Una riunione straordinaria del Consiglio Europeo tenutasi ieri a Bruxelles ha sancito, dopo ben venti mesi di lunghe ed esasperanti trattative, l’intesa finale tra Regno Unito ed Unione Europea sulla Brexit. La sinistra eventualità dell”uscita di Londra dall’Ue senza un accordo (la cosiddetta no deal Brexit) sembra scongiurata una volta per tutte.

I capi di governo dei 27 paesi membri si sono riuniti nella capitale belga per visionare e approvare i due documenti che sanciranno giuridicamente la Brexit, ovvero l’accordo di uscita, composto da 599 pagine e che regola questioni relative, per esempio, al grado di permanenza del Regno Unito nell’unione doganale e nel mercato comune, e una dichiarazione politica di 26 pagine, che definisce a grandi linee il rapporto futuro tra Gran Bretagna ed Ue. La data da segnare sul calendario è il 29 marzo 2019, giorno in cui Londra sarà ufficialmente fuori dall’Unione, più o meno. In realtà a partire da quella data inizierà un periodo di transizione che dovrebbe terminare il 31 dicembre 2020 durante il quale di fatto Londra rimarrà vincolata a numerose regole comunitarie. Quindi, la Brexit entrerà pienamente in vigore il 1° gennaio 2021, quattro anni e mezzo dopo il referendum, a meno che durante i prossimi due anni non cambi qualcosa.

Sebbene i vertici delle istituzioni comunitarie e diversi capi di governo abbiano definito “triste” e “tragica” la giornata di ieri, poiché l’addio all’Ue da parte di una delle grandi potenze europee si avvicina sempre di più, l’accordo è stato finalmente raggiunto e ha placato gli animi di coloro i quali, specialmente nel mondo della finanza e delle grandi imprese, tremavano di fronte agli scenari di incertezza e confusione che sarebbe sorti in seguito a una no deal Brexit.

L’accordo, tuttavia, lascia in sospeso diversi temi caldi che sono stati al centro delle trattative negli ultimi mesi. Tra questi vi è quello riguardante il confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, ovvero l’unico confine terrestre che il Regno Unito condividerà con l’Ue. Londra e Bruxelles non hanno raggiunto un vero e proprio accordo e si è deciso di ricorrere al tampone del cosiddetto backstop fino a quando non si troverà un’intesa, possibilmente durante il periodo di transizione. Se non avete mai sentito parlare del backstop o non vi è ben chiaro di cosa si tratti, vi consigliamo di leggere questo articolo. Un’altra questione lasciata parzialmente in sospeso è quella relativa a Gibilterra. Nei giorni precedenti il summit di domenica, la Spagna aveva minacciato di porre il veto se non si fosse trovata una soluzione condivisa su Gibilterra. Sabato arriva però il colpo di scena e il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez annuncia che la Spagna non porrà alcun veto. Lo status di Gibilterra dovrà essere negoziato da Londra e Madrid in futuro.

Ad ogni modo, il tanto agognato accordo è stato firmato. Chi temeva una no deal Brexit può finalmente tirare un sospiro di sollievo. A parte per un paio di questioni rimaste in sospeso, l’accordo c’è. Si può quindi dire che il capitolo Brexit è finalmente chiuso e che il duro lavoro e le preoccupazioni sono alle spalle? Assolutamente no, anzi, il bello arriva proprio ora. L’ora della verità deve ancora giungere e l’incubo di una no deal Brexit è ancora presente sullo sfondo. Infatti, per poter entrare in vigore, l’accordo di ieri deve essere ratificato dal parlamento britannico. In pratica, la Camera dei Comuni deve approvarlo a maggioranza. È questo l’ultimo ostacolo da superare. È nel palazzo di Westminster che si deciderà l’esito finale di questi venti, lunghi mesi di trattative, oltre che il destino della carriera politica della primo ministro Theresa May. Se la Camera dei Comuni dovesse votare contro l’accordo, si aprirebbe un grande ventaglio di scenari. May potrebbe dimettersi e venire sostituita da un hard Brexiteer come Boris Johnson che in fretta e furia dovrà rinegoziare un accordo entro il 29 marzo. Oppure si andrà a elezioni anticipate, o verrà indetto un secondo referendum, oppure il governo britannico e le istituzioni comunitarie decideranno di posticipare la data dell’uscita di Londra dall’Ue, oppure si concretizzerà per davvero una hard Brexit. Insomma, gli scenari sono davvero tanti ma in caso di voto contrario alcune certezze ci sono. May ne uscirebbe ulteriormente indebolita e pure delegittimata, forse questa volta in modo letale. Il duro lavoro degli ultimi venti mesi di trattative andrebbe in fumo e, almeno nell’immediato, i mercati finanziari subirebbero un tonfo così come anche la sterlina. Nel frattempo sul versante politico si aprirebbe una crisi di non facile risoluzione. Il tutto racchiuso in un’aura fatta di ansia, incertezze e timori.

Ma il vero problema è che il destino dell’accordo di ieri sembra già segnato ancora prima di entrare a Westminster. Ricordiamo che il sostegno parlamentare del governo May è molto precario. Di fatto, l’attuale esecutivo britannico è di minoranza ed esiste solo grazie all’appoggio fornito dai dieci deputati del Democratic Unionist Party (Dup), ovvero gli unionisti nord-irlandesi. Il fatto è che il Dup, per voce della leader Arlene Foster, ha detto che voterà contro l’accordo e già questo sarebbe sufficiente a farlo naufragare. Come se non bastasse ci sono pure i conservatori euroscettici fautori di una hard Brexit  i quali con buona probabilità voteranno contro. L’opposizione, composta da laburisti, liberaldemocratici e indipendentisti scozzesi, ha manifestato già da tempo la sua contrarietà al lavoro svolto da May in questi mesi e perciò il voto contrario è scontato.

Le possibilità che l’accordo sulla Brexit venga approvato sono poche. Per questo May, come anche il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, hanno fatto appello al parlamento britannico di votare a favore, sostenendo che l’attuale intesa è l’unica possibile e perciò la migliore. In questi casi le capacità persuasive dei capigruppo e dei deputati più influenti sono decisive. Ogni singolo voto fa la differenza. May e i suoi sostenitori dovranno mettercela tutta per vincere questa battaglia il cui esito sembra già scritto. Insomma, se pensavate che dopo l’approvazione dell’accordo di ieri ci fossimo liberati della Brexit vi sbagliavate di grosso. Ne sentiremo parlare ancora per molto tempo.