La tematica delle crisi aziendali è molto attuale e, mai come oggi, si sente l’impellente necessità di trovare delle soluzioni che da un lato possano portare al salvataggio delle imprese, nonché dei posti di lavoro, dall’altro possano, attraverso strumenti innovativi, prevenire, il più possibile, situazioni di crisi e di malessere.

Purtroppo, attualmente, in Italia non siamo molto abituati a prevenire le crisi ma ci limitiamo a gestirle, quando ormai è troppo tardi, per cercare di limitare il più possibile i danni.

Oltre ai classici e più discussi settori, come quello metalmeccanico per esempio, uno dei settori più a rischio e maggiormente in crisi nel nostro Paese è quello dell’Edilizia che dopo la grande crisi del 2011 non è più riuscito ad alzare la testa.

In particolar modo, oltre alle tantissime micro-imprese ormai fallite, ad oggi, sono in crisi piena le cinque grandi imprese di costruzione che si trovano in concordato preventivo o in amministrazione controllata (Astaldi, Condotte, Cmc, Grandi Lavori Fincosit, Tecnis). Sono quindi a rischio oltre 25 mila posti di lavoro tra diretti (2260) e nelle società attive sui cantieri (22970).

Questi numeri sono stati elaborati e forniti dai sindacati dell’edilizia (Filca- Cisl, Feneal- Uil e Fillea- Cigl) e corrisponde, per assurdo, giusto per rendere l’idea della gravità della situazione, alla somma dei dipendenti di Ilva e Alitalia.

I sindacati denunciano la situazione affermando che non si può affrontare una crisi di tale portata azienda per azienda, in maniera singola e scoordinata. È necessario agire, invece, intervenendo sull’intero settore che in dieci anni ha fatto perdere all’Italia il 4% del Pil, 600 mila occupati e 120mila imprese. Questi sono dati inaccettabili per un Paese come il nostro che ha subito il peggior crollo del settore di tutta l’UE.

I sindacati hanno lanciato l’altro ieri una mobilitazione sui cantieri che avrà la durata di due mesi per sfociare in una grande manifestazione nazionale a Roma il 15 marzo. La crisi dell’edilizia non accenna a ridursi e anzi è stata alimentata nel 2018 dalla crisi delle grandi aziende e dall’incertezza portata dal governo Conte in tema di grandi opere. La legge di bilancio 2019, inoltre, «punta su meri interventi assistenzialistici e non al rilancio, pure annunciato nei mesi scorsi, di investimenti pubblici e occupazione».

I sindacati chiedono, quindi, una cabina di regia unica del governo e un Fondo di garanzia per salvare le grandi imprese; «serve un tavolo unico – spiega Franco Turri, segretario generale Filca Cisl – con la partecipazione di Mef, Mise, Mit, imprese, sindacati e banche».

Sul tema è tornato anche Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, che ha affermato: «se vogliamo un’Italia più forte e competitiva dobbiamo investire in infrastrutture. E dobbiamo farlo anche perché siamo ancora in emergenza occupazionale: secondo uno studio dell’Ance se aprissimo i 400 cantieri fermi per 27 miliardi di euro si creerebbero 400 mila posti di lavoro».

Quello delle crisi aziendali è un tema di vitale importanza, abbiamo bisogno di ripensare al sistema di interventi da adottare per poter intervenire per tempo, prevenire, evitare o affrontare meglio queste situazioni. È molto importante sia per le imprese e per i lavoratori che rischiano di chiudere e perdere il lavoro, sia per l’economia del paese nel suo insieme perché si deprime innescando circoli viziosi pericolosi. Non possiamo più utilizzare una metodologia “curativa” che va a ridurre il malessere ma abbiamo bisogno di un approccio “generativo” per promuovere il benessere.