Al toner della stampante gli aveva affibbiato il nome ‘Giuseppe’ perché la parola ‘toner’ lo immaginava come al nome di uno sciatore altoatesino. Andrea Camilleri è morto. E con lui è morta pure quella potenza intelligente, intellettuale, che non si è mai lasciata trasportare dall’impeto del successo.

Pluri laureato, Andrea Camilleri ha sempre conservato quel modo comparativo di rapportarsi con la gente comune senza mai esimersi dal suo pensiero libero con gli intellettuali. Camilleri mai avrebbe pensato di diventare uno dei più grandi scrittori italiani, anche perché la sua vocazione poetica, tra il 1945 e il 1950, lo portò a pubblicare poesie vincendo il Premio Saint Vincent; Giuseppe Ungaretti inserirà alcune sue opere nella sua antologia.

Un autentico sostenitore per la difesa della lingua italiana, in fatti la “bacchettata” l’avrebbe data ai nostri deputati europei i quali non si sono mai opposti alla regressione della lingua italiana in Europa. L’uso sempre più frequente nell’utilizzare terminologie inglesi, per Camilleri, ha destato sempre un senso di provincialismo assoluto: “E’ così che muoiono le lingue”.

Il grande scrittore, dunque, ci lascia con un atto notevole, una sorta di testamento che evidenzia il senso naturale della cultura. La cultura siamo noi. L’uomo è cultura. Andrea Camilleri ha rappresentato l’immenso spirito di saggezza e ironia, maestro invalicabile per il suo espressionismo libero. Memorabile fu il suo monologo al Teatro Greco di Siracusa dal titolo ‘Conversazione su Tiresia: “Mi piacerebbe che ci rincontrassimo, tutti quanti qui, in una sera come questa, tra cento anni”.

Andrea Camilleri si è spento all’età di 93 anni e con lui anche l’ultima sigaretta, compagna di vita di cui non ha mai voluto rinunciare. Mancherà la sua ironia elegante e saggia, mancherà quel suo modo gentile di esprimere tutta la sua libertà attraverso quella voce roca che lo rendeva intellettualmente un uomo libero.