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Un orizzonte per cantare. La ricerca di una nuova strada [Parte I]

| 5 Maggio 2020 | MUSICA

Quando pensiamo alla musica degli anni ’70 è impossibile non provare delle emozioni, un po’ per i capolavori che il decennio ci ha lasciato e un po’ per l’idea romantica dell’artista che l’epoca ha portato con sè, un’idea che oggi probabilmente non c’è più ma che continua comunque a esercitare un grande fascino anche sulle nuove generazioni.

Dov’è finito il cantautore solitario che con la sola forza della propria chitarra cammina di città in città tra i felici successi ed i fischi ai concerti? Dove sono finiti il blues e il desiderio di raccontare la propria anima? Dov’è finita la magia?

Molte volte ci siamo posti domande simili, e molte volte ce le siamo sentite ripetere dagli amanti del rock e delle grandi band, ma se lasciamo da parte ogni nostalgia ci accorgiamo che non tutto è andato perduto.

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Gli anni della magia

Gli anni ’70 (e prima i ’60) erano per definizione anni di scoperta, in cui tutto sembrava ancora da provare e dove il concetto di avventura era spesso una costante. La società, sulla scia del 1968, stava continuando la sua trasformazione nel nome del progresso e si preparava a compiere i primi passi verso una vera globalizzazione.

Negli anni ’70, in cui erano ancora influenti le speranze delle grandi ideologie, il desiderio per un’umanità più giusta e pura, almeno da parte degli artisti, era fonte di moltissime creazioni. Musicisti ed intellettuali venivano tenuti in grande considerazione e le loro testimonianze erano spesso centrali nei dibattiti più importanti.

C’era interesse per la riflessione sulle dinamiche del proprio tempo e c’era interesse per la figura dell’artista, forse perchè, in un mondo che stava iniziando a spingere sull’acceleratore giorno dopo giorno, quella figura conservava ancora tratti di autenticità, con il suo semplice invito a fermarsi anche solo per una dolce melodia suonata in acustico.

Sono molte le parentesi che si potrebbero aprire. Queste sono solo alcune. Il punto è che negli anni ’60 e ’70, oggettivamente molto di più che oggi, c’erano diverse cause che partecipavano alla creazione di un contesto dove la magia era diffusa e capace di interessare in particolar modo la sfera artistica e musicale.

Qui sotto potete ascoltare “The Road” di Danny O’Keefe, un brano del 1972 che racconta la vita di un cantante in tournée tra incontri, solitudini e nuove canzoni ancora da comporre.

Questione di contesto

La nostalgia, soprattutto se la speranza è quella di ritornare in qualche modo a vivere in un ambiente simile a quello sopracitato, non è in alcun modo d’aiuto. Chi ha detto che tutto questo -seppur in forme diverse perchè diversi sono i tempi- non possa verificarsi di nuovo? Chi ha detto che tutta questa magia non possa già essere presente? Forse va soltanto cercata, ascoltata, stimolata e riformulata.

Se è vero che quarant’anni fa il contesto di partenza era migliore, oggi non è detto che un nuovo contesto non possa essere edificato. Unendo le forze è possibile cercare di cambiare le cose in vista di un presente dove l’arte abbia più rilievo. La strada non è semplice ma potrebbe rivelarsi ricca di sorprese.

Non è nemmeno detto, se ci pensiamo, che un contesto ottimale non sia già presente. In questo caso si tratta di ascoltare il proprio tempo e di cercare di penetrarlo. Quello che manca ai nostalgici, ai pessimisti o agli insoddisfatti del proprio periodo storico è forse la volontà di guardare al presente senza confrontarlo con il passato o senza negare l’esistenza di una luce che potrebbe, anche se non si sa ancora come, emergere con nuove prospettive.

Continuare a conoscere e scoprire

Per quanto riguarda l’idea della scoperta valgono le stesse considerazioni. Negli anni ’60 e ’70, la scoperta aveva ancora un grande valore. C’era il giusto contesto, d’accordo, e c’erano ancora molte cose da scoprire.

Il mondo appariva, o magari era realmente, più ingenuo e curioso. Oggi, invece, con un’arrogante presunzione, abbiamo come la sensazione che tutto sia già stato scoperto. Ma siamo sicuri che sia così? Non è che questo atteggiamento ci fa perdere di vista il senso dell’avventura e della curiosità che sono prerogative irrinunciabili dell’essere umano sia individualmente sia in senso collettivo? Nulla sarà mai scoperto fino in fondo, d’altronde.

E le stesse cose, anche a distanza di mesi, anni, decadi e persino secoli, avranno sempre qualcosa di nuovo da dirci. Cambiamo noi e cambiano i tempi. Cambiano i problemi e cambiano le risposte. Ma molte cose rimangono le stesse. Dobbiamo solo re-imparare a interrogare il circostante.

La magia, cioè l’incanto, è sempre presente nelle nostre vite. Magari ha cambiato forma, posizione, simboli e percorsi ed è divenuta plurale e diversificata; magari, ad esempio nella musica, tende ad identificarsi non più soltanto con il rock e con la sua narrazione ma anche con altre sorprendenti trovate.

Magari estende il proprio raggio d’azione in nuove direzioni, creando altre idee e portando alla luce argomenti e segni ancora sconosciuti, e magari racconta le stesse cose ed emozioni di prima ma con parole e stili diversi. Tutto qui.

Il problema, infatti, per chi rimpiange un certo tipo di musica (e in particolare il grande rock dei classici o il cantautorato della tradizione), è legato in gran parte al mainstream, e cioè alla “corrente principale”, che coincide con la corrente più diffusa dal punto di vista commerciale.

TAG: musica
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