Le Lettere “Cara Francesca” scritte tra il 1921-1928, da Alcide De Gasperi alla moglie nel periodo del fidanzamento e i primi tempi del matrimonio, in tutto circa sette anni, sono raccolte e pubblicate nel 1999 dalla figlia Maria Romana.

Nel carteggio mancano quelle di Francesca Romani, forse andate distrutte dalla stessa Francesca o nella perdita della casa di famiglia da parte delle SS. Le lettere scritte da De Gasperi durante le pause delle attività politiche, offrono un profilo inedito dello statista solitamente serio, rigoroso,  di uomo innamorato, dolce e passionale: “Amami come t’amo e come ormai abbiamo bisogno di amarci per sempre”. Un De Gasperi che cerca in questo sentimento un rapporto complice ed equo ”Ti voglio libera compagna, amica di pari iniziativa e indipendenza, e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e di frugare nella tua coscienza”. Le sue parole mostrano una grande  profondità di sentimenti e morale, che lo distingue elevandolo, anche nella vita privata. Infatti, gli scritti completano la sua figura  nobilitandola maggiormente, aggiungendo  all’idea pubblica, quella di marito e padre esemplare, attento e affettuoso.

De Gasperi e Francesca si sposano nel 1922 e hanno quattro figlie Maria Romana, Lucia, Cecilia e Paola. Vivono anni difficili e di ristrettezze economiche durante il periodo fascista, a cui  De Gasperi si oppone, costringendolo anche a sedici mesi di prigionia. In difficoltà lavora come traduttore e per alcuni anni alla Biblioteca Vaticana, vivendo di poco insieme a Francesca e le figlie, ma nonostante questo come lui stesso scrive “la nostra vita in comune è stata avventurosa e drammatica, ma siamo stati felici”. Maria Romana ricorda questi periodi con l’abitudine  a rimandare acquisti con il solito “lo compreremo”, ma “non comperavano mai niente”. D’altronde il padre non aveva nessuna  “attrazione per il denaro”, tanto da restituire  durante la sua Presidenza al Consiglio  “regali , anche belli e costosi” con un  “Grazie, ma non posso accettare”. Questi aneddoti fanno ricordare quando De Gasperi, primo Presidente del Consiglio, fondatore della DC e promotore di una Europa Unita, che per andare in America si fa  prestare  il cappotto da Attilio Piccioni, dimostrando la purezza e la coerenza delle sue azioni. La sua vocazione genuina per la politica come “una missione”, un servizio per il bene comune, privo d’interessi e calcoli  personali.

Uomini di altri tempi, anche per quelli che lui stesso ha vissuto. Personalità rare, uniche come il suo collega europeista Robert Schuman, che una sera nel rientrare a casa,  dopo aver suonato, per evitare di disturbare troppo la governante, si toglie le scarpe e si addormenta sull’uscio,  al freddo. La mattina si ritrova senza scarpe, le avevano rubate. Eppure Schuman mostra nella quiete e senza clamore,  il garbo ineguagliabile di una fievole voce. Politici e amori eleganti, d’altri tempi  tra un uomo integerrimo e una donna volitiva, “esuberante”, che si scelgono per sempre e vivono nel sacrificio e nella pienezza del loro amore. Il loro esempio ancora educa e ricorda il valore, la cura di un sentimento, come argine per contenere le difficoltà ed estenderlo in una continua crescita, elevandosi negli affetti e negli ideali sempre al meglio con onestà, umiltà e fede. De Gasperi resta sempre grato alla moglie per quell’incontro, per il suo amore e sostegno, come compagna ideale e insostituibile: “…sento che Dio mi dà in te il suo compenso e la sua benedizione. Tu sei il sovrabbondante premio di tutta l’opera mia”.