Marco Pierre White, lo Chef che ha reso moderno il vecchio e di tendenza il nuovo

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Marco Pierre White, considerato tra i “fondatori della cucina moderna”, cuoco, ristoratore e personaggio televisivo inglese, ha contribuito a valorizzare la cucina attraverso i programmi televisivi, con schiere di cuochi rinomati, delle vere Star ai fornelli e maestri severi.

White è conosciuto come “l’enfant terrible” e “il primo chef-celebrità”, con tre stelle Michelin a soli trentatré anni. “All’epoca il più giovane della storia”. Innovatore, creativo e rivoluzionario nella sua arte culinaria, lascia la cucina a trentanove anni, per dedicarsi alla ristorazione inaugurando locali di successo in molte città come: The Canteen, ‘Oyster Bar & Grill Room, Marco’s New York italiano, Steak & Alehouse. Dirige molti ristoranti e una catena di BBQ in Gran Bretagna. Partecipa a molti programmi come giudice di Hell’s Kitchen,  MasterChef in Australia, Suadafrica, Nuova Zelanda, Italia.Tra i suoi allievi,  cuochi di successo come il noto Gordon Ramsay, Heston Blumenthal, Curtis Stone, Shannon Bennett.

White, il “gastropunk” nasce da padre inglese, cuoco, e da madre di origine italiana a Leeds, l’11 dicembre del 1961. Mostra sin dall’infanzia un temperamento difficile, irascibile e introverso, e più volte è vittima di bullismo. Motivo anche questo che lo porta ad abbandonare la scuola. Infatti, a soli sedici anni lascia gli studi e inizia a lavorare nelle cucine, dove nasce il suo sogno di diventare un grande Chef. Arrivato a Londra “con 7,36 sterline, una scatola di libri e una borsa di vestiti”, lavora nelle cucine di Albert e Michel Roux, Pierre Koffman, Raymond Blanc, Nico Ladenis. E come lui stesso sostiene sono i “suoi capi” a trasmettergli “un sogno”.

Per le sue radici e il lavoro del padre propone una cucina influenzata dalle due culture, rinnovando e proponendo nuovi sapori, con una visione creativa e nobile dell’arte culinaria. Il primo ristorante risale al 1987 l’Harvey in Wandsworth Common, poi “Marco Pierre Whiteche”, che segna una carriera di successo nella ristorazione, con un’anima rock. Il suo impulso al rinnovamento diventa un’imitabile tendenza.

White, resta fedele a se stesso precisando che: “Ci sono quelli che cucinano per fare quattrini, io mi arricchisco facendo una cucina: la mia”. Tra i suoi piatti migliori: la Crostata al cioccolato, il Petto di piccione, il Filetto di merluzzo alla viennese con zabaione allo Champagne, il grandioso Zampone di maiale con mousseline di pollo, spugnole e il goloso Fillet mignon and parsley purée con salsa di vitello al sapore di porcini.

Per quanto riguarda la vita privata si sposa e si separa più volte, in tutto tre con: Alex McArtur,  Lisa Butcher e Mati Conejero,  da loro ha cinque figli. Acclamato dai critici come un genio e conosciuto anche per il suo carattere impulsivo, rabbioso, e per il grande rigore. Mostra un controllo maniacale e un desiderio di sperimentazione, che esprime attraverso i suoi piatti come colori sulla tela.

Per il cuoco ribelle: <<bisogna osare, cioè non semplicemente “preparare cibo”, ma fare la propria cucina senza compromessi, superare i limiti e fregarsene se a qualcuno non piace>>.

La sua personalità dirompente e la particolare sfrontatezza s’impongono in cucina rafforzati dallo sguardo penetrante e tormentato dei suoi occhi scuri, i lunghi capelli sciolti e gli scatti d’ira, che lo rendono particolarmente carismatico. Nella sua biografia “The Devil in the Kitchen”, che presto diventa anche un film diretto da Russell Crowe, racconta della sua impulsività, il perfezionismo,  gli scatti nervosi, gli insulti ai clienti, le liti furiose in cucina e il riso bollente rovesciato addosso allo chef Mario Batali.

O ancora del formaggio lanciato alla parete e dei coltelli e padelle che volano, anche per un’inezia. Eppure quest’uomo spigoloso e geniale ha rinnovato l’idea di chef e della cucina tradizionale, e con il suo libro di cucina del 1990, “White Heat”, ha sorpreso anche l’editoria mondiale con ricette e immagini artistiche. Un precursore ribelle, che con la sua disubbidienza ha reso moderno il vecchio e ha fatto tendenza con il nuovo.

Tanto difficile quanto straordinario, unico come il suo discorso a MasterChef Italia del 2019, in cui esprime tutta la sua profondità fino a commuovere: “Se avete un sogno seguitelo. Io avevo un sogno senza ambizioni. Un sogno pieno d’insicurezze, ma sapevo dentro di me che ero pronto per il sacrificio a qualsiasi costo. Non importa quanti sbagli abbia fatto nella mia vita, non mi sono mai arreso. Ho sempre imparato dai miei errori, perché senza errori non scoprirete mai la perfezione. Non è importante come ci arriverete, l’importante è arrivarci. Se avete un sogno avete il dovere, la responsabilità con voi stessi di realizzarlo”.

Difficile resistere a queste parole senza incanto per l’indomito innovatore,  sorvolando anche sulle offese, padelle e coltelli, che mentre inventano ogni tanto con livore colpiscono e volano.