Niente di nuovo sul fronte della Brexit. I negoziati tra il governo britannico e l’Unione Europea sono a un punto morto dopo che nel fine settimana sembrava che si fosse finalmente giunti al tanto agognato accordo. Domenica il ministro britannico per la Brexit Dominic Raab era volato a Bruxelles per un incontro non programmato con il capo negoziatore dell’Ue Michel Barnier destando l’attenzione di osservatori e giornalisti. Dopodiché venne convocata una riunione straordinaria degli ambasciatori dei 27 paesi membri. Iniziarono allora a farsi largo in modo deciso voci entusiaste e speculazioni riguardo il raggiungimento di un’intesa. Si pensava che gli ambasciatori fossero stati convocati per prendere visione dell’accordo che sarebbe stato sottoposto al Consiglio Europeo di questa settimana. Niente di più sbagliato. Gli entusiasmi si placarono molto velocemente dopo una dichiarazione fatta da Barnier. “Alcune questioni chiave rimangono ancora aperte”. Niente accordo quindi.

Il nodo più intricato da sbrogliare è indubbiamente quello relativo al confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, ovvero il confine terrestre che il Regno Unito condividerà con l’Unione Europea. Sia Bruxelles che Londra vogliono evitare la costruzione di un vero e proprio confine con tanto di dogana, controlli, posti di blocco e recinzione. Un confine di questo tipo non è nell’interesse delle parti negozianti poiché danneggerebbe gli scambi commerciali tra Irlanda e Regno Unito. La questione del confine irlandese mette al centro dell’attenzione il futuro dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito post-Brexit, aprendo un dibattito non solo tra Londra e Bruxelles ma anche all’interno della stessa Gran Bretagna. L’accordo sulla Brexit potrebbe prevedere clausole specifiche che garantirebbero in una certa misura la partecipazione dell’Irlanda del Nord all’unione doganale europea, al mercato unico e allo spazio dedicato alla libera circolazione delle persone così da evitare un confine vero e proprio. Ma la possibilità di introdurre clausole ad hoc per risolvere la questione nord-irlandese non piace agli scozzesi i quali sono già molto ostili nei confronti della Brexit. Nel referendum del 23 giugno 2016 la Scozia votò compatta per rimanere all’interno dell’Unione Europea e negli ultimi mesi la primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha paventato più volte la possibilità di un secondo referendum sull’indipendenza (dopo quello del 2014) nel caso in cui l’accordo sulla Brexit non soddisfi gli interessi, economici in primo luogo, di Edimburgo. Ruth Davidson e David Mundell, rispettivamente leader dei conservatori scozzesi e segretario di Stato per la Scozia, hanno minacciato di dimettersi nel caso in cui l’accordo sulla Brexit minacci l’integrità del Regno Unito. Essi criticano eventuali decisioni che possano favorire eccessivamente l’Irlanda del Nord a scapito delle altre nazioni del Regno Unito.

La questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord è quindi cruciale non solo perché è il più grande ostacolo al raggiungimento di un accordo tra Londra e Bruxelles ma anche perché il modo attraverso cui tale questione verrà risolta avrà ripercussioni sull’integrità del Regno Unito.

Questa sera inizierà il Consiglio Europeo in cui si discuterà della Brexit. In teoria, il Consiglio Europeo di questo ottobre avrebbe dovuto essere la sede in cui i capi di governo dei 27 paesi membri visionavano e approvavano l’accordo per l’uscita di Londra dall’Ue. In pratica si sarebbe dovuti giungere a questo Consiglio Europeo con l’intesa già sul tavolo.  Al contrario l’accordo non c’è e vi sono poche possibilità che si possa giungere a un’intesa in occasione del vertice che si terrà tra stasera e domani. Sebbene la primo ministro britannico Theresa May abbia incassato l’approvazione da parte dei suoi ministri del suo piano sulla Brexit, “non c’è ottimismo” riguardo il raggiungimento di un accordo in questi giorni, per dirla con le parole del presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, il quale questa sera chiederà a May “proposte concrete” per sbloccare lo “stallo”. Pure Barnier è poco ottimista. “Non ci siamo ancora. Restano varie questioni aperte, quindi serve più tempo per trovare un accordo globale. Dobbiamo prenderci questo tempo con calma, con serietà, per raggiungere un’intesa nelle prossime settimane”.

A meno di sei mesi dalla data in cui Londra sarà ufficialmente fuori dall’Ue e a poche ore da quel Consiglio Europeo che avrebbe dovuto consacrare il raggiungimento dell’accordo sulla Brexit, vi sono poche possibilità che Bruxelles e Londra riescano a trovare una quadra in tempi immediati. L’orologio ticchetta ansiosamente mentre le speranze che da questo Consiglio Europeo esca qualcosa di produttivo sono poche.