Boris Johnson è il nuovo primo ministro britannico ma i tories non si ricompattano

Com'era previsto da tempo, Boris Johnson succede a Theresa May. Il nuovo primo ministro britannico non sembra però la persona adatta a ricompattare un partito conservatore già spaccato.

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Boris Johnson è il nuovo primo ministro del Regno Unito.

Ministro degli esteri con Theresa May dal luglio 2016 al luglio 2018, sindaco di Londra dal maggio 2008 al maggio 2016, Johnson ha vinto le elezioni interne al partito conservatore sconfiggendo il rivale Jeremy Hunt, l’attuale ministro degli esteri.

Johnson succede a Theresa May non solo alla guida del partito conservatore ma anche del governo. May si dimetterà ufficialmente domani e al quel punto Johnson sarà formalmente il nuovo primo ministro britannico. L’elezione di Johnson a capo dell’esecutivo – che è stata decisa dalla maggioranza dei circa 170 mila elettori britannici iscritti al partito conservatore – è il culmine di un processo cominciato due mesi fa, quando una Theresa May in lacrime ammise di fronte all’ingresso del numero 10 di Downing Street il fallimento della propria azione politica. Il passo di lato della premier britannica permise di avviare il processo interno al partito conservatore finalizzato a scegliere il nuovo leader.

Essendosi dimostrata incapace di far approvare dal parlamento il suo accordo di uscita dall’Unione Europea, May è stata costretta dal suo stesso partito a farsi da parte. La politica adottata da May nei confronti della Brexit ha spaccato profondamente i tories. Tra gli esponenti favorevoli a una Brexit dura spiccava proprio Boris Johnson.

Quest’ultimo infatti si dimise dalla carica di ministro degli esteri nel luglio 2018 proprio per manifestare la sua contrarietà nei confronti della linea adottata dalla premier, che era favorevole a una Brexit morbida.

Tuttavia, l’arrivo di Johnson a Downing Street non sembra affatto destinato a ricompattare il partito conservatore. Ieri Alan Duncan, sottosegretario del ministero degli esteri, si è dimesso in vista dell’imminente nomina di Johnson a primo ministro. E altri due pezzi grossi del governo faranno lo stesso. Philip Hammond, ministro delle finanze, ha annunciato durante un’intervista televisiva che si sarebbe dimesso nel caso in cui Johnson fosse diventato premier.

“Supponendo che Boris Johnson sarà il prossimo primo ministro – disse Hammond in diretta televisiva – comprendo che una delle condizioni per servire nel suo governo sia quella di accettare che il 31 ottobre il Regno Unito possa uscire dall’Unione Europea senza accordo. Questo è qualcosa che io non potrò mai accettare. È molto importante che il primo ministro abbia un ministro delle finanze che condivida la sua agenda politica, pertanto intendo dimettermi”. Hammond, a differenza di Johnson, non concepisce la possibilità che Londra possa uscire dall’Ue senza accordo. Il primo ministro è determinato a portare a compimento la Brexit entro la scadenza del 31 ottobre, con o senza accordo.

Anche David Gaucke, il ministro della giustizia, è intenzionato a dimettersi poiché non condivide l’intransigenza del nuovo primo ministro.

Proprio oggi la sottosegretaria al ministero dell’istruzione Anne Milton si è dimessa dall’incarico pochi minuti prima che venisse annunciata la vittoria di Johnson. Anche Milton, come gli altri suoi colleghi, condivide la linea intransigente del nuovo capo del governo.

Alla fine Johnson è riuscito a raggiungere il vertice dell’esecutivo britannico, ma ora viene il difficile. Non solo dovrà fare in tre mesi ciò che May non è riuscita a fare in oltre due anni, ma dovrà anche evitare di dilaniare ulteriormente un partito spaccato alle fondamenta.