Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è rifiutato di incontrare il consigliere per la  sicurezza nazionale americano John Bolton. I due si sarebbero dovuti vedere nella capitale turca per discutere di alcuni temi urgenti di politica estera, ovvero la situazione politico-militare in Siria e nello specifico il ritiro dei 2.000 soldati americani dal paese.

Il presidente turco ha annullato l’incontro proprio quando Bolton era già ad Ankara e stava avendo dei colloqui con funzionari di alto livello dell’amministrazione turca. Le dichiarazioni fatte pochi giorni fa da Bolton relative al ritiro delle truppe americane dalla Siria sono il motivo per cui Erdogan ha deciso di annullare l’incontro all’ultimo momento. Riguardo a tali dichiarazioni abbiamo scritto un articolo in precedenza che potete leggere cliccando qui. Bolton affermò che una delle condizioni per il ritiro dei soldati americani dalla Siria è la garanzia della sicurezza delle milizie curde. Tale garanzia deve essere concessa proprio dalla Turchia, che minaccia di intraprendere azioni militari contro i curdi. “Non possiamo ingoiare il messaggio che Bolton ha lanciato in Israele” ha detto Erdogan. Da quando il presidente americano Donald Trump ha annunciato il ritiro dei soldati dalla Siria, si sono rincorse voci secondo cui un’offensiva turca contro i territori controllati dai curdi sarebbe imminente. Il governo turco considera le milizie curde siriane (Ypg e Ypj) organizzazioni terroristiche per via dei loro presunti legami con il Pkk. Quest’ultimo è un partito curdo, attivo nel sud-est della Turchia, ovvero quella parte di paese confinante con la Siria, che ha scelto la strategia della lotta armata per perseguire la causa dell’indipendenza curda. Da decenni, nella Turchia sud-orientale, è in corso un conflitto a bassa intensità tra le forze di sicurezza turche e gli insorti curdi che ha causato la morte di migliaia di persone. Il Pkk ha condotto anche diversi attentati terroristici in Turchia. “Ai turchi non piace l’Isis ma l’Isis non minaccia l’integrità territoriale turca. Invece, una regione curda autonoma nella Siria nord-orientale minaccia l’integrità territoriale della Turchia” ha suggerito Robert S. Ford, ultimo ambasciatore americano in Siria.

Senza tanti giri di parole, Bolton è stato umiliato da Erdogan. Quest’ultimo ha fatto sapere di essere disposto a parlare con il presidente Trump in qualsiasi momento, aggravando ulteriormente l’umiliazione. “L’omologo del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton è Ibrahim Kalin. Se ci fosse stato bisogno ci saremmo incontrati, ma non c’è stato” ha dichiarato il presidente turco, liquidando rapidamente Bolton. L’umiliazione subìta dal consigliere per la sicurezza nazionale americano è la dimostrazione di quanto Stati Uniti e Turchia, rispettivamente primo e secondo esercito della Nato, siano agli antipodi per quanto riguarda la Siria. Sebbene Erdogan abbia deciso di rivolgersi unicamente a Trump, esautorando i funzionari dell’amministrazione americana con deleghe alla politica estera, le sostanziali differenze tra Ankara e Washington persistono. Per gli americani sarà molto difficile assicurare l’incolumità dei curdi dopo il ritiro dalla Siria, di cui modalità e data di inizio rimangono un’incognita, poiché i turchi sono molto determinati a impedire l’affermazione di un’entità curda autonoma nel nord-est del paese.

Anche il segretario di Stato americano Mike Pompeo sta intraprendendo un viaggio in Medio Oriente. Pompeo, che nel corso del suo lungo viaggio visiterà ben otto paesi, avrà il compito di rassicurare gli alleati dopo l’annuncio fatto lo scorso mese da Trump di ritirare le truppe dalla Siria, garantire l’impegno americano nella lotta contro l’Isis e rimarcare la volontà di contenere l’incremento dell’influenza iraniana nella regione. Il tour del segretario di Stato è cominciato ieri: la prima tappa è stata la Giordania. Con i viaggi istituzionali di questi funzionari di rango elevato, a cui bisogna aggiungere la visita a sorpresa di Trump alle truppe in Iraq, sembra proprio che l’amministrazione americana voglia dimostrare che, nonostante l’intenzione di ritirare i soldati dalla Siria, il Medio Oriente continua e continuerà ad essere una regione di primaria importanza per Washington. Un messaggio rivolto agli alleati ma anche ai rivali, Russia ed Iran, ai quali il governo americano vuole far capire che disimpegno non significa disinteresse.

Nel frattempo, la guerra all’Isis continua. Il morente Stato Islamico, sconfitto ma non del tutto, riesce ancora a sferrare colpi letali nelle poche aree che controlla nell’est della Siria. Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, nella notte tra domenica e lunedì, sfruttando una tempesta di sabbia, soldati del califfato hanno attaccato le postazioni delle Forze Democratiche Siriane (Sdf), gruppo nato da un’intesa tra curdi e arabi che è supportato dal cielo dalla coalizione internazionale a guida statunitense, nel settore di Deir Ez-Zor, nella Siria orientale. Gli scontri avrebbero provocato la morte di 33 soldati delle Sdf e il ferimento di altri 30. Sarebbero invece 9 i soldati dello Stato Islamico morti negli scontri. Le Sdf hanno dovuto arretrare, cedendo alcune postazioni all’Isis, ma nel corso della giornata di lunedì hanno contrattaccato, forti del supporto aereo della coalizione internazionale, ricacciando indietro i miliziani del califfato. Sebbene sia ancora attivo in alcune aree della Siria orientale e possa contare su cellule dormienti sparse in giro per il paese, lo Stato Islamico è stato sconfitto nel senso che ha perduto tutti i grandi centri abitati e le zone strategiche che controllava fino a un paio d’anni fa. L’Isis non è più un protagonista della politica mediorientale e ha anche cessato di essere uno dei gruppi armati principali della guerra civile siriana. Mosul, seconda città più grande dell’Iraq, Raqqa, la capitale, i preziosi territori ricchi di pozzi petroliferi. L’Isis ha perso tutto questo, sferzato da un lato dalle Sdf supportate dagli aerei della coalizione internazionale e dalle truppe statunitensi, dall’altro dall’esercito siriano appoggiato da russi e iraniani. Nonostante riesca ancora a battere qualche colpo sanguinoso, lo Stato Islamico non tornerà mai più ai fasti di un tempo.

Infine, ieri le Ypg hanno rivelato che un cittadino italiano che combatteva nelle loro file è morto lo scorso 7 dicembre. Si tratta di Giovanni Francesco Asperti, 53 anni, originario della provincia di Bergamo, che ha deciso di unirsi alle milizie curde nella lotta contro Daesh. La notizia è stata rivelata dal sito web delle Ypg. Asperti sarebbe morto a causa di “uno sfortunato incidente mentre era in servizio a Derik, il 7 dicembre”. La notizia è stata confermata dal ministero degli affari esteri mentre il consolato italiano di Erbil, Iraq, è in contatto con i familiari.