Avrebbe potuto avere la decenza di tacere, così come io ho avuto la decenza di sospendere il titolo del mio editoriale anche se, non è difficile cogliere l’entità della figura che ha fatto Roberto Saviano, nel puntare il dito contro la Polizia di Stato, asserendo che questa sia ridotta a servizio d’ordine di un partito per la sua campagna elettorale.

Innanzitutto mi ha stupito la ferma risposta della Polizia di Stato su twitter:

è il segnale che questa volta, lo scrittore della malavita, leader dei radical chic, sia andato davvero oltre. E non perché non possa esprimere liberamente il suo pensiero ma perché, con quanto ha scritto pubblicamente, ha offeso pesantemente una Istituzione dello Stato che un sedicente paladino della legalità dovrebbe rispettare, in quanto il corpo della Polizia di Stato non è suscettibile di colori politici o bandiere di partito. Ma questo Saviano lo sa, è proprio che la Polizia non gli piace.

Non solo l’Istituzione:

Roberto Saviano ha offeso la dignità di migliaia di uomini e donne in divisa che hanno scelto per mestiere la tutela della sicurezza e delle libertà costituzionalmente garantite di tutti i cittadini. Anche le sue, considerato che, usufruisce del servizio di scorta e, sputare nel piatto in cui si mangia, è tipico di chi ha la pancia piena.
Un post, quello di Saviano, che potremmo definire un vero e proprio delirio. Tanta è la rabbia e l’ossessione nei confronti della Lega e del Ministro dell’Interno Matteo Salvini che, accecato da questo senso di frustrazione, ha vomitato sui social quella che potremmo collocare sul podio delle sciocchezze (sempre per decenza).

Mi chiedo e vi chiedo:

con quale criterio o metro di giudizio, Saviano si prende il lusso di puntare il dito contro una Istituzione dello Stato che, tra i suoi appartenenti, ha visto diverse vittime proprio per mano delle mafie che dice di contrastare?
L’elenco è lunghissimo e doloroso. Per non parlare di quanti ogni giorno, sono vittime di violenza mentre sono in servizio o peggio, muoiono.

Ha mai provato Saviano, magari guardando negli occhi uno degli uomini che gli stanno alle spalle, a comprendere come vive un poliziotto, cosa si lascia alle spalle, quali e quanti affetti sacrifica, quali scelte ha dovuto subire a causa della sua vita professionale. Quante volte ha avuto paura di morire.
No, non se lo chiede. Altrimenti lo avrebbe scritto nei suoi libri, incentrati sul controllo della criminalità nel Meridione e mai sulla costante presenza dello Stato. Di quella Istituzione verso la quale ha puntato il dito in maniera vergognosa ed inopportuna.

Tante sono state le polemiche, quando fu annunciato che Gomorra sarebbe diventata una serie TV.

Ci si preoccupava del rischio “emulazione”. Rischio che lo stesso Saviano in una intervista sminuì, dicendo che si tratta di “cose che già succedono”. Si, sono sicuramente cose già successe, ma potrebbero diventare uno spunto, nel momento in cui viene raccontata la realtà in cui il criminale agisce, senza mai fare menzione alla presenza dello Stato. E prendendo proprio in esame la Campania, location dei suoi racconti, lo Stato lì c’è. C’è stato… E’ scolpito nella storia delle operazioni della Squadra Mobile di Napoli, capeggiate all’epoca dal Commissario Vittorio Pisani, che ha messo personalmente le manette a due boss del clan dei Casalesi: prima Antonio Iovine, poi Michele Zagaria.
Lo Stato c’era anche quando grazie al poliziotto Roberto Mancini, si è avviata l’indagine che ha portato al processo per disastro ambientale, per lo sversamento di rifiuti tossici e radioattivi nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”.

Il poliziotto Roberto Mancini, caro Saviano, durante le sue indagini, a causa del contatto ravvicinato con quelle sostanze, si è ammalato di linfoma di non hodgkin che, dopo una lunga battaglia, lo ha portato alla morte nel 2014.
Come vedi, caro Saviano, la Polizia non è serva di un partito, ma serve lo Stato. Quello che c’è, è sempre presente, tutela tutti, te compreso, e manca solo nei tuoi libri della malavita. Che pena.