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I corti di Paolo Valenti tra reale e surreale. Generazione episodio primo parte seconda [#1]

| 28 Gennaio 2023 | CULTURA, INTERVISTA

Dopo aver ripercorso alcune tappe della vita di Paolo Valenti, importantissime dal punto di vista artistico e individuale (Paolo Valenti. Generazione episodio primo parte prima [#1]), entriamo adesso nel cuore del suo cinema, dall’arrivo a Londra fino agli ultimi lavori. Qui il portfolio del regista con alcuni dei suoi progetti: https://vimeo.com/790157137.

Com’è stato il tuo impatto con Londra?

Come ti dicevo ho scelto Londra perché mi piaceva la sua storia musicale, cinematografica e culturale. Volevo un posto tranquillo dove sviluppare le mie idee, conoscere gente che non pensasse unicamente ad Hollywood e allo stile americano, che è più frenetico, fatto di apparenze e attaccamento alla moda. Devo dire che ho trovato l’ambiente che cercavo. L’università ti lascia a te stesso per lo stile e la strada da seguire: tu hai le attrezzature, le idee e ogni contributo viene valorizzato. Devi sempre provare a fare qualcosa. Alla fine sono rimasto soddisfatto. Ho imparato abilità che magari non cercavo nemmeno, come broadcasting dal vivo, pubblicità, marketing e alcuni stili documentaristici. Ho fatto cose stimolanti che mi hanno offerto una panoramica generale e ho potuto scegliere quello che avrei fatto: regia, scrittura, sceneggiatura e fotografia.

Il mio corto di laurea, Radio Island, che adesso è in concorso in diversi festival ed è il mio lavoro migliore, l’ho scritto a quattro mani ma diretto e montato completamente da solo. E così la maggior parte dei miei progetti. Mi reputo una figura versatile. Sono anche assistente alla regia, assistente di camera, montatore, cinematografo…

Cosa ti piace raccontare adesso che sei maturato artisticamente?

In adolescenza era l’alienazione. Ora ho una sensibilità più profonda. Ad esempio con Radio Island cerco di disegnare la solitudine ma in modo onirico, creando una metafora e una rappresentazione di quello che esiste nella testa di un personaggio. È come se cercassi rappresentazioni surreali di sentimenti reali. Questo non vuol dire che i miei personaggi siano pazzi, non lo sono. È un film, è surreale. Non mi definisco un amante del “rappresentare il vero”. Che cos’è il vero? Il vero è interpretabile. A me non piace raffigurare la realtà come la vediamo tutti solo perché la vediamo tutti. Mi piace prendere stati d’animo interiori e portarli all’esterno.

Nei miei corti in risalto c’è il punto di vista del protagonista, che è sempre relativo, soggettivo e influenzato da una visione del mondo personale. Quindi dipingo questo punto di vista in maniera esagerata e lo spingo verso il fantastico, l’assurdo. Racconto persone e situazioni normali ma in contesti non reali. E poi non mi piace spiegare troppo. Alla fine si tratta di esperienze emotive. Quello che mi interessa è trasportare lo spettatore in un altro posto, in un altro pianeta. Per i dieci minuti del corto voglio che viva in quel mondo. È questo che cerco: rappresentare una realtà onirica, guardare idee e sentimenti e descriverli fino in fondo.

C’è un messaggio comune nelle tue idee e realizzazioni? Ci sono delle tematiche su cui ti piace riflettere maggiormente?

Mi chiedono spesso qual è il mio messaggio. Alla fine dipende. Solitamente prima vengono fuori la storia e l’idea, e dopo le tematiche. Ad esempio, un progetto a cui sto pensando da qualche settimana, riguarda la possibilità distopica che tra duecento anni la luna sarà sparita, proprio non ci sarà più. Da quest’idea, che funge da base, può nascere qualsiasi tematica. Pensando ai nostri giorni, potrei riflettere su cambiamento climatico, effetti sulla società e interazioni tra umani. Non sono partito dal cambiamento climatico e poi ho creato il racconto. Il procedimento è stato inverso. E’ partito tutto da un’idea, un’immagine e una metafora sul mondo, cioè la luna che sparisce, e poi arriverò dove arriverò. Il film making è per me uno specchio di quello che mi circonda, che voglio descrivere e integrare nella mia componente interiore e nel mio modo di relazionarmi alle cose della vita.

Hai definito Radio Island il tuo lavoro migliore. Di che cosa parla? Descrive in qualche modo delle parti di te?

In sintesi in Radio Island c’è un ragazzo che se ne sta da solo, completamente isolato, dentro casa. La radio è il suo unico contatto con il mondo esterno. Perché? Per motivazioni interne. Pensa di essere libero e non vuole nessun rapporto. In realtà è chiuso e imprigionato in se stesso per il rifiuto del mondo. Io non mi sento così, però ho messo molto di me nel corto, magari anche semplici pensieri. Li ho quindi ingigantiti ed è venuto fuori Jimmy, il protagonista. Tutta l’idea del corto, però, se devo giungere alla base, è nata dall’isolamento che stavamo vivendo durante la pandemia.

Penso spesso all’isolamento, all’assenza di contatti. Sono temi su cui è bello ragionare, ma personalmente sento di avere un buon rapporto con la solitudine. Mi piace sia la compagnia sia la solitudine. È più o meno un fifty fifty. A volte sono estremo. Posso passare un mese sempre da solo e un mese sempre in giro. Mi servono entrambe le cose da ricarica e da stimolo per le nuove idee. Devo essere presente a me stesso sia stando da solo che insieme agli altri.

Fotogramma tratto da Radio Island, distribuito da Premiere Film

A proposito delle diverse parti di te che si incontrano e scontrano, convivono e si contraddicono: da un lato i corti surreali, con Radio Island che non vediamo l’ora che sia distribuito, dall’altro la Marina. Fino ad ora, infatti, il tuo lavoro più istituzionale, Oltre il cancello verde, è una serie di corti sulla vita all’interno del Morosini di Venezia. Che esperienza è stata per te?

Beh, innanzitutto penso che questi opposti saranno sempre parte di me, e la cosa la vedo soltanto come positiva e costruttiva. Per quanto riguarda i corti con la Marina, abbiamo seguito per tutto il 2022 il cammino del corso del primo anno del Morosini, dall’entrata nella Scuola fino al rientro al secondo anno. Io ero assistente e ho avuto la fortuna di lavorare con il noto regista Stefano Alleva, anch’egli ex allievo, e Massimo Menghini alle riprese. È stata un’esperienza bellissima lavorare alla serie, perché dopo anni sono tornato in un posto importante per la mia adolescenza. Ha fatto un certo effetto rendermi conto di essere invecchiato di dieci anni, per non parlare delle emozioni provate nel vedere dei ragazzi di sedici anni così da vicino. È stato fortissimo passare del tempo con loro, ripercorrere le stesse tappe che ho vissuto anch’io, sia nei momenti brutti sia in quelli belli. Poi, nel concreto, non c’era nessun programma da seguire con rigore. Andavamo a Venezia e facevamo le riprese. Non era organizzato. Andavamo lì e riprendevamo quello che succedeva. Completamente spontaneo.

Qui la prima puntata della serie, presente nel canale YouTube della Marina Militare:

I momenti salienti dell’esperienza sono almeno tre: il primo è la settimana di addestramento montano. Gli allievi si sono recati in addestramento presso il Passo del Tonale e hanno vissuto per tutta la settimana in una Caserma degli Alpini, sciando moltissimo, anche perché in molti di loro non lo sapevano ancora fare. Hanno vissuto la vita da alpini, preso parte a conferenze sul pronto soccorso, le valanghe, gli incidenti e il lavoro militare in montagna. Hanno partecipato a visite al sacrario militare e a messe in Chiesa.

Il secondo momento, quello più forte dal punto di vista militare, è stato il Giuramento di maggio. Il 7 maggio 2022 era il Sessantennale del Morosini. A Venezia, in Piazza San Marco, c’erano Mattarella e il Ministro della Difesa (https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Marina-Militare-60-anniversario-della-Scuola-Francesco-Morosini.aspx). È stata una giornata incredibile. Mi trovavo in una cerimonia nazionale e mi ero laureato solamente due anni prima! A un certo punto, senza saperlo, ho conosciuto Vittorio Emanuele di Savoia, figlio di Umberto II, l’ultimo Re d’Italia. Stavo facendo le riprese e vicino a noi c’era un signore anziano molto simpatico. Eravamo nell’area giornalisti e accanto alla telecamera, insieme al regista Stefano Alleva, quest’uomo distinto ed elegante faceva battute e scherzava con noi. E Stefano, dopo un po’, mi si avvicina: “Ti sei emozionato?” Io: “E perché?”. “Hai conosciuto il Re, Vittorio Emanuele di Savoia!”. La vita a volte sa essere divertente.

Una fotografia della giornata. Dal sito del Ministero della Difesa

Il terzo momento più importante l’ho vissuto nella campagna addestrativa degli allievi, che prevedeva un mese nella Palinuro. Per le riprese sono stato a bordo i primi otto giorni della campagna da La Spezia fino a Procida. E, solamente in quel contesto, ero l’unico della crew presente, perché regista e cameraman non c’erano. Per me è stato importante perché ha significato che i miei superiori, Stefano Alleva e Massimo Menghini, si sono sentiti sicuri nell’affidarmi una grande responsabilità. Quei momenti li ho ripresi da solo, anche se i corti non sono ancora usciti perché Oltre il cancello verde si è fermata all’episodio 28, a metà dell’anno.

In foto la nave scuola Palinuro, della Marina Militare Italiana

Roma, gli Stati Uniti, Venezia e Londra. La vita militare e quella da artista. Si può dire che hai avuto l’occasione di esplorare diverse realtà. Dove e come ti vedi nel tuo futuro?

Da un certo punto di vista non vedo il mio futuro, che non so se è positivo. Non ho ben chiare le idee sul futuro a lungo termine. In maniera banale vorrei continuare su questa strada per potermi dedicare solamente ai miei progetti, essere un regista che fa quello che vuole. Non cerco la fama, ma solo una maniera per continuare a esprimere me stesso creativamente, e riuscirci anche a livello economico. Poi, sinceramente, resto aperto a tutto. Magari tra dieci anni farò una cosa diversa dalla regia, non so che cosa mi porterà la vita. Quello che vorrei e che mi sta a cuore, però, è trovare un equilibrio a livello creativo e personale.

Non sono d’accordo nel lavorare dal lunedì al venerdì in un ufficio per otto ore al giorno. Anche se questo discorso è un clichè non è mai banale. Molte persone danno la propria vita per il nulla, non capisco, senza ricevere niente in cambio se non soldi. In tanti sono così. Fanno poche esperienze, hanno pochi rapporti personali, poca vita e zero soddisfazioni. Non capisco. Perché? Che cos’è la vita? Avere soldi? Sicuramente se ce li hai avrai molti problemi in meno, però per me è più importante realizzare se stessi. Vorrei trovare un equilibrio per cui il mio lavoro rimanga creativo e stimolante. Mi piacerebbe continuare ad andare in giro, conoscere, viaggiare, studiare, imparare cose nuove e inserirle nelle mie storie. Non lo so, forse parlo così perché sono un privilegiato, ma fare una cosa solo per stabilizzarmi economicamente la vedo un po’ come una sconfitta. Alla fine della vita si muore e siamo tutti allo stesso punto.

Per il luogo in cui vivrò, invece, non ho nessuna aspettativa. In generale mi sento una trottola. Adesso sono a Roma, nella mia città natale, ma spero di poter cambiare, pur non avendo piani precisi. Sicuramente continuerò a conoscere ed esplorare. Voglio continuare a migliorarmi e a progredire nelle cose che faccio, restando aperto quello che mi si presenterà davanti. Dopo un po’, però, e già lo so, arriverà il momento in cui mi annoio, mi stanco e deciderò di preparare le valigie…

TAG: sullamiagenerazione
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