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Sulla mia generazione. Storie di giovani negli anni ’20 del 2000 (Parte I)

| 16 Gennaio 2023 | ATTUALITÀ

La prima volta che ho ascoltato seriamente “My generation” degli Who ancora non avevo diciott’anni. Certo, è una canzone famosissima e mi era capitato di sentirla per radio, in sottofondo a servizi televisivi, pubblicità oppure film. Ai compleanni e alle feste in discoteca, poi, l’avevo di sicuro già ballata con gli amici. E mi era piaciuta in tutti i suoi aspetti: il ritmo veloce, le chitarre aggressive, il basso esplosivo a cui toccavano degli assoli in un sentiero di sfida alle chitarre, e, ovviamente, la voce graffiante del cantante che balbettava e si inceppava e rendeva il mood del brano ancora più forte, ribelle e provocatorio.

“My generation” mi piaceva per le armonie vocali in sottofondo, così british e così anni ’60, ma mi piaceva più di tutto per l’idea di libertà che emanava. Mi faceva ballare, mi faceva correre e gridare, mi faceva digrignare i denti senza capirne il motivo e senza volerlo mai capire. Le emozioni, dicono, non serve decifrarle. Se proviamo a farlo non è detto che il risultato sia quello che speriamo.

La canzone, però, non l’avevo ascoltata per davvero. Poi un giorno, in quarta superiore, mentre camminavo per Venezia, mi sono a un tratto domandato: “Ma che vuol dire quel people try to put us d-down just beacuse we get around?” E ancora: “E che vuol dire che se ne devono sparire tutti quanti?”. Mi sono seduto su una panchina e ho iniziato a pensare alle parole del brano per cercare un nesso con la mia vita. Non è stato difficile capire dove il flusso mi volesse condurre. La canzone era il riflesso di quello che vivevo nella mia testa in quegli anni così belli e così intensi. O forse no, forse ero io il riflesso di “My generation”, perché se è vero che siamo universali in quanto uomini che sentono e pensano le stesse cose, forse ero stato già creato e concepito attraverso la canzone degli Who. Quel brano doveva arrivare nel mio cammino. È così che ragionavo, poco meno di dieci anni fa. Forse fa ridere, forse non ha senso, ma questo è ciò che è stato.

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Non importa chi sei e da dove vieni

“My generation” ero io, ero io e i miei amici. Eravamo “noi” contro “loro”. Era la consapevolezza di non essere capiti da nessuno tranne che dai nostri simili e la coscienza di parlare un linguaggio diverso dagli adulti e dal resto del mondo. Quel brano racchiudeva tutto: le serate in compagnia a girare senza meta o a parlare per ore intorno a un tavolo, i libri letti, i dischi che andavano in camera per pomeriggi interi, il creare musica insieme, lo sperimentare, l’amare chi volevamo e la sfida continua contro chi per noi rappresentava le istituzioni e il potere sulle nostre anime, in primis la scuola, ma anche la famiglia, lo stato e la Chiesa. Tutto era in discussione.

È vero, caro lettore, tu non mi conosci e non sai qual è il mio vissuto. Allora è forse giusta una piccola precisazione. Ho fatto il Liceo Classico, vengo da una buona famiglia e non sono nei guai con la giustizia. La cultura del nichilismo e il disprezzo a tutti i costi non fanno parte del mio modo d’essere. Sono ciò che la canzone cerca di distruggere? Sono in qualche modo figlio di quella classe sociale piena di schemi fissi, modi di pensare obsoleti e abitudini stanche e superate?

No, e di questo sono sicuro, perché ho imparato fin da piccolo a pensare in modo libero e indipendente, e anche se sono nato e cresciuto in un mondo lontano dai disagi e dalla povertà, ho sempre avuto una sensibilità particolare e non mi sono mai accontentato di dare per univoco e valido tutto quello che avevo intorno. Ho sempre sfidato, provocato e messo in discussione il mio ambiente, anche sbagliando, e l’ho fatto con una forza che ogni tanto sogno ancora di recuperare.

Piccoli ribelli nel Veneto Orientale

In quarta elementare, a Portogruaro, a partire da una teoria-manifesto quasi antropologica del piccolo Davide, Davide che adesso, ironia della sorte, è diventato antropologo, presi parte a una rivoluzione intelligentissima che ruppe, più o meno, gli equilibri che vigevano nella nostra classe fino a quel momento. Praticamente Davide, in un intervallo pomeridiano, e in realtà senza che fosse successo nulla di significativo, espose a una buona compagine di noi maschi, nella pausa tra una partita di calcio e l’altra, un’orazione che ci prese nel profondo. “Ragazzi”, dichiarava, “le nostre maestre non trattano tutti allo stesso modo e fanno delle preferenze. Ci sono le cocche e i cocchi, che ricevono più sorrisi e attenzioni, hanno voti più alti di noi anche quando non li meritano e non vengono quasi mai sgridati…e poi ci sono i poppi, che siamo noi. Veniamo sgridati più spesso e non sempre i nostri voti sono giusti”.

Davide, anche se non lo sapeva, aveva bisogno di due arditi. Infiammato dalle sue parole, ho quindi aspettato che finisse di teorizzare e, per escogitare un piano d’azione, sono andato a recuperare la mia gemella Angela. Ne ero certo, ci avrebbe sostenuto in prima persona e avrebbe rappresentato il genere femminile. Al termine dell’intervallo, insieme ad Angela, che adesso organizza eventi e non più rivolte, io, Davide e tutti i compagni che si sono aggiunti all’impresa abbiamo fatto tremare il cuore alle maestre sostenendo di essere stanchi del modo in cui andavano le cose. “Forza, Davide”. E Davide illustrò, in quel lessico originale e creato apposta per l’occasione, la teoria delle preferenze.

Mio Dio, si sono incazzati tutti quanti. Ricordo silenzio, confusione, scalpore, sorpresa, negazione dell’evidenza, risentimento, offese, tradimenti, alleanze, genitori convocati e un clima decisamente teso. Non siamo passati inosservati. Avevamo fatto centro. E, che lo si voglia ammettere oppure no, avevamo ragione. A distanza di quasi vent’anni sono orgoglioso del fatto che la nostra rivolta non fosse dettata da interessi o tornaconti. Non volevamo diventare i cocchi e non ce l’avevamo con i compagni o le maestre. Volevamo soltanto ricevere giustizia.

Che significa sperare?

Tornando agli Who, alla mia adolescenza e al motivo per cui scrivo quest’articolo mi sento di citare un altro passo della canzone: “Things they do look awful c-c-cold. I hope I die before I get old” (le cose che fanno sembrano così terribilmente fredde. Spero di morire prima di diventare vecchio). La frase è una provocazione pura, un grido di disprezzo contro un mondo ormai vecchio e superato, portatore di perbenismo e ostentazione, ipocrisia e staticità. Ma è anche la paura, in chi canta, che quel modo di vivere possa diventare contagioso.

Secondo molti, durante l’adolescenza ero del tutto immerso in libri, musica e avventure di vario livello, e per questo mi sono sempre sentito dire -accusato di paura di vivere- di alienarmi e isolarmi costantemente in mondi tutti miei, ideali, utopici e romanzeschi che erano per necessità lontani da com’è realmente la vita vera. Se in parte è corretto, e non ho problemi ad ammetterlo, ho almeno da dire in mia discolpa che mi era impossibile vivere altrimenti. Stavo semplicemente seguendo l’istinto. Ma il vero guaio, secondo me, era un altro. Più di tutto, infatti, ero immerso in quella cosa che si chiama Speranza, che è la forma di alienazione più potente per la gente. Speravo che il mondo cambiasse, diventasse più buono, più attento alle difficoltà, più sensibile, più artistico, più melodioso e più bello. E da tale speranza sono nate le incomprensioni.

È così che interpreto il verso “spero di morire prima di diventare vecchio”. Finché sei giovane o ai margini della società o tutte e due le cose insieme sei un individuo libero, forte, svincolato da responsabilità, tradizioni, ruoli e aspettative. Ma non è soltanto una questione di età o di classe sociale. Quel verso vuol dire che è meglio morire piuttosto che diventare incapaci di guardare ai cambiamenti, ascoltare e aprirsi all’altro. È un attimo, se ci pensiamo, trasformarsi in ciò che abbiamo detestato e detestare quelli che sono come eravamo noi. La cosa più triste, poi, è quando succede senza che ce accorgiamo.

TAG: new generation, Who
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