Quando si pensa a Giacomo Leopardi, i versi che affiorano più frequentemente nella nostra memoria o citiamo più spesso sono le poesie degli Idilli, come L’Infinito, Alla luna, La sera del dì di festa, A silvia, intime, sentimentali e autobiografiche.  Rappresentazioni  di stati d’animo, momenti della sua vita interiore. Pensieri in  evoluzione da una natura benigna dei primi anni, a quella maligna, fino a maturare  nel tempo un pessimismo cosmico in un linguaggio sempre più innovativo.

Leopardi tra il 1816-1819, si dedica a più generi letterari, oltre allo Zibaldone, le Liriche, scrive anche Canzoni civili di cui fa parte All’Italia. È un canto lirico che si lascia accarezzare in comunione col  poeta. In questi versi la sua anima si confonde e si identifica con il destino infelice dell’Italia, dove con dolcezza e malinconia ‘naufraga’. La lirica scritta nel 1818, si basa sulla tradizione classica greca,  unita a quella italiana, politica e patriottica. E che in uno stile personale,  denuncia la decadenza morale con la perdita dei valori dell’uomo. Uno sguardo verso un’Italia che ha perso il suo splendore e che “giace a terra negletta e  sconsolata e piange  «che ben hai donde, Italia mia». Leopardi contrappone la nazione, alla grandezza dell’antica Grecia e la raffigura  in una “formosissima donna”, ormai consumata, maltrattata e sfiorita. I versi soprattutto nella prima parte, hanno  una cadenza e musicalità che lascia legati alle parole e si presta ad essere decantata con un certo fervore, tutto di un fiato.  Ispira un sentimento benefico, di protezione, cura, quando recita “Vedo le mura, gli archi e le colonne e i simulacri e l’erme torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, non vedo il lauro e il ferro onde erano carchi i nostri padri antichi.”

Una visione quella di Leopardi, che aiuta a comprendere le difficoltà  politiche e civili dei suoi tempi, tanto da trasformarla da “donna” a “povera ancella”. Una patria che appare spoglia dei suoi onori e conquiste, “Nuda la fronte e nudo il petto mostri” e che riporta i segni  delle sue “ferite”, di “lividor”, di “sangue!” La poesia risulta attuale, tanto da  chiedersi cosa avrebbe pensato e scritto il poeta  oggi, vedendo questa Italia, ancora più  inerme “che di catene ha carche ambe le braccia” e che “nascondendo la faccia tra le ginocchia… piange.” E se nel volgerle lo sguardo scriverebbe ancora ignaro “Dite dite chi la ridusse tale?” Un’idea vaga rimanda a un lungimirante Catone, che già ai suoi tempi scriveva: “I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori”.