Il ritrovamento e la detenzione di Cesare Battisti e le reazioni successive all’evento dimostrano quanto la stagione degli anni di piombo sia una ferita ancora aperta nei ricordi di molti italiani, cominciando da chi l’ha vissuta in prima persona e i famigliari delle vittime fino ad arrivare all’universo di persone che abbiamo sentito parlare in modo sempre frammentato e poco chiaro su una delle pagine più buie della vita repubblicana sulla quale rimangono tante interroganti senza risposte.

La cattura di Cesare Battisti, ex-terrorista appartenente ai Proletari Armati per il Comunismo, sembra riaprire un dibattito molto complesso che va oltre la capacità di lettura dei nostri politici, ma che può rappresentare un passo avanti nell’accertamento di alcune verità su quanto accaduto nella Seconda metà degli anni Settanta, quando il terrorismo di matrice rossa ha evidenziato una vera e propria escalation.

Sulla stagione degli anni di Piombo, le testimonianze e i racconti offerti dalla letteratura e dalla pubblicistica sembrano aver esaurito l’argomento senza però offrire una risposta vera e propria alle molteplici interroganti che si mantengono ancora in piedi. Inoltre, è stato impossibile avere una lettura condivisa da parte dell’opinione pubblica con la quale si possa dare un giudizio ‘sano’ ed oggettivo su quella stagione. Gli scontri ideologici sono ancora vivi e proseguono ma senza la stessa intensità, per fortuna.

In realtà, ci sarebbe ancora tanto da dire sulla stagione che va dalla Strage di Piazza Fontana nel 1969 fino ai primi anni Ottanta, la quale ha raggiunto il proprio picco nel periodo che va dal 1977 fino al rapimento Moro e il suo tragico epilogo. Durante quegli anni, il terrorismo, sia di matrice nera, sia di matrice rossa, ha lasciato oltre 350 morti e circa 1000 feriti.

L’Italia, durante quegli anni, fu un’osservata speciale da parte delle diverse cancellerie. Da entrambi i lati del Muro di Berlino si guardava al caso italiano con preoccupazione e, nonostante le strumentalizzazioni politiche fatte a seconda dell’ideologia di turno, l’esistenza di gruppi sovversivi con la capacità di colpire il cuore dello Stato rappresentava una preoccupazione non indifferente.

Ritenuto da alcuni il “malato d’Europa”, l’Italia era diventata un vero e proprio Laboratorio di eversione e, sebbene si voglia attribuire la forza del terrorismo a possibili piste e collegamenti esterni, in realtà, la maggior parte delle cause erano attribuibili alle dinamiche interne di un Paese in difficoltà, la cui classe politica stentava a fare le riforme necessarie per sbloccare un’economia in crisi e nel quale l’Opinione Pubblica provava una certa stanchezza e indifferenza rischiando di abituarsi al clima di terrore e di violenza.

Il terrorismo era diviso in due matrici ideologiche che avevano lo stesso obiettivo. Se da un lato il terrorismo di Sinistra godeva il sostegno di una certa base sociale, quello di Destra vantava di un ampio sostegno a livello economico e, nonostante la loro differenza ideologica, entrambi sembravano far parte di un unico e furioso attacco alla democrazia mirato ad impedire ogni forma di collaborazione tra le forze politiche presenti nel Parlamento.

C’è da considerare che, sebbene il terrorismo di ispirazione ideologica sia stato scongiurato dalle nostre piazze, i problemi di matrice socioeconomica che hanno dato vita a questo fenomeno sono rimasti irrisolti.