Gli americani sono il popolo più vaccinato al mondo: nei primi dodici mesi di vita, i bambini ricevono 29 dosi di vaccino.Essendo i più immunizzati, dovrebbero essere i più  protetti dalle malattie e i più sani. E invece no, brutta sorpresa: il tasso di mortalità infantile negli Stati Uniti (0-12 mesi) è tra i peggiori dei paesi ricchi.
Secondo uno studio della Johns Hopkins pubblicato dalla rivista “Health Affairs”, dal 1961 ad oggi il tasso di mortalità infantile negli USA è più elevato del 75% rispetto a quello degli altri diciannove paesi presi in considerazione (tra cui  l’Italia). Particolarmente significativo il dato relativo alla sindrome da morte improvvisa, la cosiddetta « morte in culla »: due volte e mezzo più elevata per i neonati americani.

In questi anni invece l’Italia, insieme alla Spagna, ha registrato il maggior calo della mortalità infantile: il numero di decessi tra zero e dodici mesi è diminuito in media del 5,6% l’anno, un valore che ci colloca nel ristretto club dei paesi con meno di tre bimbi morti ogni mille nati vivi.

Fino ad agosto 2017 in Italia si vaccinavano i bambini contro quattro malattie, con meno della metà delle 28 dosi di vaccino obbligatoriamente inoculate per proteggerli da dieci malattie. Da agosto 2017, la L. 119 ci ha messi al pari con gli Stati Uniti. 

Forse non sono tutti scemi i no-vax che continuano a protestare contro la pioggia di vaccini imposti alla popolazione pediatrica italiana. E perché, poi? Per contrastare l’aumento dei casi di morbillo? Questo avrebbe giustificato l’obbligo di un solo vaccino. Noi siamo passati da quattro a dodici, con lo sconto poi a dieci, per tenere fede agli impegni presi nel settembre 2014 a Washington dall’allora Ministro della Salute Beatrice Lorenzin: nei successivi cinque anni, l’Italia sarebbe diventata “capofila delle strategie di vaccinazione a livello mondiale”.

Se ai dati di cui sopra aggiungiamo le conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, scopriamo che toh, guarda, nei  militari iper-vaccinati si sono riscontrati problemi di immunodepressione, autoimmunità e ipersensibilità. Per questo non si può escludere un nesso di casualità fra la profilassi vaccinale e le reazioni avverse, denunciate dalle stesse case farmaceutiche. Per questo si raccomandano per i militari vaccini monodose e monovalenti, “puliti” (ovvero privi delle sostanze tossiche attualmente utilizzate nella produzione degli stessi), esami pre-vaccinali e un’attiva sorveglianza post-vaccinale. Esattamente le stesse richieste che portano avanti quegli ignorantoni dei no-vax.

Più di cinque vaccini insieme sono sconsigliati ai fragili militari, ma non si esita a obbligare i genitori a farne fare sei tutti insieme ai loro virili neonati, che a tre mesi si beccano la prima dose di esavalente contro difterite, tetano, pertosse, epatite B, poliomielite e Haemophilus influenzae b.

Tornano alla mente le polemiche legate alla relazione sulla sicurezza del vaccino esavalente Infanrix Hexa presentata dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK) nel 2015 dopo le rivelazioni di uno studio: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28918379 «I medici hanno scoperto che l’ultima relazione sulla sicurezza del vaccino Infanrix Hexa presentata da GSK nel 2015 ha cancellato i decessi riportati in precedenza dal produttore nel suo rapporto del 2012. Se queste morti non fossero state cancellate, le morti dopo la vaccinazione sarebbero state significativamente superiori». La rielaborazione dei dati presentati dalla GSK ha dimostrato che l’83% delle morti riportate è avvenuto nei primi 10 giorni dopo la vaccinazione. Solo il 17% nei successivi dieci giorni”.

Insomma, questi ignoranti e asini dei no-vax, due o tre dubbi sull’esavalente è comprensibile che li abbiano.

E non è finita qui. Per dovere di cronaca, bisogna raccontare anche la storiaccia di un altro vaccino esavalente, l’Hexavac della Sanofi.

Nel 2003 l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) pubblica i risultati di uno studio che aveva segnalato un aumento di “morti in culla” di neonati vaccinati con esavalente Hexavac oltre a infanrix Hexa. Pur rilevando un’associazione temporale tra vaccinazione e decessi, l’EMA stabilisce la mancanza di un nesso causale e di un conseguente rischio per la salute.

Tutto a posto quindi? No. Perché nel novembre 2005 la Commissione europea sospende l’autorizzazione all’immissione in commercio dell’Hexavac per sospetta inefficacia nell’indurre protezione a breve e lungo termine nei confronti dell’epatite B. Non si può definire uno sprint, ma la reazione arriva: nell’aprile 2012 – cioè sette anni dopo – la Sanofi ritira volontariamente l’autorizzazione all’immissione in commercio di Hexavac e richiami. Parallelamente, l’EMA commissiona alla Sanofi uno studio per misurare il livello di risposta immunitaria al virus dell’epatite B nei bambini vaccinati nel primo anno di vita,’sulla base dei dati di 6 centri vaccinali italiani tra il 2008 e il 2009. Da questo studio emerge che solo il 60% dei bambini vaccinati presenta valori adeguati d’immunizzazione.

Ora i malpensanti complottisti mettano per favore da parte il leggerissimo sospetto che ci sia un flagrante conflitto d’interessi (Sanofi produce il vaccino e fa uno studio sull’efficacia del vaccino che produce? Brrrrr).

Resta il fatto che qualche decerebrato no-vax potrebbe cominciare a dire che i vaccini, oltre a fare male, siano un filo inefficaci. Non sia mai. Repetita iuvant: mettete un’altra volta da parte quel sospettuccio di conflitto d’interessi, perché l’EMA chiede alla Sanofi un secondo studio sui bambini vaccinati con Hexavac dieci anni prima, per valutare se ci sia bisogno di una dose di richiamo. Un rinforzino, insomma.

Le aziende sanitarie coinvolte nello studio sottolineano la libera partecipazione, dopo un’adeguata informazione e la raccolta del consenso degli aderenti.

Nella scheda tecnica del vaccino si legge: “Poiché i dati relativi alla sicurezza del vaccino anti-epatite B sono insufficienti se vengono somministrate dosi addizionali in eccesso rispetto alle serie raccomandate, la rivaccinazione eseguita dopo il completamento della prima serie non è raccomandata di routine, e  deve essere presa in considerazione per i soggetti ad alto rischio dopo aver valutato il beneficio della vaccinazione rispetto al potenziale rischio di aumento delle reazioni avverse locali o sistemiche“.

Questo secondo studio non prevede due fasi, una di acquisizione e valutazione dei dati sullo stato immunitario e un’altra con l’eventuale risposta alla rivaccinazione dei soggetti non protetti: il prelievo di sangue per valutare lo stato immunitario viene effettuato contemporaneamente alla somministrazione della dose di richiamo. Un secondo prelievo viene invece effettuato dopo 21-35 giorni per stabilire se la nuova immunizzazione abbia avuto successo o meno. Spicciamoci, insomma, che quegli stregoni dei no-vax, creatori di fake news, ci stanno con il fiato sul collo.

Le possibili reazioni avverse del vaccino esavalente, che contiene idrossifosfato amorfo di alluminio solfato e può contenere tracce di formaldeide e potassio tiocianato, comprendono dolore, rossore, gonfiore ma anche effetti collaterali di maggiore gravità quali dolore alle articolazioni, parestesie, neuriti e disordini del sistema nervoso centrale come la sclerosi multipla.

È possibile che genitori efficacemente informati accettassero tali rischi senza la preventiva dimostrazione che lo stato immunitario del proprio figlio richiedesse effettivamente una dose di richiamo?

Ma si sa, i no-vax si fanno troppe domande. Sono ignoranti. Devono studiare. E soprattutto, devono smettere di ragliare: parola di Roberto Burioni. Mah. Io un paio di ragli li ascolterei.

E il Ministro per la Salute Giulia Grillo potrebbe farci sapere se giudica soddisfacenti le risposte (o meglio, le non risposte) date all’interrogazione parlamentare di sei senatori del M5S che a gennaio 2014 hanno chiesto chiarimenti sulle modalità di somministrazione del richiamo e trasparenza nella procedura di valutazione della copertura vaccinale, «libera da conflitti d’interesse».