Usa vs Iran: la tensione cresce, c’è il rischio di guerra?

Non è da escludere il rischio che la tensione tra Stati Uniti ed Iran degeneri in guerra. Come reagiranno gli americani se l'Iran infrangerà l'accordo del 2015 ed inizierà ad adoperarsi per ottenere l'arma nucleare?

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Negli ultimi giorni la tensione tra Stati Uniti ed Iran ha ripreso ad alzarsi pericolosamente.

L’innesco della nuova, ennesima escalation nel golfo Persico è stato l’attacco contro due navi petroliere nel golfo dell’Oman avvenuto la scorsa settimana. Non è chiaro chi abbia attaccato le navi e con cosa, pare che una petroliera sia stata colpita da un siluro e l’altra sia stata danneggiata da una mina magnetica, eppure gli Stati Uniti sono convinti di sapere a chi appartenga la responsabilità di questo incidente.

Per Washington gli esecutori di questo attacco sono le Guardie della rivoluzione islamica iraniane, note colloquialmente come pasdaran. Occorre ricordare che lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno inserito i pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche, contribuendo ad inasprire i rapporti con l’Iran.

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato pubblicamente che secondo lui la colpa è delle guardie rivoluzionarie e ha mostrato un video per provare la verità delle sue parole. Tuttavia, gli alleati europei – eccezion fatta per il Regno Unito – sono scettici e fanno appello alla moderazione da ambo le parti.

Ora però c’è il serio rischio che anche l’Iran esca dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), il cosiddetto accordo sul nucleare iraniano del 2015, dopo che gli Stati Uniti decisero nel maggio 2018 di uscire unilateralmente dall’accordo sebbene l’Iran, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), avesse sempre rispettato le clausole previste dall’accordo.

Lunedì il portavoce dell’agenzia iraniana per l’energia atomica Behrouz Kamalvandi ha dichiarato che Teheran ha quadruplicato l’arricchimento dell’uranio e il 27 giugno supererà i limiti delle riserve di uranio arricchito stabiliti dall’accordo del 2015. Come se non bastasse, il presidente della commissione parlamentare  iraniana per l’energia atomica Mojtaba Zonnour ha affermato che l’Iran potrebbe addirittura uscire dal Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

Siccome gli Stati Uniti ritengono l’Iran responsabile degli attacchi alle petroliere e considerando anche gli annunci fatti da Teheran in merito al superamento dei limiti delle riserve di uranio arricchito, il dipartimento della difesa americano ha deciso lunedì di inviare altri mille soldati in Medio Oriente.

“Ho autorizzato l’invio di circa mille truppe addizionali per scopi difensivi con il compito di affrontare minacce terrestri, marittime e aeree nella regione” ha annunciato il segretario per la difesa ad interim Patrick Shanahan.

Secondo il titolare del Pentagono gli attacchi iraniani degli ultimi giorni confermano la bontà dei rapporti dell’intelligence americana secondo i quali l’Iran e i gruppi militari ad esso legati sono una fonte di instabilità nella regione. Shanahan ha però aggiunto che gli Stati Uniti non vogliono la guerra.

La tensione di questi ultimi giorni si aggiunge a quella della scorso mese. In maggio un’escalation di tensione tra Iran e Stati Uniti portò questi ultimi ad incrementare la propria presenza militare in Medio Oriente. Washington inviò missili Patriot, bombardieri B-52, una portaerei e infine 1500 soldati.

Pur affermando di non volere la guerra, Washington e Teheran si sono minacciate a vicenda mentre la guida suprema Ali Khamenei ha respinto l’idea di rinegoziare il Jcpoa. A parte il fatto che secondo l’Iaea l’Iran ha sempre rispettato l’accordo del 2015 e sono stati gli Stati Uniti a decidere di uscirne unilateralmente, la leadership iraniana non sembra più fidarsi degli americani.

Il ritiro unilaterale americano e l’imposizione di nuove sanzioni sulle esportazioni di petrolio hanno screditato la politica più moderata e conciliante del presidente Hassan Rouhani mentre hanno rafforzato l’ala più conservatrice, ostile agli Stati Uniti e a qualsiasi intesa con loro.

Dove andranno a sbattere le tensioni tra Stati Uniti ed Iran delle ultime settimane? Funzionari di alto livello dell’amministrazione americana hanno più volte affermato che non vogliono la guerra ma allo stesso tempo dicono che tutte le opzioni – compresa quella militare – sono sul tavolo e mandano uomini, mezzi ed equipaggiamenti in Medio Oriente in funzione anti-iraniana.

Ci stiamo avvicinando a una guerra tra Stati Uniti ed Iran? Cosa faranno gli americani se Teheran supererà davvero le riserve di uranio arricchito stabilite dal Jcpoa e uscirà dal trattato di non proliferazione? Rispondere a queste domande con certezza non è possibile. Indubbiamente si può affermare che la tensione è a livelli molto alti pertanto il rischio che la situazione degeneri nello scontro bellico, volente o nolente, c’è.

Bisogna tenere in conto che incidenti ambigui potrebbero far degenerare la situazione. Infatti, l’escalation di questi giorni deriva dallo strano attacco della scorsa settimana alle due petroliere.

Bisogna poi avere consapevolezza che nella amministrazione americana vi sono personaggi apertamente favorevoli a una guerra contro l’Iran finalizzata a un cambio di regime che sia favorevole agli Stati Uniti. Uno di questi è il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

Se l’Iran supererà i limiti delle riserve di uranio arricchito e inizierà il processo per dotarsi dell’arma nucleare gli Stati Uniti certamente reagiranno. Washington potrebbe imporre nuove, ulteriori sanzioni ma cosa succerebbe se l’Iran, ciononostante, riuscisse comunque a portare avanti il processo per dotarsi dell’arma nucleare? In tal caso l’aggressione militare americana sarebbe ancora più probabile.

Gli Stati Uniti hanno dalla loro parte i loro alleati di ferro nella regione, cioè Israele e l’Arabia Saudita, i quali percepiscono l’Iran come minaccia esistenziale. Per gli Stati Uniti si pone quindi anche il problema non poco importante di tutelare le proprie alleanze in una regione che nel corso di questo decennio ha visto declinare la loro egemonia a causa dell’intervento russo-iraniano nella guerra civile siriana. Proprio grazie all’intervento in questa guerra, l’Iran ha aumentato la sua presenza militare in Siria giungendo ai confini di Israele, motivo per cui lo Stato ebraico percepisce Teheran come minaccia esistenziale.

Se nella contesa con l’Iran gli Stati Uniti hanno dalla loro parte Arabia Saudita ed Israele, lo stesso non si può dire degli alleati europei. In particolare, Francia, Germania ed Unione Europea – che furono tra i firmatari del Jcpoa – vedono con sospetto i rinforzi americani nella regione e chiedono ad entrambe le parti di agire con moderazione per evitare che la situazione degeneri. Gli europei sostengono il Jcpoa e hanno espresso rammarico per le nuove sanzioni americane, che hanno cercato di aggirare.

Lunedì Rouhani ha incontrato il nuovo ambasciatore francese. Il presidente iraniano, dopo aver affermato che la fine del Jcpoa non è nell’interesse di nessuno, ha dichiarato che “la situazione attuale è molto critica e la Francia insieme agli altri firmatari del Jcpoa ha l’opportunità di svolgere un ruolo storico salvando l’accordo”. Dal punto di vista iraniano, gli europei sembrano essere l’ultima spiaggia per salvare il Jcpoa.

Lo scetticismo degli alleati europei potrebbe essere un elemento di moderazione che potrebbe spingere gli Stati Uniti a non intervenire militarmente. Tuttavia, considerando l’attuale cattiva salute delle relazioni transatlantiche e che gli Stati Uniti hanno l’appoggio incondizionato di Israele e Arabia Saudita, se l’Iran iniziasse ad adoperarsi per ottenere l’arma nucleare gli Stati Uniti potrebbero intervenire anche senza l’appoggio degli europei.

Inoltre, sebbene Francia e Germania non vedano di buon occhio l’atteggiamento americano, non è affatto da escludere che altri paesi Nato europei intervengano a fianco degli Stati Uniti. Per esempio, sul dossier Iran il Regno Unito è più allineato con gli Stati Uniti. Se ciò dovesse accadere le conseguenze più immediate sarebbero una spaccatura in seno all’Unione Europea e un peggioramento delle relazioni transatlantiche.

Un altro elemento di moderazione nient’affatto secondario è la Russia. Nel corso di questo decennio Mosca è intervenuta nella guerra civile siriana proprio a fianco di Teheran, assicurando la salvezza del regime del presidente Bashar al-Assad. Russia e Iran hanno stretto i loro legami e sono partner in Medio Oriente.

Il destino della Siria postbellica dipende in larga misura dall’intesa tra questi due paesi e la Turchia. La Russia – che dal punto di vista americano è un competitor strategico globale – è un attore il cui ruolo e i cui legami con l’Iran non possono non essere calcolati nel momento in cui l’amministrazione americana decidesse di muovere guerra contro l’Iran, magari per evitare che quest’ultimo si doti dell’arma nucleare.

Come si sarà capito la situazione è molto complessa e non riguarda solo gli Stati Uniti e l’Iran. Indubbiamente, se la guerra ci sarà questa avrà come conseguenze un’ulteriore destabilizzazione dell’ordine internazionale liberale e un grave inasprimento delle relazioni tra le grandi potenze, considerando che Russia e Stati Uniti sono su fronti diametralmente opposti, con tutte le preoccupanti ed imprevedibili conseguenze del caso.