Brexit verso il secondo rinvio

La Brexit verrà rinviata per la seconda volta. Il Consiglio Europeo straordinario di oggi deciderà la data precisa del rinvio. Sembra quindi materializzarsi il paradosso della partecipazione dei cittadini britannici alle elezioni europee del prossimo maggio.

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A una manciata di giorni dalla scadenza del 12 aprile, data in cui sarebbe dovuta avvenire la già posticipata Brexit, originariamente prevista per il 29 marzo, è certo che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea verrà prorogata per la seconda volta.

Preso atto della lacerazione insanabile in seno al partito conservatore, nell’ultima settimana la premier britannica Theresa May ha giocato la sua ultima, inaspettata carta: cercare di spezzare lo stallo attraverso un accordo con il leader dell’opposizione, il laburista Jeremy Corbyn.

Lo scopo dei colloqui tra May e Corbyn è quello di trovare una maggioranza parlamentare bipartisan che approvi l’accordo di uscita, assicurando così la Brexit ordinata ed evitando il temuto scenario del no deal.

A proposito di no deal, secondo il Fondo monetario Internazionale (Fmi) tale scenario costerebbe all’economia britannica almeno due anni di recessione, con un calo del Pil pari al 3,5 %.

Si tratterebbe quindi di una crisi molto grave, che metterebbe a rischio migliaia di posti di lavoro, producendo serie ripercussioni sul sistema politico. Come se il caos senza precedenti degli ultimi mesi non fosse sufficiente.

Ieri la premier Theresa May si è recata a Berlino per incontrare la cancelliera tedesca Angela Merkel, e poi a Parigi per incontrare il presidente francese Emmanuel Macron, in vista del Consiglio Europeo straordinario che si terrà oggi.

May si è recata nelle capitali più influenti dell’Unione Europea per sondare il clima che farà da cornice al vertice europeo di oggi. Detto altrimenti: conoscere quali sono le posizioni di Merkel e Macron in merito all’estensione della Brexit.

Il punto infatti non è rinvio sì o rinvio no, ma rinvio fino a quando.

May negli scorsi giorni ha chiesto una proroga fino al 30 giugno in modo da avere tempo a sufficienza per trovare un’intesa con i laburisti e mettere, per la quarta volta, al voto del parlamento l’accordo di uscita, sperando che venga finalmente approvato.

La premier ha chiesto una breve estensione della Brexit da un lato per stringere i tempi delle trattative con i laburisti, dall’altro per non spingere l’uscita di Londra dall’Ue troppo oltre la soglia psicologica dei tre anni dal referendum del giugno 2016.

Più lunga è l’estensione della Brexit, maggiore sarà il danno politico per la premier britannica, che già adesso, dopo le tre bocciature del parlamento e le numerose dimissioni dal suo governo, appare svuotata di autorità e politicamente debole.

L’Unione Europea invece sembra optare per una lunga estensione della Brexit, al fine di evitare ulteriori convocazioni straordinarie del Consiglio Europeo per affrontare in extremis la questione dell’uscita di Londra dall’Ue.

Di questo avviso è il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che si è detto disponibile a rinviare la Brexit fino a un anno. In una lettera inviata ai capi di governo dell’Ue alla vigilia del vertice di oggi, Tusk ha detto che una lunga, ma flessibile, estensione della Brexit eviterebbe il rischio di dover indire ulteriori riunioni formali sulla questione e permetterebbe a Londra di ripensare la propria strategia. Tusk ha però aggiunto che una lunga estensione è possibile solo a certe condizioni.

“No a una rinegoziazione dell’accordo di uscita; no all’apertura di negoziati sul futuro, eccetto per quanto riguarda la Dichiarazione Politica; il Regno Unito dovrà mantenere la sua sincera cooperazione durante questo periodo cruciale, in una maniera che rifletta la sua condizione peculiare di Stato membro sul punto di uscire” ha precisato il presidente del Consiglio Europeo.

Sul lungo rinvio della Brexit il governo francese si è detto scettico. Parigi teme che Londra possa rivelarsi un ostacolo per i processi decisionali dell’Ue: utilizzando il potere di veto che spetta a ciascuno Stato membro, il Regno Unito potrebbe bloccare i lavori dell’Unione, mettendola in ostaggio. Per i francesi un anno è troppo e comunque qualsiasi rinvio deve essere condizionato.

La data del secondo rinvio della Brexit verrà decisa oggi dal Consiglio Europeo. Tale data probabilmente sarà il risultato di un compromesso tra la posizione della premier britannica, che chiede un rinvio al 30 giugno, e la posizione del presidente del Consiglio Europeo, disposto a concedere un rinvio di un anno.

Nel mezzo si situa il governo francese, che ritiene la proroga di un anno eccessiva e chiede che la permanenza di Londra nell’Ue venga delimitata da dei paletti chiari.

Considerando la volontà reciproca di scongiurare un no deal e posto che il secondo rinvio è dato per certo, sembra materializzarsi il paradosso della partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee del prossimo maggio.

A quasi tre anni dal famigerato referendum e dopo quasi due mesi dalla data originaria della Brexit, i cittadini britannici probabilmente saranno chiamati alle urne per rinnovare i loro rappresentanti presso un’organizzazione da cui dovrebbero essere fuori nel giro di qualche mese.

È inutile girarci attorno: questa è una grave sconfitta per la classe dirigente britannica e in particolare per il partito conservatore della premier Theresa May, che non è riuscito ad abbandonare l’Unione entro i tempi previsti.

Il Regno Unito, paese da sempre considerato simbolo della stabilità politica, è da mesi ostaggio di una crisi senza precedenti che sta bloccando la classe dirigente e spaccando in modo netto la società. La Brexit ha reso ordinario lo straordinario e così facendo si è guadagnata il suo posto nella storia britannica.

Ma questo potrebbe essere solo l’inizio dei problemi per i britannici. Poiché le ripercussioni della Brexit, comunque vada a finire, sull’integrità del Regno Unito, sono una misteriosa incognita dai risvolti imprevedibili.