Elogio del telefono scemo

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Non twitta, non mette likes e nemmeno fotografa. Non sa cosa sia una chat e ignora il significato di una notifica. Perché è un telefono talmente scemo che – pensate un po’ – sa solo telefonare.

Ha un optional che lo inorgoglisce: può inviare e ricevere SMS. Ovvero quei messaggini che secondo l’acronimo dovevano essere short, cioè brevi, ma che al gentil sesso hanno provocato più sindromi da tunnel carpale dei pacchi della spesa.

Il telefono scemo ha parecchi lati positivi. Protegge dal cyberbullismo, perché su Internet proprio non ci sa andare. Evita il tormento delle catene di messaggi che hanno fatto il giro del mondo, e le minacce associate a chi non le inoltra. Perché di tali messaggi, il felice proprietario di un telefono scemo, non potrà mai essere il destinatario. Scherma dalle bufale, perché non fa leggere né le notizie vere né quelle false. E potrei continuare.

Ma l’aspetto più importante del telefono scemo, la quintessenza del suo essere anti-smart, è che ci aiuta a lasciare in pace gli altri. E ci obbliga a interagire di persona con loro, a guardarli in faccia. Perché non potendo accedere al registro elettronico, i voti a scuola di un figlio dobbiamo chiederli a lui. Per sapere come va, dobbiamo andare a parlare con i suoi professori. Perché anche quando si riceve o si fa una telefonata, di solito si guarda avanti. Non in basso, in quella protesi inquietante che è diventato lo smartphone nella mano di chi cammina. E un telefono scemo ti permette di evitare di mandare o ricevere anche uno solo di quei 30 WhatsApp inutili che mandiamo e riceviamo in media ogni giorno.

Si scoprono tante cose interessanti guardando gli altri in faccia. Si apprezzano sorrisi dimenticati. Si intuiscono demoni e meraviglie. Si percepiscono le sfumature di espressioni e sentimenti. Bisogna reimparare a farlo, eh. All’inizio quegli sguardi sono difficili da sostenere, e la mano trema nervosa alla ricerca del selfie di sicurezza.

Vivere sconnessi con un telefono scemo è tosto. Ma ci libera. Provare per credere!

Saluti da una nata nel 1965 Avanti Google.