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Nell’articolo precedente abbiamo riportato che il governo

italiano sarebbe sul punto di firmare, nelle prossime settimane, il memorandum d’intesa per aderire alla Belt and Road Initiative (Bri), il mastodontico progetto infrastrutturale lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 attraverso cui si vuole creare una serie di rotte commerciali, terrestri e marittime, per connettere le due estremità dell’Eurasia, Cina ed Europa.

Al netto delle ambizioni geopolitiche cinesi che si celano dietro questo progetto, che non può non essere osteggiato dagli Stati Uniti, vi sono delle opportunità non trascurabili per l’Italia e in particolare per i suoi porti. Trieste e Genova potrebbero infatti essere i punti di arrivo della cosiddetta Via della Seta Marittima del 21° Secolo, ovvero la rotta marittima della Bri. La partecipazione al progetto cinese potrebbe quindi portare all’ammodernamento dei porti strategici italiani e all’aumento del flusso di merci grazie agli investimenti e ai finanziamenti provenienti da Pechino.

Non bisogna però dimenticare che la Bri è anche uno degli strumenti attraverso cui la Cina di Xi Jinping vuole accrescere la sua influenza nel mondo in modo da realizzare, entro il 2049, il cosiddetto “sogno cinese”, ovvero rendere l’Impero del Centro protagonista dell’ordine internazionale. Il 2049 è un anno dall’alto valore simbolico poiché è il centenario della proclamazione della Repubblica Popolare. Entro quell’anno il presidente Xi Jinping vuole riscattare il paese dalle vergogne del secolo dell’umiliazione (1839-1949). Ciò di per sé non è un fatto necessariamente pericoloso. Esercitare influenza negli altri Stati, confinanti o lontani, di sicuro più piccoli, è una pratica consolidata operata da qualsiasi grande potenza. Il punto è che nel caso cinese, nell’ambito della costruzione delle infrastrutture connesse alla Bri, l’esercizio della diplomazia economica in alcuni casi rischia di degenerare nella cosiddetta “trappola del debito”.

Si parla di trappola del debito quando un paese grande

e ben dotato dal punto di vista economico e finanziario fa credito a un paese più piccolo e mediamente povero il quale, a un certo punto, non è più in grado di onorare il suo alto debito. Il paese indebitato si trova quindi ostaggio della volontà del creditore il quale può “ricattarlo” o chiedere delle contropartite per il mancato pagamento del debito, come la cieca obbedienza politica o l’espropriazione di beni e risorse.Secondo un rapporto dello scorso anno del Center for Global Development (Cgd) otto paesi che hanno aderito alla Bri sarebbero ad alto rischio di cadere nella trappola del debitoLa Cina detiene una fetta rilevante del debito estero di questi paesi, i quali potrebbero finire per perdere, di fatto, parte della loro sovranità, poiché le loro scelte politiche, economiche e finanziare verrebbero vagliate e necessiterebbero dell’approvazione da parte dei creditori.

Vediamo brevemente quali sono questi otto paesi e qual è la loro situazione.

Gibuti

Questo minuscolo paese del Corno d’Africa compensa la superficie territoriale con il suo valore strategico. Affacciato sullo stretto di Bab el-Mandeb, che divide l’Africa dall’Arabia e il mar Rosso dall’oceano Indiano, Gibuti si trova in una posizione dall’incalcolabile valore strategico per quanto attiene il controllo delle rotte commerciali marittime. Per questo motivo il piccolo paese africano ospita numerose basi militari di paesi stranieri, tra cui l’unica base militare cinese all’estero. A noi però interessa che Gibuti è il paese su cui grava il maggior rischio di finire nella trappola del debito cinese. Il suo debito estero ammonta a 1 400 milioni di dollari di cui ben 1 200 dovuti alla Cina. Buona parte del debito estero gibutiano “consiste in debiti di imprese pubbliche garantiti dallo Stato e che sono dovuti alla Export-Import Bank of China (Exim)” si legge nel rapporto del Cgd. I finanziamenti cinesi riguardano diversi progetti infrastrutturali tra cui almeno due aeroporti, un nuovo porto nella città di Ghoubet, un terminale petrolifero e una strada a pedaggio.

Maldive

Il paradiso tropicale sognato da milioni di persone in tutto il mondo come meta della vacanza perfetta rischia di cadere nella trappola del debito cinese. Il governo della Maldive vuole attuare tre importanti progetti infrastrutturali: l’ammodernamento dell’aeroporto internazionale; la creazione di un centro abitativo e di un ponte vicino all’aeroporto e il trasferimento del principale porto del paese. La Cina è coinvolta in tutti e tre questi progetti attraverso la Exim. Degli 879 milioni di dollari di debito estero del governo delle Maldive, 240 sono dovuti alla Cina.

Laos

Il Laos è uno dei paesi più poveri dell’Asia sud-orientale. Qui, la Cina, sempre con l’Exim, sta in parte finanziando, tra gli altri progetti infrastrutturali, la costruzione di una linea ferroviaria che dovrebbe collegare i due paesi. Il costo totale del progetto è pari a 6 miliardi di dollari, quasi la metà del Pil del Laos, che deve anche quasi la metà del suo debito estero alla Cina ( 4 186 milioni di dollari su 8 604)

Montenegro

È l’unico paese europeo a rientrare nella categoria dei paesi a maggior rischio di cadere nella trappola del debito. Negli ultimi anni il debito pubblico montenegrino è schizzato in alto per via dei costi relativi alla costruzione di un’autostrada che dovrebbe collegare la città portuale di Bar con la Serbia. Le autorità del Montenegro hanno stipulato un accordo con la Exim nel 2014 affinché quest’ultima finanziasse l’85 % del miliardo di dollari stimato per la prima fase dell’opera è scritto nel rapporto. L’autostrada sarà costruita in tre fasi. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i finanziamenti necessari per la costruzione della seconda e terza parte dovranno essere concessi a tassi agevolati, altrimenti il paese rischia di andare in default.

Mongolia

La Mongolia si trova in una situazione particolarmente difficile perché la sua futura prosperità economica dipende, in larga parte, da grossi investimenti infrastrutturali che dovrebbero aumentare la produttività e la capacità di esportare afferma Cgd nel suo rapporto. All’inizio del 2017 la Exim ha concesso un prestito da 1 miliardo di dollari a tassi agevolati per finanziare la costruzione di un impianto idroelettrico e di un’autostrada. Tuttavia, secondo media locali, il progetto per l’impianto idroelettrico si sarebbe bloccato mentre una parte delle risorse di questo finanziamento sarebbe stata spostata su altri progetti. Entro il 2028 la Cina dovrebbe finanziare in Mongolia progetti relativi alla Bri per un totale di 30 miliardi di dollari. Secondo il rapporto del Cgd, se ciò accadrà davvero è “estremamente probabile” che la Mongolia vada in fallimento, “a prescindere dalle agevolazioni dei finanziamenti”.

Tagikistan

Piccola repubblica dell’Asia centrale, nonché uno dei paesi più poveri di tutto il continente, il Tagikistan ha nella Cina il suo principale creditore e i suoi prestiti coprono quasi l’80 % dell’incremento del debito estero del paese tra il 2007 e il 2016. Il Tagikistan sta progettando di incrementare il debito estero per realizzare alcune infrastrutture nel campo dell’energia e dei trasporti. I cinesi stanno finanziando con investimento diretto estero (Fdi) la costruzione di una parte del gasdotto Asia Centrale-Cina per un totale di 3 miliardi di dollari. Inoltre, il Tagikistan riveste un ruolo strategico nell’ambito della Bri, in quanto “prima gamba” delle rotte commerciali terrestri verso l’Europa.

Kirghizistan 

Situato a nord del Tagikistan, con cui confina, similmente a quest’ultimo il Kirghizistan è un paese povero che si trova all’inizio delle rotte terrestri della nuova via della seta. Il territorio del paese dovrebbe ospitare numerose infrastrutture in futuro: si sta discutendo per la costruzione di alcuni impianti idroelettrici, una linea ferroviaria Cina-Kirghizistan-Uzbekistan, autostrade e una porzione del suddetto gasdotto Asia Centrale-Cina. L’Exim è il singolo maggior creditore del Kirghizistan, di cui detiene circa il 40 % del debito estero.

Pakistan

Il Pakistan ha un ruolo fondamentale nel progetto delle nuove vie della seta cinesi, fornire uno sbocco privilegiato sull’oceano Indiano. Il Corridoio Economico Cina-Pakistan (Cpec) unisce i due paesi traverso l’instabile regione di frontiera dello Xinjiang, nell’estremo occidente cinese, e termina a Gwadar, porto affacciato sull’Indiano, dove i cinesi stanno investendo molto negli ultimi anni. In merito al Cpec abbiamo scritto un articolo in precedenza che potete leggere cliccando qui.

Il valore totale dei progetti infrastrutturali del Cpec è

di ca $62 miliardi, di cui l’80% è finanziato dalla Cina. Tuttavia, alcuni importanti progetti sono stati cancellati. I timori relativi alla sostenibilità finanziaria del Pakistan sono dovuti al fatto che gli ingenti finanziamenti cinesi vengono concessi a tassi relativamente alti. Come già detto, gli otto paesi appena elencati sono ad alto rischio di cadere nella trappola del debito. Il rapporto del Cgd individua però anche numerosi paesi che sono a rischio significativo, e sono: Cambogia; Bhutan; Sri Lanka; Afghanistan; Kenya; Etiopia; Yemen; Iraq; Siria; Giordania; Libano; Egitto; Armenia; Ucraina; Bielorussia; Albania e Bosnia-Erzegovina.

Nel prossimo articolo sulla Belt and Road Iniative discuteremo brevemente delle possibilità, per l’Italia, di cadere nella trappola del debito cinese se, com’è altamente probabile, aderirà alla Bri.