Continuano gli scontri in Libia. L’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar è giunto a pochi chilometri da Tripoli, sede del Governo di accordo nazionale dove ha incontrato la resistenza dei miliziani fedeli al premier Fayez Al-Sarraj.

Gli scontri sono iniziati giovedì dopo che il generale Haftar annunciò l’intenzione di conquistare Tripoli e liberarla dai presunti “terroristi”, ovvero le milizie che appoggiano il Governo di accordo nazionale.

Il primo ministro Al-Sarraj, che ha definito Haftar un traditore, ha condannato con fermezza l’offensiva militare dell’uomo forte della Cirenaica. Sulla stessa lunghezza d’onda sono anche le dichiarazioni degli alti funzionari delle Nazioni Unite e dei ministri degli esteri del G7. Tuttavia, i moniti diplomatici, sia dell’Onu sia del G7, sono caduti nel vuoto e gli scontri proseguono con le fazioni contrapposte che si scambiano raid aerei e missilistici. Ieri le forze fedeli ad Al-Sarraj hanno annunciato l’operazione Vulcano di Rabbia, tesa a bloccare una volta per tutte l’offensiva di Haftar e ad impedire che le sue truppe entrino a Tripoli.

Ahmed Omar, ministro della salute del Governo di accordo nazionale ha reso noto un bilancio delle vittime: gli scontri tra milizie pro-Sarraj e truppe di Haftar avrebbero causato almeno 32 morti e 50 feriti. Il ministro, intervistato dalla tv libica Libya Al-Ahrar, ha dichiarato che la maggior parte delle vittime sono civili.

Nel frattempo, Ali Al-Qatrani, vicepresidente del Consiglio presidenziale presieduto dal premier Al-Sarraj, si è dimesso e ha annunciato il suo appoggio ad Haftar.

Il Consiglio presidenziale è un organo distinto dal Consiglio dei ministri del Governo di accordo di nazionale, sebbene Al-Sarraj presieda sia l’uno che l’altro. Data l’instabilità politica e la presenza di numerosi gruppi armati, la Libia non ha un vero e proprio capo di Stato. Le funzioni del capo di Stato sono svolte dal Consiglio presidenziale, presieduto da Al-Sarraj e composto da numerosi vice.

Al-Qatrani rimprovera ad Al-Sarraj il fatto di essere appoggiato dalle milizie, un appoggio che a sua detta “condurrà la Libia solo verso ulteriori sofferenze e divisioni”. “Attraverso l’incoraggiamento di queste milizie, Sarraj ha violato l’accordo politico sulla Libia abusando dei privilegi concessi a lui come capo del Consiglio presidenziale” ha dichiarato Al-Qatrani, che ora sostiene l’avanzata verso Tripoli dell’esercito di Haftar.

Allo stesso tempo, Ahmed Omar Maitig, vice primo ministro del Governo di accordo nazionale e vicepresidente del Consiglio Presidenziale, esponente delle potenti milizie di Misurata, ha duramente condannato l’escalation militare di Haftar. 

Maitig, intervistato dal quotidiano La Stampa, non ha usato mezzi termini nei confronti di Haftar e così facendo ha rimarcato il suo appoggio al primo ministro Al-Sarraj. “Noi siamo il governo legittimo della Libia. Questo è un colpo di Stato non c’è altro modo per definirlo” ha dichiarato Maitig. “Lui (Haftar, nda) vuole prendere il controllo della Libia e vuole essere a capo di un suo governo militare, vuole instaurare una giunta, una vera e propria dittatura. Noi siamo per la democrazia e per le elezioni”. Maitig aggiunge che Haftar “ha tradito la nostra fiducia e quella della nostra gente, ha tradito il popolo libico” proprio quando “stavamo per raggiungere un buon accordo sulle elezioni”. Insomma, sembra proprio che per il momento l’offensiva militare di Haftar abbia reso vani gli sforzi diplomatici fatti finora per giungere a un accordo che stabilizzasse il paese dopo quasi un decennio di anarchia.

Intanto, gli Stati Uniti hanno temporaneamente ritirato dalla Libia un piccolo contingente di soldati che si trovava nel paese per “fornire supporto militare alle missioni diplomatiche e operazioni di controterrorsimo”. Ad annunciarlo è stato il generale dei Marines Thomas Waldhauser, comandante dello Us Africa Command. Anche l’Eni ha annunciato che il suo personale italiano lascerà il paese. Il motivo che sta alla base di queste decisioni è lo stesso: l’escalation di violenza e l’imprevedibilità della situazione politica rendono la permanenza in Libia molto pericolosa.