A Idlib, nella zona di deescalation, si sta preparando uno degli ultimi scontri decisivi per la guerra in Siria.

La battaglia, sulla scia delle primavere arabe del 2011 e aizzata/finanziata da europei, israeliani, sunniti (Paesi del golfo+Turchia) e americani, oltre agli interessanti risvolti militari, segna un importantissimo snodo su due livelli.

In primis, la guerra non lascia mai le cose intatte e a prescindere da sconfitta o vittoria di una fazione, al suo termine, gli equilibri vengono sempre ridefiniti. In questo caso si parla di una delle zone più calde del mondo da 70 anni ad oggi e gli equilibri che si andranno definendo in questi mesi cambieranno le sorti del potere politico in medio-oriente negli anni a venire.

Infatti, risulta chiaro come gli equilibri stiano diventando sempre più dipendenti da forze endogene, ovvero da Stati che risiedono nella stessa area geografica. In questo caso vediamo l’emergere politico sullo scacchiere internazionale della Turchia, polivalente/doppiogiochista di Erdogan, e della teocrazia a metà fra passato e futuro Iraniana, del moderato Rouhani.

Un solido asse Turco-Iraniano, come qualsiasi asse sunnita-sciita è alquanto improbabile nel lungo termine, ma nel breve termine una convergenza mediata dalla Russia può stravolgere totalmente quello che fino ad oggi è stato dominio statunitense.

In secondo luogo è chiaro come il cambiamento più importante è proprio dovuto al cambio di potere al consiglio di sicurezza dell’Onu: la guerra in Siria sta mettendo una pietra miliare che segna la fine prematura dell’egemonia Statunitense (uno dei cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza) in favore della Russia di Putin (altro membro permanente del consiglio).

L’esito della guerra è dunque fondamentale sia per stabilire i giochi di potere locali in medio-oriente, i cui Stati, seppur fra molteplici difficoltà, riescono sempre più ad emergere autonomamente sullo scacchiere, e sia soprattutto a livello internazionale, dove va definendosi un gioco multipolare caratterizzato da una pluralità di attori (per lo più asiatici) che vede il tramonto degli USA come unici poliziotti (auto-eletti) del mondo.

Per i prossimi 20 anni, prima della ascesa dell’Africa e dei paesi artici come potenze (attesa per la fine di questo secolo) non potrà esserci conflitto al cui tavolo non siederanno Russia, Cina e presto anche India. La presenza di Uncle Sam sembra sempre meno necessaria. Con sommo gaudio di Trump, che ha fatto del disimpegno la propria arma elettorale e che si trova ben felice nel vedere che della spinosa questione siriana se ne stiano occupando altri.

Ma come sarà la Siria post-conflitto?

Intanto cambieranno i confini esterni e i confini amministrativi interni alla Siria, la quale sarà molto probabilmente provvista di un ricambio di classe politica (eccetto per i vertici, dominati dai figli di Assad) nonché un cambio di Carta Costituente. Cambierà il ruolo della Russia che militarizzerà e fortificherà la propria posizione militare. Così come farà l’Iran. Un po’ meno la Turchia, che da acerrima nemica potrà ambire solo ad avere una influenza maggiore sulle zone di frontiera e sui curdi.

I curdi sono l’unico tassello che, una volta sconfitti i ribelli sedicenti moderati, potrebbero destare scompenso per gli anni a venire. La situazione curda è infatti da anni molto spinosa e riguarda i quattro Stati in cui essi risiedono (Siria, Iraq, Turchia e Iran).

Seguirà la Siria il modello iracheno che prevede un’ampia autonomia o seguirà il modello turco improntato sulla repressione etnica?

Di sicuro, dopo il tributo in sangue versato dai curdi in questa guerra, il loro sforzo non potrà essere totalmente ignorato. Almeno non dai curdi stessi, che potrebbero non deporre le armi e contro cui la Russia non sembra volersi schierare contro.