Se una certa parte politica ha accolto con favore e compiacimento l’annuncio della costituzione di parte civile dell’Arma dei Carabinieri nel terzo filone del processo Cucchi, che vede alla sbarra 8 carabinieri (per lo più ufficiali) accusati a vario titolo di falsi e depistaggi, lo stesso non si può dire all’interno della famiglia della Benemerita che soffre pesantemente gli effetti negativi del sistema malato Procure – stampa – politica e che, per paura di incorrere in un processo mediatico, non vuole più fare la territoriale e cerca postazioni meno rischiose, magari in ufficio.

Una testimonianza choc, quella arrivata nella redazione de Il Format.

Prima di spiegarvelo però, dobbiamo fare una premessa.

Che il processo in questione e le azioni connesse abbiano preso una piega politica, è evidente. Una campagna di delegittimazione delle forze dell’ordine e del servizio che quotidianamente rendono alla collettività, in nome della tutela dei diritti umani, gli stessi che quando si parla di Carabinieri o poliziotti, vengono calpestati.

L’opinione pubblica è stata fortemente condizionata, tanto da non tenere conto dei vari step processuali e additare quali responsabili persone che, allo stato attuale, sono solo imputate o in attesa di rinvio a giudizio.

Per non parlare poi del paradosso venutosi a creare nella Procura di Roma che, da una parte, ritiene il Carabiniere Riccardo Casamassima e la sua compagna Maria Rosati (anch’ella carabiniere) testimoni attendibili nel processo per la morte di Stefano Cucchi, mentre in un altro, chiede per i due il rinvio a giudizio per il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti anche se, il Casamassima, ha fatto sapere che durante una perquisizione domiciliare subita, non fu rinvenuto nulla, ritenendo tutto questo una sorta di azione atta a delegittimare la sua persona “colpevole” di aver contribuito a riaprire il caso Cucchi, che vede alla sbarra 5 carabinieri imputati per falso, calunnia e omicidio preterintenzionale. A Casamassima si è in seguito unito il vice brigadiere Francesco Tedesco (uno dei tre imputati per omicidio preterintenzionale) il quale, dopo 9 anni, accusa gli altri due colleghi di aver pestato Stefano Cucchi. Ma questo ultimo aspetto lo tratteremo in maniera approfondita più in là.

Così è stato scoperchiato il presunto pentolone di depistaggi che ha portato il PM Musarò a chiedere il processo per 8 carabinieri, molti dei quali ufficiali. Qui entra in ballo il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri e l’espressa volontà di costituirsi parte civile contro chi ha infangato l’onorabilità dell’Istituzione.

Ve la ricordate la famosa lettera del Generale Nistri indirizzata a Ilaria Cucchi e resa pubblica molto tempo dopo, a ridosso dell’udienza? Quella lettera ha diverse chiavi di lettura. Nistri non ha mai parlato di mele marce, ma di “uomini che vengono meno al proprio dovere” e che il “venire meno al proprio dovere va accertato”. Pubblicare una lettera del genere a ridosso di una importante udienza, fa passare i vertici dell’Arma, agli occhi dell’opinione pubblica, quali pedine della politica. Si, politica, perché di questo che stiamo parlando. Il processo Cucchi è un caso politico e, lo diciamo serenamente, con diverse vittime della campagna elettorale.

In passato una costituzione di parte civile contro i propri appartenenti, non è mai stata avanzata, né dall’Amministrazione di P.S., né dal Comando Generale dell’Arma, neppure in casi molto gravi, e mai è stata accolta dalla presidenza del consiglio. Questo i media non lo dicono. Sembrerebbe una vera e propria risposta ad un ordine politico, che vede vittime persone che nel frattempo stanno perdendo l’onore. E questo non fa bene a chi ogni giorno è chiamato a scendere in strada per garantire la nostra sicurezza.

A rivelarcelo, in esclusiva a IlFormat, una fonte attendibile vicina agli ambienti.

«Moltissimi giovani ufficiali e carabinieri non vogliono più andare in territoriale. Questa decisione del comandante generale è fallimentare. Nessuno pensa più valga la pena fare questo lavoro rischiano tutto, sperando di non incontrare sulla propria strada un magistrato impazzito, perché se finisci nella rete nessuno ti sostiene».

«Il sentimento comune dei giovani è questo – prosegue -: scoraggiamento e desiderio di trovare una collocazione meno rischiosa, in particolare a Roma. Per quale motivo rischiare, se poi anche la tua amministrazione ti sgancia? Qualcuno dovrebbe essere la loro voce».

E poi, riferendosi al neo costituito sindacato militare SIM Carabinieri, dice: «De Caprio ora con il sindacato dovrebbe dire la sua fortemente! Il sindacato della polizia è fortissimo. Conosco molti poliziotti che sono stati vittime di malagiustizia, casi non mediatici, ma che hanno comunque fatto danni enormi, ma il sindacato si è schierato in loro difesa».

Gli uomini delle Forze dell’ordine hanno paura di finire in filoni processuali ed essere messi alla gogna, restando abbandonati. Casi come quello Cucchi, hanno fortemente scoraggiato tanti uomini e donne in divisa che temono di essere abbandonati dallo Stato che rappresentano e servono fedelmente, sacrificando vita, affetti e famiglie.

Il 21 maggio si terrà l’udienza preliminare per decidere se rinviare o meno a giudizio gli otto Carabinieri indagati nel terzo filone di inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. Il 23 maggio, a ridosso dell’udienza, andrà in onda in TV, l’ennesimo documentario sulla morte di Cucchi, intitolato “La seconda verità”. Ma quale verità? Finiranno di girare il 22 sera, oppure conoscono già il finale?

Notizia delle ultime ore invece, è quella della polemica social di Ilaria Cucchi contro la giornalista Roberta Petrelluzzi di “Un giorno in Pretura”. La Cucchi ha lamentato i selfie scattati dagli avvocati degli imputati con la giornalista. Per la Cucchi, la Petrelluzzi sarebbe vicina agli imputati, poiché con lei non volle nemmeno parlare. Motivo per il quale segnalerà il caso all’Ordine dei Giornalisti e alla direzione della Rai.

Non aggiungiamo commenti. La vicenda si commenta da sola. Esprimiamo solo solidarietà alla collega Petrelluzzi.

 

 

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