martedì, Ottobre 20, 2020
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I tanti laureati che sognano la dittatura

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Sfogliando “La ragazza del secolo scorso” di Rossana Rossanda, si apprende dell’indottrinamento fascista dei suoi anni giovanili, fase in cui il regime plasmava, o cercava di plasmare, il futuro ceto medio impiegatizio e la futura classe dirigente.

Gli studenti più diligenti, in ogni disciplina, avevano strade spalancate verso posti sicuri dell’apparato (quelli che garantivano a una minoranza di privilegiati la tredicesima), a patto ovviamente che giurassero fedeltà al regime.

Oggi il discorso è cambiato. In un mercato del lavoro globalizzato e di impronta liberista, anche i migliori studenti, specie quelli delle discipline umanistiche, faticano a trovare un lavoro stabile.

Tanti diplomati e laureati, costretti ad accettare lavori poco qualificati o con contratti umilianti o a emigrare all’estero, in un regime dittatoriale, caratterizzato da una forte ingerenza dello Stato nella società, avrebbero meno difficoltà nel ottenere un lavoro gratificante. A patto di non interferire con la politica, se non per obbedienza e militanza al regime. Questo varrebbe per il fascismo ma anche per un regime di socialismo reale.

Oggi tra tanti trentenni e quarantenni c’è una frustrazione causata dalle precarie condizioni sociali. Il libero mercato globalizzato ha favorito alcuni, capaci indubbiamente di sapersi vendere meglio, su altri, meno estroversi, creativi o con minori capacità di adattamento e integrazione.

Il risultato è che molti di loro, laureati e diplomati ma ancora precari, a distanza di anni dal conseguimento del titolo di studio, preferiscano un regime autoritario a questo modello democratico sì, ma con un potere politico molto, troppo, vincolato dal mercato.

Perfino io, antifascista, mi è capitato di riflettere di come sarebbe la mia situazione sociale sotto una dittatura. Se non fossi al confino, fuggito all’estero o ammazzato, forse avrei abbassato la testa e accettato una mansione dignitosa in cambio del silenzio e dell’obbedienza.

Abbiamo la libertà di pensiero, ma non ancora la libertà di ribellarci a uno sfruttamento che è globale e guidato da poche, ma potentissime, società private. E nella libertà di pensiero, la frustrazione porta a cattivissimi pensieri.

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