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Il premier britannico ha ceduto ai colpi dello scandalo Pincher

| 7 Luglio 2022 | ESTERI

“Mi dimetto, ma non volevo farlo”. Dopo le polemiche per lo scandalo Pincher e le decine di dimissioni dal governo, il premier Boris Johnson ha ceduto e ha annunciato le sue dimissioni da leader dei Tory, dicendo di essere “immensamente orgoglioso dei risultati” del suo governo, fra cui l’aver portato a compimento la Brexit. Johnson resterà primo ministro fino alla scelta di un successore alla guida del partito di maggioranza nell’ambito di elezioni interne che – secondo quanto concordato in queste ore con il presidente del Comitato 1922 dei Tories, Graham Brady – dovranno portare all’arrivo di un nuovo inquilino (o inquilina) a Downing Street entro la data dello svolgimento della Conferenza annuale Tory (congresso) “di ottobre”.

Johnson si è detto “immensamente orgoglioso” di aver portato a compimento la Brexit nei suoi tre anni a capo del governo e ha rivendicato tra i suoi meriti quello di aver fatto uscire il Paese dalle restrizioni Covid per primo in Europa, di aver portato a casa un anno di crescita economica e il record assoluto di occupazione nel Regno. Ha comunque ammesso che la maggioranza del Partito Conservatore vuole ora un altro leader e che il processo per eleggerlo inizierà domani. Ha quindi ammesso che alcuni saranno “felici” del suo addio, insistendo tuttavia a dirsi fiero, seppure rimpiangendo l’impossibilità di portare a termine altri grandi progetti del programma.

Nel suo discorso fuori dal 10 di Downing Street, Johnson si è rivolto “al popolo ucraino” per assicurare che il Regno Unito “continuerà a sostenere l’Ucraina” con forza anche dopo la sua uscita di scena. Un discorso dal tono assertivo e ottimista, nonostante tutto, pronunciato dinanzi a una piccola folla di ministri e funzionari tra i più fedeli, e alla first lady Carrie con cagnolino in braccio, in cui Johnson ha rivendicato fra i meriti della sua premiership il ruolo di prima fila svolto al fianco di Kiev dopo l’invasione della Russia.

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Intanto Johnson ha proceduto a sostituire Michael Gove – ex ministro per il Livellamento delle Diseguaglianze Territoriali “silurato” ieri sera dopo essere stato accusato di tradimento e di essersi comportato come “un serpente” dal suo entourage – con Greg Clark, già ministro della Attività Produttive sotto Theresa May e finora oppositore di BoJo in casa Tory.

Lo annuncia Downing Street, lasciando quindi intendere che il premier voglia mantenere il punto sull’idea di restare a capo del governo fino all’elezione di un nuovo leader conservatore a ottobre. Johnson ha fra l’altro nominato Kit Malthouse, già viceministro dell’Interno, come ministro responsabile del Ducato di Lancaster: da un punto di vista onorifico posizione numero due in seno al governo. Mentre ha promosso James Cleverley da viceministro degli Esteri a ministro dell’Istruzione, ha designato Shailesh Vara a capo del dicastero per l’Irlanda del Nord e Robert Buckley (ex ministro della Giustizia estromesso dalla compagine in un precedente rimpasto) di quello per il Galles.

Il consiglio di gabinetto, organo esecutivo del governo, è tornato a essere così totalmente coperto nei ruoli principali. Alcuni sottosegretari o viceministri si sono detti frattanto disponibili a ritirare le dimissioni di protesta date nei giorni scorsi, ora che Johnson a deciso di rinunciare alla leadership Tory e ad aprire così le porte all’entrata in scena di un nuovo primo ministro nel prossimo futuro.

TAG: Boris Johnson, Dimissioni, Gran Bretagna
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