Un abbraccio significativo e storico, quello tra il premier etiope Abiy Ahmed ed il presidente eritreo Isaias Afewerki. I due si sono incontrati domenica 8 luglio con lo scopo di sancire la fine dell’ostilità che per quasi 20 anni aveva attanagliato i due paesi. A causare la guerra furono questioni di confine ( entrambi i governi si contendevano in particolar modo la città di Badme) dopo che l’Eritrea si staccò dall’Etiopia nel 1993. Nel 2000, i due Paesi firmarono un accordo di pace, noto come Accordo di Algeri al seguito del quale venne riconosciuto il controllo eritreo sulla città contesa. Ciononostante, la risoluzione non venne mai accettata dal governo etiope (il quale continua a mantenere truppe nella città) fino appunto a domenica scorsa. Si stima che il numero di morti nei due anni di conflitto possa variare da 70.000 a 100.000 persone. Dopo il vertice, Ahmed ha affermato che “lo stato di guerra esistente tra i due paesi è giunto al termine”. Inoltre, verrà ripreso il traffico aereo e navale, la libera circolazione delle persone, la riapertura delle ambasciate ed il ripristino di linee telefoniche dirette tra i due paesi. Il presidente eritreo Afewerki ha anche aggiunto che il suo paese concederà l’utilizzo dei propri porti all’Etiopia, la quale è priva di sbocchi sull’acqua.

L’inaspettata decisione etiope è solo l’ultima delle serie di riforme che il premier sta attuando. Da aprile 2018, mese in cui è salito in carica, ha scarcerato diversi giornalisti e persone legate all’opposizione, incentivato una statalizzazione dell’economia e riaperto molti siti internet che erano stati oscurati negli anni precedenti.

La fine del conflitto può significare il miglioramento delle condizioni di vita di migliaia di persone, in particolar modo della popolazione eritrea. Infatti le sempre presenti tensioni col proprio vicino sono spesso state usate dal governo dittatoriale di Asmara per giustificare un regime oppressivo, nel quale non vi sono libertà politiche (le ultime elezioni si svolsero nel 1993 con la vittoria dell’attuale presidente), libertà di associazione, giornalismo indipendente e potere giudiziario. Inoltre il lungo conflitto, insieme ad un clima non favorevole e ad una leva militare perenne (inizia ai 17 anni e dura fino al congedo, che può essere concesso anche dopo 40 anni) hanno portato spesso a carestie, in un paese in cui l’agricoltura è una delle principali fonti di sostentamento. Non a caso, gli eritrei costituiscono il secondo gruppo più elevato di migranti che arrivano sulle coste italiane. Sarebbero infatti 2.233 quelli arrivati dal 1 gennaio 2018 (dati forniti dal Ministero dell’Interno aggiornati al 15 giugno), nonostante l’Eritrea non sia un paese in guerra. La popolazione eritrea, dopo la notizia, si è radunata festosa nelle strade della capitale.

Solo il tempo ci potrà dire se l’accordo firmato porterà ad un graduale processo di stabilizzazione nella difficile zona del Corno d’Africa, o se sarà l’ennesimo atto mediatico, utile per ottenere estemporanei complimenti da parte degli attori internazionali (che neanche in questo caso sono mancati), i quali poi continueranno a comportarsi come prima, senza promuovere nessun cambiamento veritiero.