Opec: I Paesi esportatori di petrolio si preparano a fronteggiare il fantasma del Climate Change

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Il futuro dell’Opec – l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio-guarda ora avanti verso il Climate Change. La torre d’avorio racchiusa nell’immenso potere derivante dai proventi dell’oro nero nel giro di un ventennio ha già cominciato a stimare-grafici e conti alla mano-la domanda di petrolio correlata al tanto osannato Climate Change. Se Greta Tumberg è contenta oggi , lo sarà ancora di più domani, quando la domanda di greggio prenderà quella fase calante nella curva del grafico tanto caro e adorato dai principi sauditi così come dallo stato maggiore dei paesi allineati all’Opec. Chiaro che l’analisi degli economisti ha correlato le capacità di estrazione del cartello Opec con il famigerato Climate Change che predica ai quattro venti la decarbonizzazione come quella politica che dovrebbe fare abbassare le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Senza dubbio il Climate Change dovrebbe privilegiare le energie alternative non sicuramente per premiare gli sforzi della Tumberg ma per favorire i nuovi competiror che sul mercato vedono in futuro l’energia alternativa come quel salvacondotto per nuovi investimenti che porteranno nuovi proventi, proprio come vuole il gigantesco mercato degli investimenti azionari. E se la politica è il cane mangia cane, all’Opec non si scherza visto il volume d’affari e viste le alleanze strategiche delineate in nome della salvaguardia dell’economia dell’oro nero che a partire dal 2021 inizierà un lento declino a causa della crescita moderata delle economie.

In sostanza la domanda di petrolio subirà una contrazione -secondo gli economisti del gruppo World Oil Outlookche nel del 2024 passerà dagli attuali 1,1 barili di petrolio al giorno a 900.000 barili al giorno nel lungo termine. I dati hanno messo in allarme l’Opec impegnata a sciogliere i districati nodi  delle quote di petrolio dei paesi membri e l’aggressività delle politiche economiche dettate dal gigante USA, dove tra sanzioni e battaglie politiche il segretario generale del cartello Mohammed Barkindo inizia a guardare con positività l’alleanza strategica con la Russia di Putin cercando di trovare un compromesso con le ingenti risorse petrolifere dello stato russo in modo da contrastare l’aggressività americana sul mercato globale. Ma l’Opec riuscirà a risolvere il calo di domanda? Secondo il rapporto del World Oil Outlook i segnali di ripresa si rivedranno solo dal 2040 in poi dove la domanda raggiungerà i 110 milioni di barili al giorno e la spinta maggiore arriverà dai paesi non aderenti al cartello Opec quindi nel Sud Est asiatico le economie emergenti come India e Cina saranno le teste di ponte per i consumi di idrocarburi che apporteranno migliorie sull’offerta e sulla domanda nei paesi membri dell’Opec.

Le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici e la transizione energetica che sta accelerando il passo sono quelle determinanti che stanno cambiando le strategie di mercato sia nei paesi Opec, sia nei paesi non aderenti al cartello. Uno dei favoriti dalla futura contrazione della domanda Opec saranno gli USA forti delle loro riserve petrolifere e della loro politica internazionale ancora più aggressiva nel mercato globale, il gigante manovrato dal tycoon Trump prospetta in futuro un aumento delle capacità di esportazione pari al 40% entro il 2025, in termini numerici gli Stati Uniti produrranno 17 milioni di barili al giorno (3,1 milioni di barili in più rispetto a quelli prodotti attualmente). Chiaro che in chiave economica e internazionale Donald Trump pare sita riuscendo a portare gli USA verso il controllo dei capitali azionari europei in borsa,attraverso sanzioni e divieti imposti all’Iran e al Venzuela ,questi ultimi considerati fornitori strategici-ma solo a convenienza- nel mercato globale.

Qualcuno forse dimentica che le politiche di contrasto al clima, le emissioni zero di CO2 nell’atmosfera e la transizione energetica hanno un costo esorbitante che dovrà essere interamente ammortizzato nell’arco di mezzo secolo. L’obbiettivo dei potenti è sempre lo stesso: Energia Alternativa sì, ma i nostri capitali dovranno essere reinvestiti e triplicati in termini economici. Oltre alla possibilità di nuovi investimenti per i nuovi competitor sul mercato azionario c’è da dire- in ultima analisi e con buona pace e rassegnazione per gli attivisti green- che è utopia allineare la crescita economica con le politiche di transizione energetica. Vero che si potrà ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera, infatti gli Accordi di Parigi sono stati siglati proprio per salvaguardare il clima. Ma i dubbi ci sono e nonostante la transizione energetica sia fattibile, gli Stati Uniti D’America si sono tirati fuori da ogni possibile forma di dialogo-chiaro che le riserve petrolifere USA sono il motore trainante di quell’economia che con la logica imperialista ha sottomesso interi paesi- e questo dimostra che le risorse del sottosuolo saranno sfruttate fino all’ultimo strato di fango contenente energia fossile, solo per il semplice motivo che l’economia globale allo stato attuale  pur viaggiando  a due velocità non si priverà mai della più importante risorsa energetica del pianeta.

Inoltre pare che i dati di importazione ed esportazione parlano chiaro sui volumi di crescita e decrescita delle economie mondiali (quest’ultimo dato  in caso di importazione cronica di greggio). C’è da considerare i consumi e l’impatto della transizione energetica  sulle economie globali, l’analisi dei consumi pro capite sarà l’indicatore che confermerà quale sarà il risultato finale del passaggio dalla secolare economia legata alle risorse energetiche del sottosuolo a quell’economia che sta puntando sull’energia alternativa per favorire il clima. Utopia? Scelte politiche ed economiche che correggeranno un settore economico e ne penalizzeranno cento? Oppure si tenterà di allargare i focolai di crisi nel globo come nell’attuale Nigeria per monopolizzare ulteriormente l’oro nero? Il tempo e il progresso saranno testimoni, così come l’uomo, lo sarà.