«Dopo undici lunghi anni di odissea giudiziaria e gogna mediatica, la Corte di Cassazione conferma le assoluzioni dei colleghi coinvolti nel cosiddetto ‘Caso Uva’.  E’ finito un incubo che ha visto i colleghi disumanizzati, sotto ogni punto di vista, dalla barbarie del processo mediatico».

Commenta così Stefano Paoloni, Segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), la pronuncia della Cassazione sul Caso Uva, giunta nella serata di ieri.

«Questo caso è l’ennesima dimostrazione che servono norme a tutela degli operatori di polizia coinvolti in procedimenti scaturiti da fatti di servizio, ed è quello che chiediamo con la nostra proposta di idonee garanzie funzionali. Occorre – prosegue – che il Procuratore Generale, prima dell’iscrizione nel registro della notizia di reato, effettui una previa valutazione di garanzia dei fatti, valutando se sussistano cause di giustificazione e, nel caso, provvedendo all’archiviazione. Questo – spiega Paoloni – risponde a due esigenze: da una parte, fornire risposte ai cittadini che hanno diritto di sapere se quel servitore dello Stato sia o meno fedele e, dall’altra, celerità nei processi consentendo all’operatore di tornare operativo nel minore tempo possibile. Inoltre, il caso Uva evidenzia quanto possano essere deleteri i processi mediatici che infondono messaggi di condanna prima ancora che il processo penale sia terminato. Chi alimenta questa modalità per precostituirsi una sentenza, non fa il bene della giustizia. Purtroppo, ci sono avvocati che pur di raggiungere i loro scopi, sono disposti in modo spregiudicato ad utilizzare ogni strumento possibile per strappare i processi dalle aule di tribunale e trascinarli sulla piazza mediatica, sacrificando i diritti degli imputati, innocenti fino a sentenza di condanna definitiva, sull’altare di un’agognata visibilità, ma ciò non è finalizzato a perseguire la verità.  Quando sono coinvolti operatori di polizia, questi non hanno la possibilità di difendersi con gli stessi strumenti, essendo chiamati, per legge, al riserbo su quanto avvenuto. La Magistratura in cui abbiamo sempre riposto piena fiducia, ha fatto il suo corso nella ricerca della verità. Adesso – conclude – che sia restituita ai colleghi la dignità calpestata per 11 lunghi anni»