La storia della Deutsche Bank assomiglia alla parabola del figliol prodigo, ma il finale non è lieto. Un giorno, la banca preferita delle imprese tedesche decide di andarsene da casa per seguire la sirena della finanza anglosassone. Si rende conto troppo tardi che non è stata una buona idea. Vuole tornare a casa, ma non riesce più a farlo. Almeno, rimanendo indenne.  

Nei 148 anni della sua esistenza Deutsche Bank è stata sinonimo di affidabilità e sicurezza, ma la musica è cambiata: Deutsche Bank non appartiene più alla élite delle grandi banche del mondoDa gennaio ha perso il 43% della capitalizzazione.  In borsa vale circa 24 miliardi di euro, ovvero un settimo della HSBC, il primo istituto di credito europeo per capitalizzazione. A 9,30 euro, il titolo è sceso sotto il livello di settembre 2016, quando lo spettro di una maximulta da 14 miliardi di dollari da parte del governo americano per chiudere lo scandalo sui titoli tossici legati ai mutui fece crollare le azioni.

Il colosso di Francoforte non si è mai ripreso dalle conseguenze dello scandalo scoppiato tre anni fa negli Stati Uniti in seguito alla manipolazione truffaldina dei tassi di riferimento dei mutui sulle case. E la Deutsche Bank sulla soglia del fallimento fa oggi intravedere un altro naufragio per tutto il settore bancario internazionale.

Di un possibile crollo della Deutsche Bank si parla da tempo, ma di recente gli scricchiolii si sono fatti più sinistri. 

L’8 aprile, il comitato di sorveglianza della Deutsche Bank dà il benservito al suo amministratore delegato, il britannico John Cryan, e lo sostituisce con il tedesco Christian Sewing, fino ad allora responsabile senior della divisione retail.

Qualche giorno dopo, la Banca Cantrale Europea chiede a Deutsche Bank di stimare i costi della liquidazione delle attività di trading della banca d’investimento, la prima simulazione di questo tipo per una delle maggiori banche europee. L’obiettivo è capire quale sarebbe l’impatto sul capitale e sul business dei derivati se Deutsche Bank dovesse dire addio all’investment banking. Una strada che sembra segnata e sulla quale s’interroga anche la BCE, per la quale Deutsche Bank è diventata un’osservata speciale.

La sirena dell’investment banking è stata capricciosa con il figliol prodigo di Francoforte, che ha fatto fatica a tenersi al passo con la competizione del mercato sia nelle attività di trading che in quelle di consulenza, in particolare per le operazioni di fusione e acquisizione. Tra i principali compiti di Sewing ci sarà quello di risolvere la schizofrenica ambivalenzadella divisione investment banking, che in alcuni anniha prodotto enormi utili e in altri enormi perdite.

Intanto, mentre a maggio la scure della Deutsche Bank è calata su 7000 posti di lavoro, da oltreoceano continuano ad arrivare schiaffoni.  

Pochi giorni fa, per la terza volta in quattro anni, la Federal Reserve (la banca centrale americana) ha bocciato la divisione USA di Deutsche Bank negli stress test sulla qualità della gestione e i piani di capitale a causa di “carenze ampie e critiche” nei sistemi interni di controllo e nei dati”.

Una mazzata per il gruppo tedesco, l’unico tra i 35 istituti esaminati dalla Fed ad avere avuto semaforo rosso ai dividendi e i buyback proposti.

La nuova bocciatura della Fed sarà una limitazione dei profitti che la filiale nord americana del figliol prodigo potrà rimpatriare a vantaggio della casa madre di Francoforte. Una limitazione dolorosa, dato che i bilanci sono in rosso da due anni e che la divisione statunitense rappresenta uno dei rami della banca ancora proficui.

Insomma, se il matrimonio con la finanza anglosassone è stato deludente, il divorzio si annuncia carissimo. E difficilmente si riuscirà a fare senza ricorrere alle garanzie dello Stato tedesco (e ai soldi dei contribuenti tedeschi).  

La parola magica che verrà pronunciata sarà sempre la stessa: “rischio sistemico”. In caso di fallimento della Deutsche Bank, sarà tutto il sistema bancario europeo – e di conseguenza mondiale – che ne risentirà.

E la Germania tirerà fuori i soldi, perché per evitare un rischio sistemico (con la benedizione dell’Unione Europea), i soldi magicamente si trovano sempre. Come ha fatto il governo Gentiloni nel dicembre 2016.

Non so se consola, ma è un dato di fatto: la Germania dovrà tirare fuori molto più di 20 miliardi.

Ma la Deutsche Bank non faceva meglio a continuare a prestare i soldi ai solerti e operosi imprenditori tedeschi, invece di andare a cercare rogne nell’investment banking?