Un nuovo rapporto sulle vittime della guerra civile yemenita consegna un quadro sconsolante della situazione nel paese che da oltre quattro anni è un campo di battaglia in cui si affrontano fazioni contrapposte supportate da potenze regionali antagoniste.

L’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled) è un team di ricercatori e analisti che osservano, studiano e raccolgono dati e informazioni su eventi di violenza politica quali guerre e proteste. L’ultimo rapporto Acled sulla guerra dello Yemen suona come l’ennesimo campanello d’allarme di una situazione ormai da tempo finita fuori controllo, degenerata nella più grave crisi umanitaria dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ciononostante largamente ignorata dai mezzi d’informazione italiani.

Secondo il rapporto Acled dall’inizio delle ostilità nel marzo 2015 ad oggi la guerra ha causato 91 600 morti violente. Il 2018 è stato l’anno peggiore in assoluto in quanto ha fatto registrare sia il più alto numero di morti (30 800) sia il più alto numero di eventi violenti (10 200).

Il rapporto evidenzia come la maggior parte dei civili vittima di eventi violenti (fame e malattie sono quindi escluse) sia stata uccisa dai bombardamenti aerei indiscriminati della coalizione a guida saudita ed emiratina. Per la precisione il 67 % dei civili che rientrano in questa categoria è stato ucciso dai bombardamenti della coalizione.

La coalizione supporta le milizie fedeli al presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi, fuggito dallo Yemen in Arabia Saudita all’inizio della guerra e riconosciuto dalla comunità internazionale come presidente legittimo. Ai lealisti si contrappongono le milizie di Ansar Allah, meglio note come Houthi, dal nome dei fondatori del gruppo. Si tratta di un gruppo paramilitare originario del nord del paese, di fede sciita zaidita, supportato dall’Iran. Occorre precisare che quest’ultimo non sta intervenendo nello Yemen in modo così massiccio come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, cioè non conduce bombardamenti di alcun tipo.

A sua volta la coalizione a guida saudita ed emiratina è sostenuta più o meno direttamente da numerosi paesi occidentali – tra i quali Stati Uniti, Francia, Italia, Spagna – che forniscono dati d’intelligence oppure vendono armi ed equipaggiamenti militari ai paesi della coalizione. L’Italia rientra in quest’ultima categoria.

Proprio ieri la Corte d’Appello di Londra ha emesso una sentenza che definisce illegale la vendita di armi ai paesi del Golfo coinvolti nella guerra civile yemenita. Finora il Regno Unito è stato un convinto sostenitore dell’intervento militare di Riad e Abu Dhabi. Dallo scoppio della guerra nel marzo 2015 a oggi Londra ha venduto armi ed equipaggiamenti militari all’Arabia Saudita per un valore di 4,7 miliardi di sterline. Tuttavia, tale sentenza non implica che la Gran Bretagna cesserà automaticamente di vendere armi all’Arabia Saudita.

Un altro segnale incoraggiante in questa direzione proviene dagli Stati Uniti. Sempre ieri il senato americano ha approvato una risoluzione a favore dello stop alla vendita di armi all’Arabia Saudita. Tuttavia, la Casa Bianca – intenzionata a mantenere ottimi rapporti con i sauditi – ha minacciato di mettere il veto.

In ogni caso, il punto è che attraverso la vendita di armi e strumenti militari numerosi paesi occidentali sono collusi, seppur indirettamente, con i bombardamenti indiscriminati contro i civili condotti da sauditi ed emiratini negli ultimi anni. La Germania è l’unico grande paese europeo ad aver cessato la vendita di armi all’Arabia Saudita.

Il governatorato di Taiz, situato all’estremo sud-ovest del paese, affacciato sullo stretto di Bab el-Mandeb, si è rivelato il più pericoloso del paese. Ciò è dovuto in buona parte al fatto che la regione è assediata dagli Houthi da quattro anni. I governatorati di Al-Hudaydah (traslitterato anche Hodeidah) e Al Jawf sono rispettivamente il secondo e il terzo più violenti. Il primo è situato nel nord-ovest dello Yemen, affacciato sul Mar Rosso, il secondo si colloca nell’estremo nord.

Il governatorato di Al-Hudaydah ospita la città omonima che riveste una notevole importanza strategica in quanto è uno dei pochissimi porti del paese attraverso cui ancora transitano gli aiuti umanitari di cui la popolazione ha un disperato bisogno. Il fatto che nel corso dell’ultimo anno la città sia stata terreno di scontro tra Houthi e lealisti ha messo in discussione il passaggio di aiuti umanitari. La tregua stipulata con la mediazione delle Nazioni Unite lo scorso dicembre è stata violata da ambo le parti innumerevoli volte. Ciononostante – come si rileva nel rapporto Acled – tra dicembre 2018 e marzo 2019 il numero di vittime è diminuito del 20 % grazie alla tregua di al-Hudaydah.

“Dall’inizio dell’escalation del conflitto nel 2015 lo Yemen è stato devastato dalla guerra” ha commentato la direttrice esecutiva di Acled Clionadh Raleigh. “Questi dati sono sia uno strumento che un avvertimento – continua – la comunità internazionale deve usarli per comprendere, monitorare, e infine risolvere il conflitto prima che la situazione degeneri ulteriormente”.

È necessario precisare che il rapporto Acled non considera le morti per fame e per malattie. Carestia, fame e malattie come il colera sono le terribili piaghe che caratterizzano la guerra dello Yemen e che hanno fatto sprofondare il paese nella più grave crisi umanitaria del mondo. Tutto ciò è aggravato dalla carenza di materiale medico e dall’assenza di infrastrutture sanitarie, distrutte dai bombardamenti della coalizione a guida saudita ed emiratina. I civili – in particolare i bambini – sono le prime vittime a subire i danni della fame e delle malattie.

Secondo un rapporto commissionato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), i morti – compresi quelli causati da eventi non violenti – potrebbero essere addirittura 230 mila.

Ad ogni modo, il rapporto Acled, pur non tenendo in considerazione i morti per cause non violente, è l’ennesima dimostrazione della gravità della situazione nello Yemen. Un paese poverissimo già prima della guerra dove ora la morte violenta o per fame è diventata esperienza quotidiana. L’unica cosa peggiore della crisi umanitaria che sta distruggendo il paese è il fatto che la fine della guerra non si vede all’orizzonte.