Tutto in una notte al pronto soccorso del San Camillo di Roma.

Ogni giorno, in piena città, avvengono incidenti gravi e mortali. Quando l’immobilità della capitale, dovuta al traffico sempre più congestionato, lascia spazio alla mobilità negli orari meno di punta, molti romani si concedono con sfogo liberatorio una guida un po’ più brillante del solito. Risultato: fioccano gli incidenti. Quelli gravi.

Venerdì sera 12 aprile, in tarda serata intorno alle 23, si è verificato un forte scontro tra una minicar e un’utilitaria. È accaduto in una zona adiacente all’ospedale San Camillo, in piazza San Giovanni di Dio, quartiere Gianicolense. Lo scenario era impressionante. Gli occupanti dei due veicoli erano appena stati trasportati al vicino nosocomio, mentre le loro auto mostravano senza ombra di dubbio la gravità dell’impatto.

Gli airbag dell’automobile si erano aperti entrambi, mentre la minicar era finita al di sopra del marciapiedi, ultimando la propria corsa contro il muro di un palazzo.

Al pronto soccorso del San Camillo abbiamo appreso che il ragazzo alla guida della minicar, uno studente romano di 16 anni, era in codice rosso. I medici si riservavano la prognosi evitando di fare ogni previsione. Occorreva soltanto aspettare. E non smettere mai di sperare. La situazione non era delle migliori. Dopo averlo sedato per potergli praticare i primi accertamenti e le prime cure, i sanitari si sono chiusi in uno stretto riserbo, anche con i familiari del giovane, accorsi disperati al San Camillo insieme ad amici e parenti.

Appena giunto al pronto soccorso, per fortuna a meno di un chilometro dal luogo dello scontro, il giovane era ancora cosciente. Il conducente quarantenne dell’altra auto incidentata, italiano, si trovava anche lui all’interno del nosocomio, ma solo per accertamenti. Era incolume per miracolo.

Purtroppo, nel frattempo, la situazione per il sedicenne si è complicata ulteriormente. Il trauma cranico con perdita di sangue dalle orecchie e una vasta ferita sul collo non hanno consentito la rimozione dei presidi che mantenevano il ferito saldamente ancorato all’asse spinale.

I soccorritori dell’Ares – intervenuti sul luogo dell’incidente nell’arco di pochi minuti – sono rimasti a lungo e invano in attesa di riavere indietro i presidi utilizzati per il loro intervento. La tavola spinale, che è uno strumento essenziale usato per gli incidentati, serve a immobilizzare e contenere l’intero corpo del traumatizzato, per garantire l’allineamento di testa, collo e tronco, soprattutto nei casi in cui c’è il rischio di qualche lesione vertebrale.

Mentre al pronto soccorso si stava consumando il dramma di un ragazzo la cui vita era appesa ad un filo e per il quale i sanitari si stavano facendo in quattro per riuscire a stabilizzarlo, immediatamente al di fuori, nella sala del triage e in quella d’attesa, la situazione non era delle migliori, rasentando sempre di più l’inverosimile. Abbiamo assistito, attoniti ma non troppo, al susseguirsi di una serie di episodi inammissibili, che dimostrano quanto poco sicuri e tutt’altro che asettici e sotto controllo siano i nostri ospedali. Tutto in una notte.

I parenti del ragazzo grave erano costretti ad aspettare all’aperto, davanti all’entrata in cui arrivano le autoambulanze. La sala d’aspetto era impraticabile. Impossibile utilizzare i servizi igienici (igienico, aggettivo inadeguato in questo caso) o prendersi un caffè al distributore automatico situato al suo interno.

Il bivacco di senzatetto ubriachi e maleodoranti stonava con l’impossibilità dei cittadini presenti di poter usufruire di un’accoglienza dignitosa da parte della struttura ospedaliera al cui interno si trovavano per seri motivi di salute propria o dei loro cari.

Chi doveva andare al bagno non poteva farlo. Chi voleva bere o mangiare qualcosa varcava quella soglia a proprio rischio e pericolo.

Volete sapere, di tutto ciò, che cosa ne dicevano infermieri e guardie del posto? Il loro lassismo lasciava attoniti e basiti. Nessuno aveva la facoltà di fare niente. Morale: avevano più diritto di stare lì clochard e alcolizzati rispetto ai cittadini presenti per motivi di salute.

Siamo riusciti a smuovere un po’ le acque quando una signora, in ansia per il marito appena trasportato lì d’urgenza con l’ambulanza, ha dovuto fare dietrofront mentre stava varcando la soglia della sala d’aspetto: uno degli ‘ospiti’ – riverso in posizione prona sulle sedie della sala in questione – mostrava in bella vista il proprio posteriore.

Abbiamo cercato di documentare il fatto, quando siamo stati subito ripresi da altre due guardie giurate accorse a rinforzo di quella già presente sul posto. Il dito è stato puntato all’istante su chi, per onor di cronaca e di comune senso del pudore, aveva cercato di documentare con foto la situazione indecente.

Invitati a cancellare le prove, abbiamo iniziato a parlare con loro chiedendo il perché di quella situazione al di fuori di ogni umana decenza. La risposta è stata disarmante. Ognuno dichiarava di avere le mani legate – guardie, sanitari, forze dell’ordine – e di non poterci fare niente. Spiegazione: anche la sala d’attesa di un pronto soccorso è un luogo pubblico e, come tale, è aperta a tutti. Come se ci trovassimo in un bar o in una stazione.

Nessuno vuole assumersi la responsabilità di espellerli. Pare che molti clochard abbiano una ‘filosofia’ tutta loro. Rifiutano gli aiuti esistenti per principio, ma pretendono di trovare un riparo laddove non avrebbero un titolo per accomodarsi, ancor meno per dormire sdraiati con le chiappe all’aria, alzarsi per andare a vomitare e ricominciare apertamente a bere in pubblico in piena notte.

Se proprio vogliamo essere pignoli, a Roma non vige forse un’ordinanza secondo cui, dopo le dieci di sera, è severamente vietato acquistare, vendere o consumare alcolici in luoghi pubblici se non in locali deputati a farlo? Se qualcuno di noi si aggirasse con una bottiglia alcolica in mano e incappasse in qualche rappresentante dell’ordine, verrebbe invitato ad abbandonarla. O no?

Eppure non ci vuole molto a interpretare quanto leggiamo all’entrata e all’interno della stanza in questione, per poter controbattere con cognizione di causa.

‘Sala d’aspetto’, così c’è scritto all’entrata del pronto soccorso. E al suo interno, in alto, c’è un’insegna in cui viene specificato a chiare lettere ‘attesa accompagnatori’, sia in italiano sia in inglese. Più chiaro di così, si muore.

Impossibile prendere un caffè senza dover subire l’assalto da parte di chi ti chiede soldi o una sigaretta, e ti guarda storto se fai finta di niente.

Altro che malasanità. Non ci sono parole per continuare a riportare quanto successo subito dopo. Una cronaca annunciata, che si ripete ogni giorno in molti nosocomi dove si chiudono entrambi gli occhi a discapito del malcapitato cittadino, costretto ad attendere all’esterno al freddo e sotto la pioggia per evitare l’evitabile.

Nel frattempo, tra una discussione e l’altra, si è smosso qualcosa. Finalmente si è reso necessario l’intervento delle guardie.

Uno dei clochard presenti nella sala, straniero ed ex galeotto, ha cominciato a diventare molesto. Si trattava di un vecchio habituè – come ha spiegato una guardia giurata in servizio al San Camillo – americano senza fissa dimora che, dopo aver scontato anni di carcere nel suo paese per omicidio, ha pensato bene di venire in Italia, oramai terra di tutti e di nessuno.

Quando finalmente le guardie stavano decidendo di chiamare il 113, in contemporanea un altro straniero che pare si trovasse nella sala operativa – quella dove erano situati i pazienti più gravi – stava aggredendo i sanitari. Subito le tre guardie si sono precipitate per sedare la situazione, paradossale più che mai in quanto la scena si stava svolgendo dentro, oltre la sala triage, proprio nell’ala del pronto soccorso in cui si trovavano i pazienti più gravi.

Non è stato facile domare la situazione mentre noi, da fuori, abbiamo chiamato la Polizia.

Prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, il tipo attaccabrighe ha alzato le mani persino sul fratello del giovane in codice rosso. Oltre alla tristezza per la sorte in pericolo del fratello, quel ragazzo ha dovuto subire anche la beffa dell’attacco di un pazzo.

Sembrava di essere nell’ambito di un film senza né capo né coda, in cui il regista non sapesse bene dove voler andare a parare.

Per calmare lo straniero manesco ci hanno impiegato un bel po’ di tempo, facendo rimanere tutti gli altri fuori, sotto la pioggia – in zona arrivo ambulanze – visto che la sala d’attesa continuava ad essere il bivacco dei senzatetto presenti, chi a tracannare vino, chi a dormire.

Quando i poliziotti sono riusciti a portare via il violento paziente ‘impaziente’, la scena si è spostata sull’ex galeotto che ha continuato a inveire contro le guardie che gli intimavano di andarsene. Lui nel frattempo era stato raggiunto da una donna, che in precedenza aveva cercato di portarselo via chiamando un taxi. Il tassista però, dopo aver caricato i loro bagagli, resosi conto che lui era ubriaco e lei impasticcata, li ha fatti scendere subito, senza neanche imboccare il viale di uscita.

Si sono vissute altre scene di tensione, fino a che i sanitari, accortisi che la donna forse aveva bisogno di protezione e cure, decisero di inserirla nel triage. Mai lo avessero fatto. Subito l’americano, in preda ai fumi dell’alcol, si è seduto accanto a lei nella sala triage, rifiutando di andarsene senza essere prima visitato anche lui.

Insomma, nell’arco di tre ore se ne son viste di tutti i colori in una notte che, a livello di persone ricorse e accorse al pronto soccorso, si sarebbe potuta definire piuttosto tranquilla perché non c’erano le classiche file a cui di solito siamo abituati in città come Roma.

Com’è andata a finire? Il ragazzo della minicar finalmente è stato dichiarato fuori pericolo, mentre nel frattempo la donna e l’americano pregiudicato si erano spostati nella sala d’attesa. Finché la guardia giurata, non vedendoli più, pensava se ne fossero andati. Niente affatto: si erano rinchiusi in bagno, insieme.

Ora non resta altro che riflettere e domandarci come mai simili episodi – che a noi possono sembrare ai confini con la realtà – costituiscano invece la prassi quotidiana in molti ospedali della nostra capitale.

Una cosa è certa. Occorre che le autorità competenti intervengano al più presto per impedire il protrarsi di simili situazioni. Non è questione di essere razzisti o meno, umani o disumani. Si tratta semplicemente di garantire al cittadino strutture sicure e in grado di accoglierli, che sia giorno o notte, in un posto che tutto sembrava, il pronto soccorso del San Camillo di Roma, tranne che una sala d’attesa ospedaliera.

Va inoltre approfondito il discorso sulla sicurezza delle minicar, le cui prove anticrash NCAP (New Car Assestment Programme) non ne hanno garantito la sicurezza.

Sono troppo leggere, non possono avere gli airbag e costano troppo rispetto a quello che offrono e alla sicurezza che non possono garantire. Le guidano anche ragazzi dai 14 anni in su, con un semplice patentino per ciclomotori. C’è chi le considera meno pericolose dei motorini. Ma forse non è proprio così.