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“Cos’è la fatica e come influisce sulla performance atletica“

| 4 Settembre 2023 | SALUTE

Le domande sulla natura della fatica, il motivo per cui la sperimentiamo e il suo impatto sulla performance atletica sono state affrontate dalla scienza per anni, ma le risposte rimangono complesse e in evoluzione.

Il fisiologo torinese Angelo Mosso fu uno dei primi a dedicarsi allo studio dell’effetto della fatica sulla performance sportiva. Nel lontano 1891, pubblicò un libro intitolato “Fatica” in cui avanzava l’idea che la fatica fosse il risultato di un complesso processo che coinvolge sia il sistema nervoso centrale che quello periferico, ossia i muscoli. Mosso sosteneva che la fatica centrale, originata nel cervello, avesse una maggiore influenza sulla performance rispetto a quella periferica, agendo come un meccanismo di protezione dell’organismo.

In sintesi, secondo questa teoria, sperimentiamo la sensazione di fatica prima che i nostri muscoli raggiungano un livello tale da compromettere la nostra funzionalità fisica.

Tuttavia, questa teoria è stata largamente ignorata per quasi un secolo, fino a quando eminenti ricercatori come Noakes, Di Giulio, Marcora e Amann l’hanno riproposta con forza. Essi hanno dimostrato che c’è una continua comunicazione tra il sistema nervoso centrale e i muscoli riguardo allo stato di affaticamento.

Noakes, in particolare, ha proposto un modello noto come “Central Governor Model,” in cui il sistema nervoso centrale regola il reclutamento delle unità motorie, influenzando così la quantità di muscoli coinvolti nell’azione.

In questo modello, quando rallentiamo durante un’attività fisica intensa, non è principalmente a causa dei metaboliti prodotti nei muscoli, ma perché il cervello percepisce una concentrazione di metaboliti potenzialmente dannosa e riduce il reclutamento dei muscoli per prevenire danni eccessivi. Questa riduzione nella potenza muscolare porta al rallentamento.

Nonostante questa teoria fosse stata formulata un secolo fa, è stata accettata solo di recente, poiché il modello proposto dal premio Nobel Archibald Vivian Hill ha dominato il campo per molti anni. Hill concentrava la sua ricerca sulla fisiologia muscolare e credeva che la fatica fosse principalmente causata da processi periferici, come la produzione di acido lattico.

Tuttavia, il problema principale con la teoria di Hill era la sua concezione dell’affaticamento, che lo collegava all’accumulo di acido lattico dovuto all’ipossia tissutale. Questo avrebbe implicato che persone altamente motivate potessero proseguire l’attività fisica anche a rischio di danni tissutali gravi, cosa che non accade nella realtà.

Il Central Governor Model, al contrario, suggerisce che sia il cervello a regolare l’intensità dell’esercizio per evitare situazioni pericolose. Gli allenamenti servono a creare adattamenti sia a livello metabolico periferico che a livello del sistema nervoso centrale.

In sostanza, più un atleta è allenato, più il suo cervello è in grado di sopportare la fatica prima di limitare la performance. Tuttavia, in situazioni di estremo pericolo, il cervello può ancora intervenire per proteggere l’organismo.

Le capacità mentali, quindi, giocano un ruolo cruciale nel superare i limiti fisiologici e nella performance atletica di alto livello. Monitorare l’attività psicofisiologica attraverso tecniche come l’elettromiografia, l’elettrocardiografia, l’elettroencefalografia e la risonanza magnetica funzionale può fornire preziose informazioni per comprendere e ottimizzare la prestazione sportiva.

Queste tecniche consentono di valutare la frequenza cardiaca, la variabilità della frequenza cardiaca, le onde cerebrali, l’attività muscolare e il sistema nervoso autonomo, contribuendo a una comprensione più completa della prestazione atletica.

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