Il 29 marzo è terribilmente vicino e data la situazione attuale sembra proprio che Regno Unito ed Unione Europea si stiano incamminando verso il peggiore dei divorzi. La no deal Brexit, ovvero l’uscita di Londra dall’Unione senza alcun accordo, diventa sempre più probabile giorno dopo giorno, mentre la fatidica data si avvicina inesorabilmente.

Martedì 29 gennaio il parlamento britannico ha approvato alcuni emendamenti che hanno parzialmente ristabilito la leadership della primo ministro Theresa May nel partito conservatore e dato indicazioni al governo sulla strada da seguire nelle prossime settimane per evitare di schiantarsi contro il no deal, i cui gravi danni in termini economici sono stati preannunciati da tempo, senza contare tutti gli effetti imprevedibili. Tra gli emendamenti più significativi vi è quello che dà il mandato a May di rinegoziare con le istituzioni europee le clausole relative al cosiddetto backstop, con lo scopo di evitare la creazione di un confine fisico tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Se non avete mai sentito parlare del backstop o non avete ben chiaro di cosa si tratta, vi consigliamo di leggere questo articolo che abbiamo scritto in merito qualche mese fa. Ancora una volta, la questione del confine irlandese, ovvero l’unico confine terrestre che il Regno Unito condividerà con l’Unione Europea, si conferma il problema di più difficile risoluzione. Al di là delle perdite economiche in termini di interscambio commerciale tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord e le difficoltà per le migliaia di pendolari transfrontalieri, se il confine tornerà a dividere l’Irlanda la vera e più grave minaccia è un’esplosione delle violenze tra la componente unionista protestante e quella repubblicana cattolica, che manderebbe in frantumi la pace scaturita dagli accordi del 1998. La pace e la stabilità degli ultimi due decenni verrebbero messe in discussione, con guerriglia e attentati che potrebbero fare il loro ritorno. Per questo si discute tanto di backstop e confine irlandese. L’autobomba esplosa lo scorso 20 gennaio a Londonderry, seconda città più grande dell’Irlanda del Nord, ha destato l’attenzione e i timori di tutti e ha ricordato che la posta in gioco della Brexit è anche la tanto agognata pace in Irlanda. L’attentato, che fortunatamente non ha causato feriti, è stato rivendicato da un gruppo che si è proclamato “l’Ira” (Irish Republican Army).

Se May riuscirà a ottenere delle concessioni da Bruxelles sul backstop dovrà tornare in parlamento entro il 13 febbraio per mettere ai voti il nuovo accordo. Il problema è che l’Unione Europea non è disponibile a rinegoziare. Non si tratta affatto di un dettaglio di secondaria importanza, anzi. Considerando la posizione ostile dei vertici dell’Ue, le speranze del parlamento britannico e di May per una rinegoziazione sembrano morte in partenza. “L’accordo che abbiamo stipulato è il migliore e l’unico possibile. Lo abbiamo detto in novembre, lo abbiamo detto in dicembre, lo abbiamo detto dopo il primo significativo voto della Camera dei Comuni in gennaio. Il dibattito e le votazioni di ieri (29 gennaio, nda) alla Camera dei Comuni non cambiano la nostra posizione. L’accordo non verrà rinegoziato”. Con queste parole, pronunciate durante una seduta del Parlamento Europeo, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha spento qualsiasi speranza britannica per una rinegoziazione. Non c’è tuttavia da sorprendersi: effettivamente questa è la posizione dell’Unione Europea da mesi e pare che non sia destinata a cambiare in futuro. L’europarlamentare britannico Nigel Farage, personificazione dell’euroscetticismo britannico e trascinatore della campagna per il Leave nel 2016, era seduto di fianco a Juncker e ha preso la parola dopo il suo intervento. Farage ha criticato duramente l’intransigenza dell’Unione Europea, additandola come la causa dell’incremento delle possibilità di una no deal Brexit.

Insomma, se la posizione dell’Unione Europea non cambierà, la Brexit senza accordo appare inevitabile. Bisogna però chiarire una cosa: una no deal Brexit non va a beneficio di nessuno. Ovviamente, i britannici sono quelli che ci rimetteranno maggiormente, ma anche i 27 paesi membri hanno da perderci. Specialmente quelli che commerciano molto con il Regno Unito e che intrattengono complesse e durature relazioni economico-finanziarie. Un atteggiamento meno severo da parte dell’Ue sarebbe quindi auspicabile, nel nome delle buone relazioni tra Londra e il continente e del mutuo interesse a stipulare un divorzio il meno dannoso possibile. È anche vero però che riaprire i negoziati e fare concessioni ai britannici potrebbe apparire come un segno di debolezza da parte dell’Ue. Visto che Londra ha deciso unilateralmente di uscire dall’Unione, è la seconda e non la prima a detenere il maggior potere negoziale. Londra si trova in una posizione di debolezza rispetto a Bruxelles, e non il contrario. Quindi, acconsentire a riaprire i negoziati dopo che tutti i 27 capi di governo hanno approvato l’accordo, significherebbe invertire le parti e creare un precedente. La partita si gioca a 27 contro 1 e quindi per i britannici gli spazi per una riformulazione dell’accordo sono davvero molto stretti, per non dire inesistenti.

Tuttavia, fino al 29 marzo non è detta l’ultima parola. La Brexit è stata finora una storia caratterizzata dall’incertezza e dall’imprevedibilità e quindi è meglio non escludere nessuna ipotesi. Con l’avanzare delle settimane e con l’avvicinarsi del 29 marzo, la proroga dell’articolo 50 e l’indizione di un secondo referendum si fanno però sempre più improbabili. Se non ci saranno proroghe, se non ci sarà un referendum in extremis, se l’Ue non cambierà la sua posizione e se il parlamento britannico non deciderà di rimangiarsi la parola e approvare l’accordo che ha sonoramente rifiutato lo scorso 15 gennaio, sarà Brexit senza accordo. Questa per il momento sembra essere l’unica certezza.