Cucchi, le testimonianze che “imbarazzano” la famiglia metterebbero in discussione entità del risarcimento

Quello che nessuno ha detto sull'udienza in cui sono stati ascoltati gli infermieri del Pertini

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Durante la scorsa udienza, ad essere ascoltati sono stati gli infermieri imputati nel primo processo Cucchi e poi definitivamente assolti. Con loro, una volontaria e il medico di base che rilasciò a Cucchi, nell’agosto del 2009, il certificato medico di idoneità alla pratica di attività sportiva non agonistica, contestato nel settembre dello stesso anno, dall’istruttore della palestra frequentata dal Cucchi che, considerata la magrezza di quest’ultimo, non volle assumersi la responsabilità di fargli praticare sport da combattimento, consigliandogli invece la sala pesi per aumentare la massa muscolare. L’estrema magrezza del Cucchi dunque, stando alle testimonianze, sarebbe stata evidente sin da subito, tanto da non renderlo “idoneo” per la disciplina che voleva praticare.

In udienza, Domenico Lo Bianco, infermiere del Pertini, dichiara che il Cucchi «aveva occhiaie marcate, dava l’idea di una persona che non stava bene». Più dettagliato invece, il ricordo di un altro infermiere, Giuseppe Flauto, colui che la mattina del 22 ottobre 2009, trovò Stefano Cucchi privo di vita. «L’ho visto per la prima volta la sera del 17 ottobre – racconta Flauto – i colleghi che mi hanno passato le consegne al cambio turno, mi hanno detto che avevano avuto problemi a fare l’elettrocardiogramma perché era troppo magro. Gli ultimi due elettrodi si staccavano. Aveva delle ecchimosi sotto orbitali». Flauto avrebbe tentato insieme ad un’altra infermiera, Rita Maria Silvia Spencer, di convincere Stefano Cucchi a cambiarsi, inizialmente proponendo lui dei camici che, essendo più leggeri, sarebbero stati più pratici sia per la somministrazione delle terapie, sia per la temperatura all’interno del reparto. Rifiutati i camici, qualche giorno dopo al Cucchi viene proposto di indossare della biancheria arrivata in una busta che, secondo Flauto, il Cucchi avrebbe riconosciuto come sua. Circostanza questa confermata anche dall’infermiera Spencer che parla di una busta di biancheria “portata lì dai partenti”.

«Butta via questa roba, non voglio niente» queste, secondo la testimonianza dell’infermiere Flauto, sarebbero state le parole di Stefano Cucchi, in riferimento ai panni nella busta. Il Cucchi dunque, avrebbe rifiutato quanto portatogli dalla famiglia alla quale, come si evince da un documento agli atti e firmato dallo stesso Stefano, non voleva fornire notizie relativamente alla degenza. Che Cucchi non chiedesse della sua intera famiglia, lo testimonia anche una volontaria, Ciriello Amalia Benedetta, la quale sostiene in udienza, che Stefano le chiese la cortesia di contattare suo cognato per un incontro (ex marito di Ilaria Cucchi), «poiché era l’unico che gli era stato vicino quando aveva dei problemi» (audio qui).

Se da una parte, l’avvocato Anselmo, come ha più volte tuonato in udienza, non ritiene rilevanti domande della controparte sui rapporti famigliari di Stefano Cucchi che, a suo dire, esporrebbero la sua assistita a insulti, dall’altra parte, un avvocato della difesa dei Carabinieri, l’avvocato Piero Frattarelli ha sottolineato che queste abbiano invece importante valore ai fini risarcitori, stante ad una pronuncia della Corte di Cassazione che ha rilevato come l’entità del risarcimento del danno, sia direttamente proporzionata all’intensità e qualità del rapporto parentale (ascolta qui).

Ulteriore testimonianza in merito ai rapporti di famiglia, è quella fornita durante l’udienza del 20 marzo 2018, dal detenuto Luigi Lainà, oggi ritenuto fondamentale dalla difesa di Tedesco, in quanto in una deposizione del 2014, raccontò al PM, di un colloquio avuto con il Cucchi, durante il quale questi gli avrebbe raccontato di essere stato picchiato dai Carabinieri. La stessa cosa Cucchi, l’avrebbe rivelata anche all’infermiera Silvia Porcelli, rifiutandosi poi di ripeterlo davanti ad un pubblico ufficiale per metterlo a verbale. Lainà, durante l’udienza del 20 marzo 2018, su domanda dell’avvocato Fabio Anselmo che chiese cosa Stefano gli avesse raccontato sulla sua famiglia, risponde: «Che non lo hanno voluto a casa, lui voleva vedere solo il cognato» (ascolta qui).