Il 25 gennaio, due giorni dopo il giuramento di Guaidò, il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato di opporsi “all’ingerenza negli affari interni del Venezuela, le cui decisioni spettano al Popolo venezuelano”. La portavoce della cancelleria Hua Chunying ha ribadito che Pechino sostiene tutti gli sforzi del governo venezuelano nel mantenere la propria sovranità, indipendenza e stabilità della propria Nazione. Pur essendo consapevoli dell’instabilità politica alla quale era sottoposto il Venezuela e, in particolare, le difficoltà attraversate da un governo costretto a sopravvivere con una popolarità ai minimi storici, la decisione di Guaidò sembra aver colto di sorpresa il governo cinese.

Successivamente, alle riunioni del Consiglio di Sicurezza, Pechino ha preso una posizione verosimile a quella del Cremlino. Sia alla riunione del 26 gennaio che a quella del 26 febbraio, Pechino – insieme a Mosca – ha resistito a ogni possibile proposta di sostegno al governo di transizione di Guaidò fino a ricorrere all’applicazione del vero per impedire l’approvazione della risoluzione proposta a febbraio dagli Stati Uniti che prevedeva la conformazione di una coalizione internazionale per agevolare l’ingresso dei soccorsi umanitari nel Venezuela. Nonostante Pechino sia stata meno esposta di Mosca al momento di impedire l’approvazione della proposta che contava con 9 voti favorevoli, 3 contrari e 3 astenuti, essa non ha esitato al momento di porre il veto per evitare ogni tipo di ingerenza nello Stato sudamericano.

 

Perché Pechino sostiene Maduro?

Per capire la posizione di Pechino, bisogna determinare capire quale sia il rapporto che lega le due cancellerie. Un articolo pubblicato dalla testata giornalistica spagnola El Paìs, il 29 gennaio 2019, s’intitolava China y Venezuela: una relaciòn basada en la deuda, ovvero, Cina e Venezuela, un rapporto fondato sul debito. Bisogna apprezzare come, in poche parole, il giornale iberico di vocazione internazionalista abbia definito alla perfezione il rapporto che lega Pechino e Caracas in un’alleanza sempre più stretta e sempre più favorevole ad una delle parti.

Una delle ultime visite di Maduro a Pechino si è verificata a Settembre 2018 nella quale sono stati firmati, con la Cina, 28 accordi in materia finanziaria, tecnologica, miniera e di somministro di cibo e farmaci da Pechino a Caracas. Tra gli accordi firmati è stato firmato un Trattato Commerciale che prevede trasformare la Cina nel primo acquirente di petrolio venezuelano nel breve periodo.

Prima del 1999, gli scambi tra la Cina e il Venezuela ammontavano  a meno di 500 milioni di dollari annui. Fu dopo l’arrivo di Chavez al potere quando la relazione tra Pechino e Caracas è stata approfondita. Sin dal 1999, Chavez decise di visitare la Cina nel suo primo anno in capo all’esecutivo venezuelano. Nell’occasione sono stati firmati dei memorandum di intesa per la “creazione di un comitato misto di energia” e un trattato allo scopo di tutelare gli investimenti, la concessione di crediti per l’esportazione da parte della Banca di Sviluppo cinese e l’accordo di un programma di costruzione di abitazioni nel territorio venezuelano.

Come si è evoluto il rapporto Caracas-Pechino?

Nel decennio che va dal 1999 al 2009, lo scambio commerciale tra Pechino e Caracas ha raggiunto il picco di 7,5 miliardi di dollari. Il Venezuela è diventato, di conseguenza, il maggior destinatario degli investimenti di Pechino e, quest’ultimo si è trasformato nel secondo partner commerciale del Venezuela. Durante l’anno 2007, sarebbe stato istituito nel Venezuela il cosiddetto Fondo Chino, il quale si sarebbe alimentato dagli investimenti della Banca di Sviluppo cinese e del Fondo di sviluppo nazionale venezuelano. Secondo le fonti ufficiali, le risorse fornite dal fondo avrebbero permesso il lancio di un primo satellite di proprietà dello Stato venezuelano a cura della Cina. Allo stesso modo, tra il 2012 e il 2017, il Venezuela ha investito in altri due satelliti lanciati all’orbita sempre sotto la collaborazione di Pechino.

Nel 2008, il Venezuela ha firmato degli accordi di cooperazione energetica con la Cina che, secondo i pronostici dello stesso Chavez, avrebbe permesso di triplicare l’esportazione  di petrolio a 1 milione di barili al giorno, ma nel 2012, il mancato investimento nel settore avrebbe permesso la produzione di poco più di 640.000 barili di petrolio di cui 200.000 erano destinati a coprire il debito venezuelano con Pechino. Nel febbraio del 2009,  sono stati sottoscritti degli accordi commerciali per un ammontare di 12 miliardi di dollari e, inoltre, nell’aprile dello stesso anno, è stato sottoscritto un nuovo Trattato di cooperazione affinché la Cina potesse ricevere 1 milione di barili giornalieri entro il 2010.

All’incontro che ha avuto luogo a Pechino, lo stesso Chavez ha affermato che, dato il bisogno di agevolare la conformazione di un mondo multipolare, i due Paesi avevano la necessità di anticipare gli obiettivi fissati nel Convegno strategico del 2013. All’incontro erano stati fissati tre obiettivi, dall’aumento dell’esportazione di petrolio dal Venezuela alla Cina, alla costruzione di una Raffinatrice di crudo venezuelano sul suolo Cinese e la creazione di una tratta binazionale per il trasporto del greggio. Ad attirare l’attenzione della stampa internazionale, sono state le parole dette dallo stesso Chavez davanti ai membri del Partito Comunista Cinese “Dio ha messo il petrolio di cui la Cina avrà bisogno nei prossimi 200 anni nel Venezuela”. Con queste parole, il Presidente venezuelano intendeva annunciare l’inizio di un’altra era negli scambi commerciali tra i due Paesi con l’obiettivo di fare della Cina il primo partner commerciale del Paese in modo da liberarsi dalla dipendenza nei confronti degli Stati Uniti d’America, primo importatore del petrolio venezuelano fino a quel momento.  

A quanto ammonta il debito del Venezuela nei confronti della Cina?

Successivamente, nel 2010, il Venezuela ha ottenuto un credito di circa 5 miliardi di dollari provenienti dalla Cina i quali sarebbero stati investiti in agricoltura, aeronautica civile e nell’industria dell’acciaio. Ulteriori accordi sono stati  firmati in materia di elettricità, infrastrutture e la costruzione di una pianta di Gas, la quale, secondo gli accordi, sarebbe stata avviata nel 2012. In quell’anno, il rapporto bilaterale tra Caracas e Pechino è stato capovolto in favore di Pechino. Nell’aprile 2010, il governo cinese ha aperto un credito di 20 miliardi di dollari al Venezuela e PDVSA ha avviato una specie di joint venture con la statale di Petrolio cinese Heilongjiang Xinliang per incrementare lo sviluppo nella via del Petrolio dell’Orinoco, al sud est del Venezuela dove il 60% del controllo sull’estrazione del petrolio venezuelano era sotto il controllo condiviso con le diverse firme provenienti dall’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia (inclusa la Cina). Tra gli ultimi accordi stipulati nel 2009, c’è quello tra la China Railways Engineering Corporation (CREC) e lo Stato venezuelano per la costruzione di una rete ferroviaria nel Paese allo scopo di unificare le regioni petroliere nel Paese con le regioni agricole. Il 40% del progetto sarebbe stato controllato dalla corporazione cinese, ma al giorno d’oggi non è stata costruita la prima tratta.

Il ruolo del Venezuela nel rapporto bilaterale con la Cina è stato ridimensionato dopo il 2012, dopo il decesso di Chavez e con l’arrivo di  Maduro, il Venezuela è entrato in recessione e i prezzi del greggio sono crollati. Nel frattempo, le carenze nella manutenzione dell’industria avrebbe portato al calo della produzione, giunta al suo minimo in 50 anni, e il debito con la Cina avrebbe solo aumentato fino al punto di diventare impagabile per il Paese sudamericano.

Secondo il Centro per gli Studi strategici di Washington, il  Venezuela è stato, con circa 62.000 milioni di dollari il primo destinatario di fondi cinesi in America Latina. Il problema risiede nel fatto che la Cina ha smesso di sborsare i propri fondi alla cieca nel Venezuela dato che i pagamenti non vengono realizzati nelle scadenze previste. Allo stesso modo, Caracas sembra essersi appoggiata fin troppo sul petrolio come mezzo di pagamento e, a tale riguardo, la mancata produzione del greggio avrebbe portato il Venezuela a smettere di pagare i propri debiti nel 2018 incorrendo nel default.  

Qual’è lo stato attuale del rapporto tra i due Paesi?

Giunti a questo punto della nostra analisi, vediamo come le relazioni bilaterali Caracas-Pechino sono cambiate a partire dall’arrivo di Chavez e la promessa di costruire un Mondo multipolare, fino al costante e veloce ridimensionamento del ruolo del Venezuela all’interno di una relazione che è ceduta nel suo carattere bilaterale per trasformarsi in una relazione fondata sul debito. Oggi il debito del Venezuela con la Cina sarebbe di circa 62.000 milioni di dollari e, all’origine di questa cifra ci sarebbe lo sperperamento e la corruzione nell’amministrazione venezuelana e nella gestione del cosiddetto fondo cinese, il quale, non avendo organi di controllo che sorvegliassero l’utilizzo dei fondi stessi, si sarebbe trasformato in una specie di blackhole dentro il quale sarebbero scomparsi 1,4 miliardi di dollari tra il 2008 e il 2011 secondo l’ONG transparencia Venezuela.

Quali prospettive?

L’indebitamento di Caracas nei confronti di Pechino è una delle ragioni per cui il governo cinese sembra insistere sulla permanenza di Maduro al potere come elemento di stabilità nel Paese. Un altro fattore è che gli accordi sottoscritti dal 2016 ad oggi non sono stati ratificati dall’Assemblea Nazionale venezuelana come lo dispone la costituzione del Paese. In altre parole, l’eventuale uscita del chavismo dal potere, sottoporrebbe tali accordi a rischio di nullità. Le condizioni attuali del rapporto Caracas-Pechino ci inducono alla seguente riflessione: le motivazioni all’origine del sostegno di Pechino a Maduro non sembrano essere tanto di natura geopolitica quanto economica. Da un lato, per i rischi ai quali sono sottoposti tutti i crediti di Pechino e, dall’altro, perché gli interessi del governo cinese sul Venezuela sono tutelati meglio da un regime autoritario con un’economia pianificata anziché da una democrazia che li sottoponga al rigore dell’ordinamento giuridico del Paese.