Il tempo per un nuovo “noi”

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E’ difficile la situazione che sta attraversando il nostro paese. Purtroppo, come ben sappiamo, non siamo ancora vicini ad un significativo punto di svolta. A livello di pensiero, però, ci sono alcune riflessioni che vale la pena di considerare.

Con milioni di individui costretti al ritiro nelle proprie abitazioni, infatti, la natura inizia a riprendersi gli spazi cittadini che le erano stati negati e a farsi strada come soggetto operante nel nostro stesso orizzonte di vita.
Proprio quando l’uomo compie un passo indietro, quindi, dobbiamo ammettere che la natura ne sta facendo moltissimi in direzione opposta.

E così, per riportare alcuni esempi in riferimento all’Italia, mentre le attività si arrestano e l’inquinamento della Pianura Padana cala del 40-50%, le lepri di Milano si concedono timide passeggiate nei parchi della città e le acque di Venezia si fanno sempre più limpide e cristalline e simili alle rappresentazioni settecentesche che ne dava il Canaletto.
A Trieste, invece, il Castello di Miramare fa da sfondo alle nobili danze e agli agili tuffi di docili delfini mentre a Roma, nella Barcaccia del Bernini così come nella Fontana dell’Acqua Paola, è possibile avvistare dei teneri anatroccoli mentre sostano beati tra un capolavoro e l’altro dell’arte italiana.

Umano e non-umano

Al di là della sorpresa o dello stupore che scene simili possono generare, però, appare chiaro che qualcosa di profondo comincia a emergere nelle nostre coscienze, e il non-umano non può più in alcun modo essere escluso dal nostro “noi”.

Il virus, anche attraverso queste semplici ma spontanee manifestazioni di natura, ci sta permettendo di ripensare i nostri comportamenti e i nostri rapporti con l’ambiente non più in termini unicamente umani, ma tenendo conto anche degli aspetti che umani non sono, come appunto la presenza degli animali in quello che consideriamo il “nostro” contesto e la “nostra” momentanea sparizione da quel contesto.

E’ evidente, quindi, che in una situazione come questa non si tratta più di considerare le “città” come un insieme di costruzioni dell’uomo e per l’uomo, e cioè come luoghi che escludono ed allontanano dai propri confini, fisici e di pensiero, tutto ciò che fa parte del non-umano. Anche in virtù della critica condizione ambientale che il nostro pianeta si trova a dover fronteggiare, dove regnano gli sprechi, il consumo, l’inquinamento e la distruzione della natura (che è il luogo degli animali e quindi del non-umano), non possiamo più continuare a vivere nella “città” concependola come spazio unicamente umano.

Il virus, forse meglio di moltissimi allarmi sulla crisi ambientale, proprio perché sta temporaneamente fermando le nostre abitudini lasciandoci in casa con molto più tempo per pensieri e riflessioni, potrebbe condurci a sostituire il nostro vecchio “noi” con un nuovo “noi” in grado di coinvolgere al proprio interno anche gli elementi del non-umano.
In questo modo le “città” potrebbero riagganciare al proprio destino anche gli animali, la natura e gli elementi non-umani fino a ieri trascurati ed allontanati in uno spazio esterno che chiamiamo “foresta”.

Riconsiderare la “foresta”

La “foresta”, analizzata in senso etimologico, metaforico ma anche letterale, molto ha da dirci nell’elaborazione in corso. Dal latino “foris” (fuori), rappresenta infatti tutto ciò che si trova all’esterno e al di fuori del consorzio umano.

Nella “foresta”, quindi, percepita nel suo rapporto di contiguità con la “città”, l’uomo ha confinato tutto ciò di non-umano. E adesso, da una “foresta” non più così lontana, giungono in “città” deserte d’uomini tutti gli elementi che fanno parte della natura e del non-umano, quasi a volerci ricordare della loro esistenza e a dimostrarci che senza di noi potrebbero benissimo sussistere in egual misura.

Non è forse il caso, quindi, di reintegrare e riconsiderare come soggetti della comunità politica anche gli elementi non-umani, gli stessi che fino a ieri abbiamo costretto a vivere nella “foresta”? Non è forse il caso di ripensarli entro il nostro “noi” collettivo?
Quella che abbiamo dinnanzi è un’occasione unica ed irripetibile. L’equilibrio tra umano e non-umano, giunto evidentemente ad un punto di rottura ma non ancora a un non ritorno, potrebbe rivelarsi, senza troppe illusioni, molto più aperto ed inclusivo di prima e soprattutto meno sbilanciato in direzione degli uomini.

Un “noi” non soltanto umano

In quest’ottica, lo stesso virus fa parte del non-umano. Ed è incredibile come qualcosa di così minuscolo ed invisibile stia mettendo in ginocchio i grandi sistemi dell’Occidente, che vedono nell’uomo l’indiscusso protagonista fra tutti gli abitanti del nostro pianeta.

A livello di pensiero, quindi, possiamo venire incontro a tutte queste nuove proposte cercando un compromesso con le nostre abitudini ed elaborando una ridefinizione di quelle norme e credenze che fino a ieri sembravano considerate collettivamente come le uniche possibili.
Il  nostro “noi” non è più soltanto umano, dunque. Gli elementi non-umani, virus compreso, ci hanno fatto rendere conto che non siamo più gli unici in questo mondo e non siamo nemmeno gli unici a produrre forme di realtà e di esperienza. Porre fine all’egoismo narcisistico dell’uomo, che a volte è anche un “guardate quanto siamo bravi a distruggere il pianeta”, potrebbe essere un primo passo in avanti per ritrovare un contatto ormai perduto con la natura e gli animali che ci circondano.

Nel nuovo “noi” che potremmo far nascere, sarà dunque necessario riconsiderare nel nostro sistema tutto ciò che un tempo abbiamo allontanato e respinto con forza nella “foresta”, per tornare a percepirlo come qualcosa che ci appartiene e come un universo di bellezza a cui noi, a nostra volta, amorevolmente apparteniamo.