Non è arretrato di una virgola dopo il coup de théâtre del ritiro della mozione di sfiducia da parte di Salvini. Con parole chiarissime e inequivocabili, rifiutando la logica degli “espedienti, tatticismi e giravolte verbali” e soprattutto della mancanza di “leale collaborazione” da parte del leader della Lega, Giuseppe Conte ha confermato le sue dimissioni e al tempo stesso la sua statura umana e politica.

Vive la différence. Da una parte il richiamo al ruolo centrale del Parlamento, all’ortodossia istituzionale e alla laicità del nostro sistema democratico. Dall’altra, la “muscolarizzazione” della politica e proclami politici con il crocefisso in mano.

Alle osservazioni di Conte, il leader della Lega ha risposto con la strafottenza di uno scolaretto ribelle fino in fondo, offeso che è stato cazziato perchè l’ha combinata grossa: “Lei mi ha definito pericoloso, autoritario, preoccupante, irresponsabile, opportunista, inefficace, incosciente. Per dirmi tutto questo bastava il Saviano di turno, non serviva il Presidente del Consiglio”. “Grazie e finalmente. Rifarei tutto quello che ho fatto”. Traduzione: continuerei a fare e disfare, dire una cosa e il giorno dopo il suo contrario, come ho fatto segnatamente nei “12 giorni di follia di agosto”, come li ha definiti la Senatrice del M5S e Vice Presidente del Senato Paola Taverna. Ottusità o coerenza? Lo decideranno gli elettori. Personalmente, propendo per la prima delle due.

E ancora, quel riferimento di Salvini alla “protezione del cuore immacolato di Maria per l’Italia, la chiedo finchè campo, non me ne vergogno, anzi sono ultimo e umile testimone”. Parole che hanno disturbato più che lusingato la sensibilità religiosa di tanti.

Da Conte rigore, sobrietà e richiamo costante al rispetto per le istituzioni. Da Salvini un’autoproclamazione di coraggio (“Non ho paura del giudizio degli Italiani, sono qua con la grande forza di essere un uomo libero”) demolita da Conte nella sua risposta al termine del dibattito a Palazzo Madama: “La crisi porta la firma di Salvini, ma se gli manca il coraggio me lo assumo io. Ritengo sia l’unica obbligata, trasparente, lineare soluzione”.

A chi, durante il dibattito al Senato, gli ha rimproverato un “risveglio tardivo” di consapevolezza nei confronti di Salvini, Conte ha rinfrescato la memoria: “In una conferenza stampa il 3 giugno ho declinato il concetto di leale collaborazione, affinchè la grammatica istituzionale sia rispettata. Prendo atto che Matteo Salvini dopo il 3 giugno ha stentato a cogliere nei fatti il concetto di leale collaborazione, e prendo atto che gli manca il coraggio di assumersi la responsabilità dei suoi comportamenti”.

Dieci metri sopra tutti. Parole semplici eppure taglienti come lame, che convincono perchè non appartengono al politichese, ma al linguaggio del buonsenso.

Salvini esce indebolito da questa crisi: dopo aver provocato repentinamente la crisi, la decisione di ritirare la sfiducia in zona Cesarini mostra quanto elevato sia il livello d’incertezza sulla strada da seguire. E c’è da chiedersi se in casa Lega siano tutti d’accordo con la linea del “Capitano”.

Decisamente più sofisticati, convincenti e meritevoli di attenzione gli argomenti esposti dal Senatore Alberto Bagnai, che con pochi dati ha declassato da “patologico” a fisiologico lo scenario dell’esercizio provvisorio e ha rimproverato a Conte una mancanza di trasparenza e di “parlamentarizzazione” della riforma del testo del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità, quel “Fondo salva Stati” che è già costato all’Italia 50 miliardi), non rinunciando ad una stoccata sarcastica: “Conte si preoccupa dello spread, ma lo spread non si preoccupa di Conte”.

Se un’altra maggioranza è possibile, non sarà meno improbabile del “Salvimaio” (cit. Andrea Scanzi). Personalmente, non credo nella tenuta di un governo M5S-PD, che sarebbe il frutto di una maggioranza-Frankestein fragile, priva del sostegno di un’ampia fetta degli elettori del M5S e inevitabilmente esposta alle variegate posizioni espresse dalle cordate in seno al PD. Credo pero’ che il ritorno alle urne – invocato e brandito da tutti gli schieramenti all’insegna dell’ “io-non-ho-paura-del-risultato” – riserverà a questo punto più di una sorpresa.

Spettatori delusi di questa crisi, una parte non trascurabile dei 51 milioni di elettori italiani. Ci sono i delusi delle scelte su ILVA e TAP, ai quali sono state tuttavia spiegate le ragioni del risultato della trattativa.

E poi c’è il popolo della libertà di scelta, che dalle piazza di tutta Italia ha manifestato contro l’obbligo vaccinale imposto dalla Legge Lorenzin nell’agosto 2017, ai quali non è stato spiegato nulla. Hanno votato in tanti Lega e M5S dietro la promessa, in campagna elettorale, che la strada che si sarebbe seguita era quella della raccomandazione, e non l’obbligo.

Poco meno di un anno fa, il 7 settembre 2018, veniva presentato il DDL 770 a firma congiunta M5S-Lega, che doveva garantire appunto il “superamento” della L.119/2017.

Ma il testo – che non è ancora legge – in perfetta continuità con la Legge Lorenzin, ne rimodula semplicemente le disposizioni di applicazione. E in concreto, promette di inasprire il crollo di fiducia nelle istituzioni, la rottura dell’alleanza terapeutica, l’applicazione arbitraria della norma da parte delle autorità sanitarie locali (già vista, soprattutto in Emilia Romagna) e discriminazioni ingiustificate di bambini sani negli asili e nelle scuole materne (già viste in tutta Italia). Il tutto, in un clima da caccia alle streghe degno del Medioevo, alimentato dai media e da testimonial “eccellenti” in odore di nomina politica.

Le coperture vaccinali sono aumentate in tutta Italia. In alcune Regioni hanno raggiunto i livelli desiderati per la cosiddetta “immunità di gregge”, quell’Araba Fenice sulla quale la scienza, dati alla mano, continua a rifiutare di interrogarsi. Eppure tranne la Basilicata, tutte le Regioni, con il Lazio in testa, continuano a segnalare casi di morbillo e soprattutto un’incidenza ragguardevole tra i medici, gli operatori sanitari e scolastici. Categorie non soggette ad obbligo vaccinale (e ad esso decisamente contrarie).

La campagna elettorale è già iniziata. Le scuole aprono a metà settembre. Signori della politica, stavolta pensateci bene a cosa promettete.