1354. Lo swing degli imperatori a Costantinopoli, il crollo delle mura di Gallipoli e gli ottomani in Europa

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1354 passagio dei Dardanelli. Sofia (1386), Salonicco (1387), Kosovo (1389), Nicopoli (1396), Varna (1444), assedio di Belgrado (1456), Bosnia (1463), Otranto (1480), Albania ( ) 1453: Presa di Costantinopoli. Sultano, Califfo, Basileus, Cesare, Imperatore, sovrano di un regno multi- etnico (Millet)

Nel 1354 l’impero bizantino era in una situazione critica e difficile. L’ imperatore era in pratica ostaggio della potenza economica e militare dei Genovesi, e nel frattempo tutta l’Asia minore era stata conquistata dall’impero ottomano con l’ esclusione della sola città di Filadelfia, ultimo ridotto bizantino che si era salvato pagando in moneta sonante delle bande turche per farsi proteggere. Filadelfia era stata promessa da Giovanni V Paleologo al sultano in cambio dell’ aiuto per vincere la guerra civile e dinastica contro Andronico IV, un Paleologo anche lui. Una volta impadronitosi del potere Giovanni V non onorò la promessa e la città venne sottoposta a un lunghissimo assedio che sarebbe durato dal 1378 al 90, concludendosi con la conquista ottomana .

Mentre l’ impero bizantino non era più in grado di resistere in Asia gli ottomani puntavano ad allargarsi in Europa, cercando di occupare una testa di ponte per dilagare nei Balcani. Qualche anno prima, nel 1350, gli ottomani erano già riusciti ad occupare sulla sponda europea la fortezza di Zympa che però restava poco importante. Il loro vero obiettivo era Gallipoli. La città infatti sorgeva in una posizione strategica nella penisola del Chersoneso Tracico sulla riva europea dello stretto dei Dardanelli, ma le sue fortificazioni la rendevano difficilmente espugnabile ostacolando l’ espansionismo ottomano.

Il caso diede ai turchi un aiuto insperato, perchè il 2 marzo 1354 si scatenò un terremoto fortissimo che devastò la Tracia causando un gran numero di vittime. La popolazione civile abbandonò disordinatamente la città e così fecero quasi tutti i militari posti a difesa della piazzaforte, che rimase quasi sguarnita. Il sisma oltre all’ abitato di Gallipoli distrusse anche le fortificazioni, lasciandola quasi completamente indifesa.

In questa situazione favorevolissima i turchi attaccarono immediatamente Gallipoli, che dopo il terremoto oltre ad essere ormai priva di mura era anche difesa da pochi soldati, e dopo una sanguinosa battaglia la conquistarono. La città, ormai spopolata, venne subito colonizzata da migliaia di turchi che ricostruirono subito le case e prima ancora le fortificazioni. Il lato europeo dei Dardanelli diventò in tal modo ottomano, come già quello asiatico, e i turchi a questo punto ebbero il controllo totale dello stretto. La città, ricordiamolo bene, non è molto lontana da Costantinopoli che dista circa 270 chilometri, e questo fece pensare a un prossimo attacco alla capitale.

Vista la mala parata Giovanni VI Cantacuzeno, l’ imperatore in carica a Bisanzio, chiese all’ emiro Orhan di lasciare la città, ma egli si rifiutò sostenendo che si era trattato di un dono di Allah e che la fuga in seguito al terremoto dei bizantini rendeva la sua azione legittima. Il Cantacuzeno organizzò una spedizione militare per riconquistare Gallipoli, ma i bizantini furono sconfitti. La fortezza sarebbe rimasta in mano ottomana fino al 1366, quando il conte Amedeo VI di Savoia, venuto con aiuti militari in aiuto del cugino imperatore Giovanni V Paleologo , venne bloccato dai turchi e fu costretto ad aprirsi il passaggio con le armi. Questa volta furono sconfitti gli ottomani e Gallipoli tornò bizantina.

In quel 1354 la caduta di Gallipoli indebolì moltissimo il governo di Giovanni VI Cantacuzeno , in carica dal 1347 e che inizialmente era stato co-imperatore insieme a Giovanni V Paleologo, poi allontanato in seguito a una guerra ed esiliato sull’isola di Tenendo. A Costantinopoli molti ambienti puntavano al ritorno proprio del Paleologo, considerato ancora da molti monarca legittimo e soprattutto uomo capace di gestire quella difficile situazione.

In sostanza quel che restava dell’impero era in bilico e Costantinopoli era profondamente divisa. L’occasione non poteva essere perduta e la sera del 21 novembre Giovanni V Paleologo salpò alla volta della città con una flotta di triremi genovesi e di altre navi fornite dal signore di Lesbo Francesco I Gattilusio, genovese anch’egli.

I congiurati agirono di astuzia, avvicinandosi alla città nel cuore della notte e chiedendo aiuto, fingendo un caso di emergenza. Dichiararono che una delle loro navi era sul punto di affondare e, per salvare il carico, ne promisero alle sentinelle una parte. Vista la promessa di una generosa ricompensa le guardie lasciarono aperto un varco, e da qui il Gattilusio con un colpo di mano condusse in città cinquecento uomini che presero in breve il controllo delle mura.

Da qui, nella notte, gli armati dilagarono nell’abitato occupando l’antico palazzo imperiale sulle rive del Bosforo. Il giorno dopo si scatenò una insurrezione a favore di Giovanni V e contro l’imperatore in carica, Giovanni VI Cantacuzeno, che colpì anche i suoi sostenitori con aggressioni e distruzione dei beni. La città non era nuova ad episodi del genere perchè qualcosa di simile era già successa pochi anni prima, nel 1341.

A questo punto Giovanni VI ed i suoi si asserragliarono nel palazzo delle Blacherne , la residenza imperiale, riuscendo a mantenere il controllo della sola parte nord della città. Giovanni V Paleologo propose una sorta di condominio al Cantacuzeno, una situazione analoga a quella del 1347 in cui però lui sarebbe stato il nuovo imperatore felicemente regnante, lasciando a Giovanni VI solo un ruolo di supplenza. Al rifiuto di quest’ ultimo si creò una situazione di stallo.

Costantinopoli era una città contesa e divisa in cui poteva succedere di tutto, molto vicina ad una guerra civile tra i legittimisti e l’ esercito del Paleologo. Il nodo si sciolse dopo un paio di settimane quando, il 4 dicembre 1354, Giovanni VI Cantacuzeno – che aveva ormai 62 anni – abdicò deponendo il diadema imperiale assieme alla moglie Irene. Egli, ormai ex imperatore, abbracciò la vita monastica ed assunse il nuovo nome di Giosafà.

La fine pacifica di questo confronto lasciò campo libero al Paleologo , salvaguardando anche la posizione dei figli del Cantacuzeno sulla base della suddivisione dell’ impero in tre parti da lui promossa nel 1350. In quell’ occasione a Giovanni V Paleologo, considerato in quel momento il legittimo erede al trono, erano state affidate Tessalonica e la Tessaglia orientale ; la Tracia invece a Matteo Cantacuzeno, primogenito dell’imperatore Giovanni VI, mentre al secondogenito Manuele era stato destinato il Peloponneso. Dopo l’abdicazione il primogenito Matteo, che era stato nominato dal padre coimperatore nel 1353, perse il titolo ed il diritto al trono ma rimase principe della Tracia ; il secondogenito Manuele rimase a sua volta alla guida del Peloponneso.

Giovanni Cantacuzeno dal monastero continuò ad avere una notevole influenza sulla vita pubblica, ma soprattutto si dedicò alla scrittura diventando storico e memorialista. Nel suo libro, intitolato proprio Storia, egli descrisse con tinte celebrative le vicende dell’impero e le sue proprie dal 1320 al 1356.

Bisogna ricordare che Giovanni VI Cantacuzeno, nato nel 1292, era stato primo ministro di Andronico III per poi diventare coimperatore con Giovanni V ed infine, da solo, un basileus considerato dagli storici anche troppo prudente e moderato. Il suo regno aveva promosso una serie di riforme nella vita pubblica e nell’ordinamento dell’impero, che dopo la perdita dell’Epiro era stato diviso nel 1350 in tre zone di influenza che facevano capo proprio ai Paleologi ed ai Cantacuzeni. Con lui avevano fatto la loro comparsa a Costantinopoli i primi cannoni, subito destinati alla difesa delle mura. Va ricordato che in alcune occasioni Il Cantacuzeno si era comportato con una certa spregiudicatezza, chiedendo più volte l’aiuto degli ottomani per prevalere nelle frequenti guerre civili e dinastiche che divisero l’impero.

Questo periodo storico era stato affrontato in termini più problematici da Niceforo Gregoras, nato nel 1292 e morto nel 1360, un altro autore del tempo. La sua opera ( Storia romana in 37 libri) è più ampia cronologicamente e più precisa, e corregge anche alcuni errori storici dell’ ex imperatore Giovanni VI, su cui egli da alla fine un giudizio lapidario. Si legge infatti che alla fine del suo regno nelle casse dello stato «Nulla rimase se non vento, polvere e atomi di Epicuro.»

L’ Impero Bizantino, diviso tra fazioni e dilaniato da guerre civili ricorrenti spesso risolte con l’ intervento di potenze straniere ( ottomani e genovesi in prima fila, oltre ai veneziani) viveva una crisi profonda che di lì ad un secolo, con una riduzione costante e continua del territorio e delle risorse disponibili, avrebbe portato alla sua definitiva scomparsa. Costantinopoli sarebbe caduta nelle mani degli ottomani dopo altri 99 anni, il 29 maggio del 1453, e lo sgretolamento delle sue mura a colpi di cannone avrebbe segnato la fine dell’altro impero romano, durato ad oriente oltre un millennio.