Per le une è l’esproprio consumato alle donne da donne. Per altre la rivolta della maggioranza delle donne romane contro un totem della ideologia che si presume appartenga loro.

Non sono bastate le tante buche, fisiche o no, a far incespicare finora a Roma la sindaca di bronzo Raggi. Nemmeno le rivolte dei presidenti e consiglieri penta stellati municipali; nemmeno la figuraccia del Lazio che nel giorno dell’ovazione elettorale a Di Maio, ha fatto finire la candidata Lombardi terza, non solo costringendola al sottogoverno di sostegno del fortunatissimo governatore Zingaretti, ma soprattutto stendendo un velo sulle sue sorti e liti tra romane con la Taverna. Nemmeno la perdita degli ultimi due municipi l’hanno infiacchita, né i 13 autobus andati a fuoco, gli 83 morti per buche e dissesti stradali.

Museo agli arresti domiciliari

Ora però per Virginia si sta concretizzando un incubo stile Valle, il gioiello teatrale settecentesco che dall’occupazione del 2011 non si è più ripreso, che ha steso tre tra sindaci e commissari e che anzi mentre veniva eletta la Raggi è stato anche rioccupato ed ora è un museo agli arresti domiciliari. Per più di un lustro uscendo dalla curva della via del teatro, affollata dall’happening anastatico anni ’70, si rientrava nell’immensa Capitale, indifferente ed ignara dell’indignazione, della lotta e dello spirito da Comune parigina che lì si respirava e propugnava. Quel crocicchio di strada piazza e relativa folla, però, respirava di un solo battito con la rete internazionale cinico romantica di ex rivoltosi ormai vip, capaci di raccontare dalle Alpi all’Oceano Indiano salgarianamente la saga di cabarettiste, elettricisti e professori calabresi ratatatà.

Il Valle della Raggi: la Casa delle Donne

Il Valle della Raggi sta in un’altra grande struttura architettonica del passato, l’ex monastero e reclusorio femminile seicentesco del palazzo del Buon Pastore di via della Lungara in quel di Trastevere e si chiama la Casa Internazionale delle Donne (femministe). Se per il Valle il casus belli era l’uscita del teatro dall’Eti, qui è stata l’inaspettata richiesta di circa 830mila di affitti non pagati alla Casa, posta un giorno di novembre 2017, in un’assemblea gremitissima, dall’amministrazione capitolina. Di buchi così a Roma ce ne sono tanti, si è pensato, e si è andati avanti con la prossima mostra.

830mila euro di debiti

Finché la consigliera Gemma Guerrini, aria da professoressa in pensione, paleologa e bibliotecaria, non ha presentato una mozione, prontamente accolta, il 17 maggio per mettere a gara, secondo norme europee, le sorti del Buon Pastore. Inutile dire che i pentastellati l’hanno approvata come un sol uomo, anzi come una sola donna, dribblando i soliti tentativi di interruzione fisica della seduta da parte del pubblico (pagato). La Gemma è una di quei residenti vintage trasteverini, su cui l’arricchimento del quartiere, la movida permanente, la piena turistica e la calata dei soliti noti della cultura amendoliana non ha portato valore aggiunto. Si era già dovuta dimettere dalla commissione cultura per liberare piazza San Cosimato dal cinema de sinistra denoartri, che nella veste di presidente delle Elette dava l’assalto al Sommo Gineceo. Subissata dal solito straccio di vesti planetario, dalla filmaker newyorkese, alla violentata marocchina, passando per la pittrice del Kossovo, la Guerrini si è sfilata dietro la prima linea, Raggi e le assessore Baldassarre, Castiglione e Marzano, che hanno affrontato la presidentessa Koch del brancaleonesco esercito delle 40 organizzazioni della Casa, simbolo e ostello del femminismo mondiale, feticizzato nelle 30mila donne che solcano l’entrata dei 6500 mq che cubano ben 32mila metri cubici della Casa.

Da Penitenza a Lungara per Sales

Da un quarto di secolo Al Buon Pastore regna ed entra da Via della Penitenza 37 l’Affi (Associazione Federativa Femminista Internazionale). La sua difesa della donna passa a quanto pare soprattutto dall’editoria: case editrici, collane, riviste e magazine on line, coop, associazioni, premi e relativi centri di documentazione e archivistica (Libera Stampa, Noi Donne, ed. Pigreco, Eulalia, Power & Gender, il Paese delle Donne, Foglio e la Rivista del Paese delle Donne, Archivia e Centro Di Documentazione Alma Sabatini, Società Italiane delle Letterate e delle Storiche, Premi La Rosa Dei Venti, La Bussola, Donna e Poesia). E dove c’è editoria, ci sono eventi, anche scolastici (Forma Liquida, CORA, Rete Rosa) ed il Centro Studi di femminismo matriarcale per l’economia del dono. Il rullo tipografico prosegue a via della Lungara 19 (Utopia per la rivista DWF, Pari O Dispare, Diritti & Culture, Adedoc ed i servizi editoriali di Scosse (Soluzioni Comunicative Studi) non disdegnando i servizi CAF, il lavoro più che nero dark, il normale restauro ed il turismo internazionale, ma museale e per sordi (TIS, CO2 Crisis Opportunity, Impertecno, Società Bartoli, Artetribale). La geografia immigratoria è ben rappresentata, anche se un po’ confusa e datata dai circoli di sudamericane con tanto di atelier di flamenco, alle entrate di via San Francesco di Sales, assieme ai consultori psicologici e non, per le nuove famiglie tra disabilità ed antiviolenza (Differenza Donna, Azúcar, Dolcemente Insieme, Eco Diversita’, El Mirabras, Be Free, D.I.Re Donne In Rete Contro la Violenza) ed l’arte contemporanea di genere (Esthia).  Qui tra coop ed onlus, batte anche il cuore più politico, vicino allo spirito originario dei centri WILPF (lega per la pace e la libertà internazionale), del CLR. Coordinamento Lesbiche Romane, del C.F.S. Centro Femminista Separatista, delle filopalestinesi Donne In Nero e della Rete Internazionale Donne per la pace.

Occupazione del ‘76

Uno specchio di società e varia umanità molto diverso da quei collettivi di femministe di via Pompeo Magno e di via Pomponazzi, che con colleghe della Bonino fecero irruzione nell’ottobre 1976 nel quattrocentesco Palazzo del Governo Vecchio, alias palazzo Nardini, un immobile, ancora oggi fatiscente, di proprietà della Regione Lazio. Allora neanche si pensava al centro congressi, alla biblioteca, allo spazio espositivo, concertistico, alle aule e neanche ai baretti, ai ristorantini, allo spazio spa, ai lettini per il meritato riposino. Ogni pavimento era buono per sdraiarsi e assieparsi in assemblea permanente. Allora però le occupanti, ora affittuarie morose, avevano le energie delle giovani. Non erano bibliotecarie, professoresse, ricercatrici, ma operaie, hostess e casalinghe.

Le  reduci

C’era la fondatrice Edda Billi da Follonica, la vera reduce del Collettivo femminista di via Pompeo Magno e del Movimento Femminista Romano; poi presidentessa Affi, presto divenuta monumento anastatico di se stessa e del lesbofemminismo, documentato nel 100 di questi giorni  di Laura Valle e Paola Mastrageli e ne L’altra altra metà del cielo di Salima Balzerani dove interpretava l’icona se medesima come una Santa Rosalia qualunque; c’era Giovanna Pompili Olivieri, oggi 70enne, allora riminese ragazza madre proletaria, capitata a Roma dall’università di Trento per poi divenire la memoria storica di  Archivia e della Casa; c’era Edda Pasquali, venuta meno 87enne l’anno scorso, già segretaria delle donne del Pci dell’Udi; c’era la giornalista Anna Maria Mammoliti morta nel 2009; e c’era, capo in testa, Alma Sabatini, la più famosa del collettivo Pompeo Magno, scomparsa 30anni fa, quella de “Il sessismo nella lingua italiana”, scritto con Alda Santangelo, Marcella Mariani e la Billi. Tutte radunatesi il 9 maggio 1971 a piazza Navona in una famosa mostra anticapitalista che contestava, topos mai abbandonato, il corpo femminile nella pubblicità oppressiva della donna. Fu allora che le nostre, al culmine di un impegno di analisi ideologica, si inventarono la formula fortunata che le avrebbe autoschemizzate in “operaie, hostess e casalinghe”.

Collettivi Pompeo Magno e Pomponazzi

La documentazione del Pompeo Magno era fatto di volantini e tazebao. Le streghe del corpo è mio occupavano per praticare aborti allora illegali, per vivere libere fuori da famiglie reazionarie e sfuggire alla repressione sessuale della costrizione matrimoniale. Erano giovani, etero, spesso delle periferie urbane, delle province centrifughe, delle regioni antiquate ed ancora più periferiche, dove il problema era ancora l’ordine tenuto da preti e monache. Agognavano alla libertà sessuale concepita e praticata solo dalle femmine dei più alti ranghi sociali. Un film imperniato sullo sverginamento anale femminile, invece che essere preso come un’esibizione di violenza, diventò la bandiera dell’agognata libertà che allora, a quanto pare. passava anche dagli sfinteri.

Tango a Roma

Parlavano di temi ignorati dai dominanti maschilisti reazionari come dai progressisti marxisti che le trattavano da angeli del focolare e del ciclostile. Allora la pubblicità non parlava delle voglie e dei diritti sessuali delle nonne che tra cicli e perdite urinarie vogliono ballare la samba seminude. La politica e l’economia non aveva il problema delle percentuali della presenza femminile. Nel paese del morto e diversi gambizzati al giorno, l’attenzione non andava agli incidenti casalinghi femminili. Né il Censis identificava i problemi dei 50enni nella menopausa, in un mondo in cui i maschi sono indotti a dover affrontare solo il lato femminile di tutti i problemi. Se non parlavano di donne, queste donne, se non parlavano loro dal punto di vista delle donne, non lo faceva nessuno. Le attività precipue dell’occupazione, a parte il naturale happening, intrecciato a interminabile dibattito, erano gli aborti, allora illegali ed il primo fronte del femminismo del tempo, cioè la liberazione sessuale, in una società comunista e cattolica, bigotta in entrambi in versi. Dieci anni dopo l’occupazione, il trionfo dell’84 con la costituzione di una Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna presieduta da Elena Marinucci che faceva suo “Il sessismo”.

1983 Arrivo al Buon Pastore

L’anno prima i sindaci comunisti e democristiani Argan, Petroselli, Vetere e Signorello erano riusciti a convincere Billi e sorelle a spostarsi, dopo  6 anni, al Buon Pastore, che era peraltro un luogo simbolico. 18 anni dopo, venne anche risolto il problema dell’occupazione abusiva pur se concordata. Era il dicembre 2001 quando ci pensò il sindaco Veltroni risolse la questione a modo suo, cioè a buffo della cittadinanza. Le chiavi del complesso del Buon Pastore furono consegnate al consorzio Casa Internazionale delle Donne.

Simbolo

Già via Sancta, dal primo ‘500 la Lungara, che dal mare portava a San Pietro, era fitta di istituti per donne infelici, reiette, condannate, pentite, penitenti, convertite, preservate, pericolanti, malmaritate, maltrattate e peccatrici, in una parola puttane per scelta o costrizione che finivano laiche e senza velo in conventi sui generis. Tale fu il Buon Pastore, costruito un secolo dopo dai Carmelitani Scalzi, che piano piano da quasi ostello e reclusorio, con le reazionarie Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pa­store d’Angers, diventò ricovero delle condannate e delle “preservate”, bambine a rischio. Il primo carcere femminile dello Stato della Chiesa imponeva loro penitenza e lavoro obbligatorio, di ricamo e di  cucito; invece il neo Regno d’Italia, nel nuovo riformatorio femminile, faceva loro lavare le mutande dei soldati delle caserme. Ostello di femmine monatte, reclusorio di donne disubbidienti, carcere e riformatorio, il complesso era un pensionato per ragazze irregolari e prostitute clandestine autosufficiente economicamente. L’arrivo delle femministe era la vendetta di ragazze madri, donne ingombranti, vagabonde, prostitute, ma anche patriote e pensatrici che erano state sotto il tallone di altre donne nemiche, suore e monache aguzzine. Ecco perché le femministe accettarono di buon grado di spostarsi, in quell’edificio che aveva sempre rappresentato il malleus maleficarum contra foeminam.

Habemus Casam

Quel dicembre 2001 l’allora presidentessa Giovanna Beviglia ritirò quelle chiavi in una allegra festicciola con il sindaco del modello Roma. Di lei ci si ricorda solo il sostegno come donna Pd al sindaco Uolter, e vorremmo ben vedere. Si inaugurava una lunga stagione di schiere di similmafai, che della rivolta originaria aveva perso ogni mordente (Miriam Mafai, la compagna del dirigente Pci Pajetta, divenuta una sorta di notista politica, da Costanzo femmina) per mettersi al rimorchio della sinistra di governo, sempre meno di sinistra e più sinistrata. L’aiuto economico e la soddisfazione culturale per temi sempre più eroici e stellati, transessualità, travestitismo, depravazioni sessuali, alta e altra genitorialità, si accompagnava ad ambienti ben tenuti, ordinati, con vista da salotto buono. Non si può dire manchi il tocco femminile alla Casa delle donne.Sedute accanto al maschio dominante, sono così trascorsi decenni di convegni in cui si riepilogava l’antico sapore della rivoluzione ai tempi eroici del maschio mi fai vomitare

Le similmafai

L’attuale presidentessa Francesca Koch che fronteggia l’assalto femminile pentastellato al comando delle similmiriamafai è una persona posata e per bene; una ex professoressa delle scuole secondarie superiori che si affianca alle tante della Casa, ricercatrici Isfol, funzionarie comunali, esperte d‘arti o scrittrici nel senso più ampio che in pensione si danno alle ricerche del ruolo della donna, vuoi durante le guerre, le prigionie, gli sterminii e le resistenze; tutte regazzine in confronto alle fondatrici. Non è stata lei ad archiviare la classe de le casalinghe, ormai termine dispregiativo di una ampia e milionaria fetta sociale che esiste, ma che le donne con la D maiuscola si ostinano ad ignorare. Per le qualità del tempo attuale anche l’equivoco termine di hostess è stato messo da parte. Come il termine operaia che è andato perso per il problema della semplice assenza dato che alla Casa il titolo minimo resta quello di ricercatrice. Forse il trittico dei giorni nostri avrebbe potuto essere, precarie, trans e immigrate; gruppi però che non si riconoscono alcuna solidarietà, anzi e che non farebbero mai una occupazione insieme; nulla di simile alle casalinghe, hostess ed operaie, le tre colonne del movimento ’70,

Sommo Gineceo Misogino

Oggi nell’Italia delle Boschi e delle Pascale, della Moric e di Belen, della Raggi e dell’Appendino, della Castellati e della Severino, nel paese dove le donne sono sempre di più, e le madri sempre di meno, la ministra più importante è la Bongiorno, storica avvocatessa di Andreotti e del mondo Dc che non tollerava le braccia femminili nude. La seconda è la Castelli, la pentastellata eletta in nome della legalità che ebbe il coraggio davanti all’assemblea dei commercialisti, di autodenunciarsi da fiscalista a nero senza neanche accorgersene. E nel Sommo Gineceo donne anzianotte ma similgiovani condannano le braccia nude femminili, contano gli uomini protagonisti di violenza a 6milioni e 300mila – parola dell’Istat- ed elucubrano, il più delle volte senza avere figli sull’utero fertile portatile, in nome di una libera genitorialità che possa contare su più di una madre, ben oltre le tre che secondo Guccini avevano gli americani.

I dolori della Casa

Nel paese che vende sempre più tacchi 12 e sempre più pannoloni efficaci anche sotto i perizomi, la Casa delle donne è in difficoltà con generazioni di donne imputtanite che strutturalmente, ricattate, colgono ogni occasione per ricattare il più debole, di solito il coniuge, e sognano da madri e donne toyboy, Barbie maschili da contendere alle figlie. Non sa se sostenere il diritto delle donne ad avere più posti ex lege nei CdA, non sa se volere la parità ad ogni costo anche per l’aumento dell’età pensionabile e per gli orari di lavoro notturno, non sa se accusare gli immigrati violentatori o difendere le immigrate che si fanno scopare all’aria aperta. E si rifugia in corner nei convegni dove il sesso della nascita è una scelta tra essere violentatore e violentata; o nella linguistica che considera ogni linguaggio, come il giapponese diviso in due varianti strutturalmente diverse, maschile e femminile. L’impegno delle donne si orienta verso la gestione esclusiva dell’utero, anche al di fuori del proprio corpo, se non addirittura artificiale; senza accorgersi che a tali condizioni la maternità, se non lo stesso concetto di donna, diventa inutile. Lo slogan fortunato di un’epoca Né puttana, né madonna solo donna è venuto meno. Proibito parlare di puttane, rivalutato il rispetto della madonna, non è rimasto nulla, un neanche donna che parla d’altro, trav, trans, lesbo, copro, necro, mentre il sistema mediatico globale sostiene l’innaturale primato in ogni virtù solo alla donna, conquistando un podio femminista irraggiungibile.

Perché donne contro donne ?

Così si spiega l’ostilità percepita dal nobile gruppo della brancaleona presidente Koch, assediato nel mitico fortino della Casa accanto a Regina Coeli da parte delle donne penta stellate romane. Gran parte del popolo femminile di base ignora se non rifiuta gli item alti delle immigrate e relativa prole, delle femminicidate, delle mille varianti di figliolanza e relative cerimonie, del diritto a questo o a quell’altro. Nate dai Vaffa day, extended version dei Pompini day della Guzzanti che attaccava alzo zero le aristoborghesi ben vestite di destra. L’animo coltivato in quei day era il seme dell’odio per tutte le aristoborghesi, anche quelle vestite male, che sono di più e stanno a sinistra incluse le femministe d’antan con i loro temi nobili. Suo simbolo è il contrasto, l’odio se non la cancellazione della politica e un’idea di una donna, la Fornero, e di tutte le donne, in genere ben sistemate ed equipaggiate, che hanno sempre partorito norme di principio favorevoli alle donne di ceto basso, in pratica peggiorative. Pur mascherando questi sentimenti Raggi e sorelle hanno ricompilato tutti i dati: l’affitto concesso al 10% del valore dell’immobile, la quasi decina di milioni regalata in restauri e ammodernamenti, gli incassi non percepiti ed hanno guardato ad un gruppo di anziane ed di cooptate, nella migliore tradizione italiana, rimaste sempre le stesse, abituatesi a considerare propria una cosa per diritto di continuata militanza, sotto l’ombrello di una protezione politica che è appena rovinosamente franata. Intanto alla Casa mulinellano decine di convegni per appellarsi all’opinione pubblica con richiami alle arti, mai alle armi.

Femen, amen

E’ poco presumibile che funzioni l’idea di sparpagliare le funzioni della Casa in “attività messe in rete ed ampliate su tutto il territorio della città, con particolare riguardo alle periferie”. Più probabile che una volta, finita l’esperienza della Casa, si giri pagina, dato il superamento di una serie di problemi e l’arrivo di altri. Poco probabile anche il recupero degli 830mila euro. Tramontato l’isterico boldrinismo, al Buon Pastore i fantasmi delle suore con soddisfazione ghignano: Femen, amen.

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Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli '80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell'Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E' in corso di uscita Renzaurazione.