Di solito non faccio gli auguri per la festa della donna, ma quest’anno è necessario. Bisogna farsi coraggio.

Da pochi giorni la triptorelina è entrata nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del SSN per l’impiego “in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l’identità di genere (disforia di genere), con diagnosi confermata da un’equipe multidisciplinare e specialistica e in cui l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva”.

Vediamo a cosa serve. Fa diminuire i livelli di testosterone nell’organismo e viene utilizzata principalmente nel trattamento del carcinoma alla prostata in fase avanzata.

La triptorelina è il principio attivo del Decapeptyl, la puntura che molte donne che hanno avuto il cancro al seno devono fare ogni 28 giorni. Niente di piacevole.

La si utilizza anche nella castrazione chimica di persone con gravi problemi psichiatrici che commettono reati a sfondo sessuale.

È associata a un aumento del rischio di ictus o di gravi problemi cardiaci.  Può aumentare i livelli di zuccheri nel sangue e, in rari casi, portare ad apoplessia pituitaria.

Brrrrrr.

Da poco meno di un anno, l’utilizzo della triptorelina è stato approvato dalla Commissione di Bioetica e dall’AIFA per curare la disforia di genere, ovvero il malessere percepito da un individuo che non si riconosce nel proprio sesso fenotipico o nel genere assegnatogli alla nascita. I costi della cura (circa 1300 Euro) dal 25 febbraio sono integralmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

Secondo la teoria gender, l’identità di genere è una percezione soggettiva indipendente dal corredo di ormoni maschili o femminili che si ricevono alla nascita o dagli effetti della socializzazione. Dato che è il genere che stabilisce l’identità sessuale di un individuo, secondo questa teoria non esistono maschi e femmine, ma persone libere di assegnarsi autonomamente il genere che percepiscono, al di là del loro sesso di nascita.

Questo dice la teoria gender e questo si deve dire nell’era del politicamente corretto. E l’Italia si adegua: perché transgender è cool, è moderno, è alla moda. Se poi la decisione di varcare il Rubicone dei propri ormoni di nascita si prende un pelo troppo presto (e mi si passi almeno questo pelo…), pazienza. Non sia mai si dovessero creare traumi irreversibili a un maschietto che si sente femminuccia, o viceversa. Non sia mai ci dovessero dire che siamo retrogradi, transgenderfobici. 

Il pensiero va alla mia infanzia. Ero un classico “maschiaccio” (ma si può ancora dire o è indice di confusione di genere?) Mi tagliavano i capelli cortissimi, forse perché in famiglia avevano sperato che fossi maschio. Avevo sempre le ginocchia sbucciate. Ero sempre in pantaloni. Giocavo poco con le bambole. Nei giochi di ruolo ero spesso un maschio. E quindi? Sono una mancata transgender? Ho tradito la mia identità sessuale? Devo sentirmi a disagio perché mi trovo bene come femmina e come mamma?

Chiudo la parentesi personale, e subentra un vero disagio. Perché mi sono documentata. A quanto pare, la terapia ormonale finalizzata al futuro cambiamento di sesso spesso non mantiene le promesse, soprattutto in termini di benessere psicologico ed emotivo dei giovanissimi che la intraprendono. Al contrario, può contribuire a rovinarli.

Ha sviscerato questo tema Ryan T. Anderson in un libro pubblicato un anno fa (« When Harry Became Sally: Responding to thé Transgender Moment »). 

Il blocco della pubertà – osserva Anderson – è una misura drastica e sperimentale, non reversibile, che causa crescita stentata e infertilità e ciononostante viene promossa o addirittura raccomandata dai medici. La teoria gender promossa dalle nuove politiche scolastiche può influenzare i bambini e indottrinarli al punto di fargli credere di essere intrappolati nel corpo sbagliato.

Il servizio pubblico che si occupa dello sviluppo dell’identità di genere (Gender Identity Development Service) nel Regno Unito tratta adolescenti sotto i 18 anni. Tra il 2009 e il 2010, i pediatri inglesi hanno inviato a questo servizio 94 bambini, tra cui sei bambini di età inferiore ai sei anni. Il numero è salito a 1986 tra il 2016 e il 2017 (+2000%), di cui 32 bambini sotto i sei anni (+430%).

Anderson racconta storie di persone che hanno cambiato sesso, ma non si sono trovate meglio. Particolarmente inquietante è la sofferenza avvertita dagli adulti che sono stati incoraggiati a cambiare sesso da bambini, e in seguito se ne sono pentiti. In molti, al punto di togliersi la vita. 

E mentre altrove si moltiplicano gli studi che mettono in luce le conseguenze negative di queste scelte (https://www.thenewatlantis.com/publications/growing-pains), in Europa si accelera in direzione ostinatamente contraria.

Tra il 2005 e il 2018, in Italia, 251 famiglie si sono rivolte ai centri specialistici che si occupano di bambini e adolescenti con Sviluppo Atipico dell’Identità di Genere. Nel 2017 sono state 64 le nuove prese in carico negli 8 centri italiani dell’Osservatorio Nazionale Identità di Genere (Torino, Trieste, Torre del Lago, Firenze, Bologna, Roma, Napoli e Milano). Nel 2016 le prese in carico furono 48, l’anno precedente 31.

Fioriscono intanto sul web i siti in cui degli sconosciuti convincono adolescenti che si confidano con loro a cambiare sesso acquistando online dei farmaci che contengono ormoni per preparare il passaggio.

Una madre inglese ha scoperto pillole di questo tipo in camera del figlio che voleva diventare femmina. Il ragazzo le aveva acquistate online per 34 sterline da una farmacia tailandese.

La buona notizia è che è possibile introdurre il controllo parentale su questi siti, come si possono bloccare quelli che promuovono l’anoressia o l’autolesionismo.

La cattiva notizia è che il Comitato di Bioetica e le autorità sanitarie pubbliche italiane non sembrano tenere conto dell’esperienza e degli inviti alla cautela da parte di Paesi che queste scelte le hanno fatte prima di noi. Paesi nei quali sta emergendo un movimento di pensiero che mette in discussione gli effetti di qualcosa che, anche alla luce dei risultati, più che cool o liberal appare una forzatura in senso eugenetico della natura con inquietanti precedenti storici.