ltalia-Europa, con balle e manine la corda si spezza

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La corda sulla quale si muove in bilico l’Italia non è stata costruita dai mercati e, tanto meno, dall’unico protettore che ci è rimasto. Si chiama Europa e vuole tenerci in vita a tutti i costi. La corda che si sfilaccia, giorno dopo giorno, l’abbiamo allungata noi con i nostri insulti alle istituzioni europee che tutto vogliono meno che un problema italiano, se non altro, perché sanno che coincide con un problema europeo.

Siamo riusciti nel capolavoro di provocare danni (veri) alla stabilità del Paese, presentando il conto al Mezzogiorno e ai giovani, per sorreggere il carico delle balle pericolose dietro le quali si nascondono scelte di politica economica (quasi tutte) sbagliate, illusionismi contabili, saccheggi di Stato del Nord al Sud nel silenzio generale. Oggi raccontiamo che i ricchi rubano ai poveri anche sulle disgrazie. Che schifo!

Non vogliamo ammettere che siamo il fanalino di coda della crescita in Europa perché ci piace giocare con il destino delle persone come si fa con una scommessa sui cavalli. Sappiamo concepire alla grande e elargire (con fatica) assistenza e favori a fini meramente elettorali, sempre in deficit, al posto di aprire i cantieri e ridurre il carico fiscale/contributivo su lavoratori e imprese. Quando scopriamo che il lavoro non arriva e andiamo peggio di tutti, non solo non chiediamo scusa o cambiamo rotta, ma ripetiamo il disco incantato dell’Europa e, come il cavolo a merenda, ci mettiamo un contorno di finanza tanto generico quanto patetico. Siamo all’alibi e, siccome i guasti prodotti con le parole (molto rilevanti) possono regalarci il rischio Argentina, di alibi ne servono almeno due: Europa e mercati.

Se una manina indesiderata non si fosse accaparrata la bozza della lettera scritta dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, per la Commissione europea, forse, la proposta di procedura di infrazione non ci sarebbe stata. Perché nelle elaborazioni conseguenti, senza azioni di disturbo, il Guardiano dei conti avrebbe algebricamente indicato i risparmi su reddito di cittadinanza e quota 100 e, quindi, agli occhi di Bruxelles sarebbe stato chiaro subito che il deficit strutturale era meno pesante di quello che appariva.

Invece no, vincono le balle a uso interno. Ci permettiamo di dare un consiglio al ministro Tria: per qualche giorno si prenda a prestito un po’ del carattere di uno dei suoi predecessori, Giulio Tremonti, che Berlusconi (dico Berlusconi) lo informava sempre a cose fatte. A Conte, che ha la nostra stima, chiediamo una cortesia. Non aspetti il ritorno di Salvini dal viaggio-premio negli Stati Uniti. La lettera la spedisca prima del suo arrivo.