Un giovane gambiano di 26 anni è morto in un incendio divampato la notte scorsa in una baracca del ghetto di Borgo Mezzanone, l’agglomerato abusivo sorto a pochi chilometri da Foggia.

Le cause del rogo non sono ancora accertate. La baracca si trova nella zona interessata dagli abbattimenti delle scorse settimane.

A quanto si è appreso, il corpo completamente carbonizzato della vittima, è stato scoperto solo dopo la conclusione delle operazioni di spegnimento dell’incendio.

Il giovane gambiano era ospite del Cara – Centro Richiedenti Asilo che si trova esattamente accanto alla baraccopoli abusiva. Da qualche mese irregolare in quanto non era stata accolta la sua richiesta di asilo.

Ora gli inquirenti dovranno accertare se il giovane sia morto nel sonno per i fumi sprigionati nell’incendio o per altre cause. Il gambiano è stato ritrovato steso a terra quasi completamente carbonizzato.

La baracca era costituita prevalentemente da lamiere e legno. Non si esclude la possibilità che nei prossimi giorni venga disposta un’autopsia per accertare le cause del decesso.

Il commento del ministro dell’Interno Matteo Salvini

“La tragedia conferma che i grandi insediamenti di stranieri, legali e abusivi, che abbiamo ereditato dalla sinistra erano e sono un problema. Abbiamo il dovere – continua – di riportare sicurezza, ordine e legalità continuando con i controlli, gli sgomberi e i progressivi svuotamenti”.

“Ogni morte ci appartiene, ci rattrista, sempre se siamo una società civile che sente il dovere di prendersi cura di tutti e soprattutto dei più deboli”. Lo riferisce il presidente della commissione antimafia, Nicola Morra, commentando la morte di un giovane gambiano nel ghetto di Borgo Mezzanone in seguito ad un incendio.

“Oggi è morto un mio amico. Ho già perso due miei amici tra le fiamme”. È quanto riferito ai cronisti da Muhammed Mboob senegalese di 21 anni che, sconvolto per la tragedia nella baraccopoli dei migranti di Borgo Mezzanone, rivolge un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e a Papa Francesco, affinché “ci aiutino”.

“Non possiamo più vivere così – dice -. Noi vogliamo lavorare, non veniamo qui in Italia per fare del male. Chiediamo che ci aiutino con i documenti, perché non si può vivere e morire così”.

“Ieri sera ero con lui, ero con mio fratello – racconta ancora sotto choc -. Oggi mi sono svegliato e senza neppure lavarmi il viso sono corso qui tra le baracche perché ho saputo che era morto”.