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Ridi Pagliaccio e Vesti la giubba

| 22 Luglio 2022 | CULTURA, TEATRO

Dopo le ultime notizie con la caduta del Governo e la mancata fiducia a Draghi, i personaggi fanno pensare al titolo dell’opera lirica Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (1857-1919). Il compositore napoletano racconta il dramma di un tradimento sentimentale, ma adattabile anche  a quello politico, ormai una rappresentazione mediocre della  situazione governativa italiana.

L’aria Ridi Pagliaccio viene cantata da Canio, che interpreta in scena il ruolo del pagliaccio, cercando di mascherare il suo dramma personale, dopo aver saputo del tradimento della moglie Nedda.

La piccola compagnia teatrale del capocomico Canio infatti, si ferma in un paesino del sud Italia per esibirsi con il suo spettacolo. E dove la moglie più giovane inizia una relazione con Silvio, un contadino del posto. Canio scopre l’intrigo e il suo amore si tramuta in odio. Cerca di conoscere il nome dell’amante, ma l’attende lo spettacolo e da buon pagliaccio deve andare in scena, nonostante il suo dolore e prepararsi, proprio come si intende nel libretto con Vesti la giubbaAnche nella commedia Canio interpreta un marito tradito, ma a un certo punto la sua realtà ha il sopravvento sulla finzione e interroga la moglie sul nome dell’amante. Fino a quando il pubblico comprende che non si tratta più di finzione. Canio straziato uccide realmente in un moto di gelosia la moglie pugnalandola e anche Silvio durante l’esibizione. Per poi congedarsi dal pubblico: La commedia è finita!

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L’opera viene rappresentata la prima volta il 21 maggio 1892, da Arturo Toscanini, e riscuote un grande successo, tanto da essere tradotta in due anni in più lingue. Viene anche registrata da Enrico Caruso  in più versioni nel 1902, 1904, 1907, vendendo milioni di copie.

I Pagliacci oggi non sono più i clown,  ma l’uomo privo di cause nobili e morale. E in politica i tradimenti ormai, sono una consuetudine in nome di un ego,  di un ruolo, di strategie, senza più un vero interesse per la cosa pubblica.

La parola data non conta, ma per convenienza si sottrae e qualcuno cade e con esso cade l’interesse e il bene di una nazione. E ridono ridono i Pagliacci e non perché lo spettacolo continui nonostante i tormenti, ma per cinismo, avidità e senza neanche il dolore e la passione di Canio. Freddi, opportunisti,  vestono la giubba e calcano la scena, mentre il dramma si consuma nella solita commedia finita in tragedia.

Recitar! Mentre preso dal delirio,
non so più quel che dico,
e quel che faccio!
Eppur è d’uopo, sforzati!
Bah! Sei tu forse un uom?
Tu se’ Pagliaccio!

Vesti la giubba e la faccia infarina.
La gente paga, e rider vuole qua.
E se Arlecchin t’invola Colombina,
ridi, Pagliaccio, e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto
in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor, Ah!

Ridi, Pagliaccio,
sul tuo amore infranto!
Ridi del duol, che t’avvelena il cor!

Ruggero Leoncavallo

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