sia stato proprio Tebaldo ad erigere e dedicare l’antica chiesa di Monte Compatri a Santa Brigida. Alla morte di Tebaldo, avvenuta nel 1404, non subentrò in Monte Compatri una figura altrettanto importante, e il Feudo venne suddiviso fra 3 eredi. Nel 1423 con Lorenzo Colonna ritornò l’unità feudale, cui seguì il Cardinale Prospero Colonna (nato Oddone Colonna). Ma sarebbe inverosimile pensare che un membro dell’ Augustissima Famiglia Colonna avrebbe potuto dedicare la chiesa del proprio feudo ad una santa supportata dalla famiglia Orsini, i loro più acerrimi nemici.


“La storia Locale custode della memoria del territorio”

La Storia nasce come storia locale. Prima dell’affermarsi delle scuole di pensiero e teorie, la storia era quella della comunità, del gruppo sociale che narrava se stesso e in tal modo perpetuava la sua esistenza e la sua coesione. Conoscere la storia del proprio paese è come costruire i basamenti ad un edificio. Sapere ciò che è avvenuto nel passato significa valorizzare il presente. L’opera dell’Architetto Pietro Mazzarini è un vero atto d’amore per il proprio paese, è una documentazione divenuta libro prezioso di consultazione e valido messaggio promozionale per Monte Compatri considerato nella sua duplice funzione: memoria e trasmissione. In centoottantotto pagine vi sono racchiusi cinque anni di studi e ricerche, fondati sulla raccolta di documenti, consultazioni di libri antichi situati in archivi e biblioteche Capitoline e  Castellane. Un lavoro certosino ed impegnativo, non poche sono state le difficoltà che l’autore ha incontrato per creare un profilo della Collegiata suffragato da atti e cartografie pienamente documentabili a causa delle lacune e della precaria chiarezza delle fonti storiche. Ma una una grande soddisfazione per lui sono state le ricerche sulle fonti di archivio, sulle piante e sulle incisioni, ma alcuni documenti gli hanno permesso di ricostruire la dimensione urbanistica e l’evoluzione della stessa.

Mazzarini con la sua ricerca storica ci presenta varie figure e personaggi e vicende che ruotano intorno ad avvenimenti inerenti alla costruzione del Duomo di Monte Compatri (Soprattutto nel periodo Ottocentesco). L’opera dell’autore che per un lungo periodo si è dedicato e immerso nella ricerca di fonti e notizie ci fa riflettere sul fatto che al giorno d’oggi gli avvenimenti importanti avvengono su scala nazionale o planetaria, ma non dobbiamo dimenticare che nell’antichità la vita si svolgeva nel micromondo locale. La vita privata, la cultura antropologica, le consuetudini, i rapporti sociali e via dicendo si vivevano nell’ambito dei luoghi di residenza e di azione.


Pietro Mazzarini nasce a Monte Compatri il 14 Luglio 1945. Laureato in Architettura, la sua grande passione, e già da quando frequentava la facoltà da discente ideò una raccolta di documenti inerenti alla storia del Duomo di Monte Compatri. Dipendente ENI ora in pensione, è sposato con Alida e padre di due figli, Alessandro e Dario. Negli anni’ 70 fondò insieme ad altri compatresi la sezione locale dell’Archeoclub. Negli anni’80 ha ricoperto la carica di Ispettore Onorario per il Ministero dei Beni Culturali. Dal Giugno 2017 è delegato alla Cultura del Comune di Monte Comparti. Questo libro rappresenta il suo sogno realizzato.